Una crisi di governo non è un complotto

Le esternazioni di un complotto internazionale per screditare il Governo Berlusconi e l’Italia evocano una crisi di credibilità che potrebbe spaventa i mercati.

Meno male che i mercati non prendono sul serio le esternazioni del nostro Presidente. Ma possibile che il Cavaliere non si sia reso conto dei rischi a cui espone l’Italia?

Gianfranco Fini Silvio Berlusconi

ROMA – Il dado, purtroppo, sembra tratto. Prima le esternazioni, smentite solo a metà, di un ministro su un complotto internazionale ai danni dell’Italia ordito mettendo insieme le macerie di Pompei, la monnezza di Napoli e quella della Finmeccanica. Ora scende in campo direttamente il premier, pronunciando le parole fatidiche che possono diventare benzina sul fuoco dello show-down in corso. Evocando espressamente il fantasma di una crisi di credibilità che potrebbe «spaventare i mercati e gli investitori internazionali», portando il paese «sulla stessa strada di Grecia e Irlanda». Fortuna – ma forse non è un caso – che ieri e oggi le borse sono chiuse.

E fortuna – almeno si spera – che i mercati sono abituati a non prendere troppo sul serio le uscite del Cavaliere. Che, si sa, ha la battuta facile e a volte parla sopra le righe. Ma, appena la settima scorsa, per molto meno la Merkel ha scatenato un brivido, e un consistente ribasso, da Francoforte a Wall Street.

È possibile che Berlusconi non si sia reso conto dei rischi cui una simile dichiarazione espone, al tempo stesso, l’Italia e l’Europa? Chiariamo. Non è certo colpa del premier se l’Italia, già da qualche tempo, viene inclusa nel maledetto acronimo che individua le nazioni passibili di un potenziale crollo finanziario. Ma lo si fa in sordina, con cautela, specificando che la «i» di pigs non starebbe solo per Irlanda, ma includerebbe anche noi in compagnia di Portogallo, Grecia e Spagna. Tanta accortezza non è una questione di bon-ton.

Molto più crudamente, l’Italia appartiene a una categoria diversa, con dimensioni che renderebbero un tentativo di salvataggio impraticabile. Dopo che la bancarotta di Lehman è stata ritenuta responsabile del crollo del 2008, politici ed economisti si sono convinti che esistono istituzioni finanziarie «troppo grandi per fallire». Solo che sono bastati pochi mesi perchè dalle grandi banche si passasse agli stati sovrani. E quando si è trattato di accettare che anche la Grecia era troppo grande per fallire, la mole degli interventi richiesti ha spaventato i leader europei chiamati al capezzale ellenico.

Tuttavia, dopo molte esitazioni, l’Europa è riuscita a muoversi, e lo stesso ora sta facendo per tappare la falla irlandese. Con l’Italia, cambierebbe tutto. Come forse è già il caso della Spagna, noi siamo troppo grandi per non poter fallire. Nel momento in cui dovessimo entrare nel tritacarne della speculazione ribassista, l’entità delle contromosse necessarie diventerebbe insostenibile anche se Francia e Germania reagissero con determinazione.

Per questo nei prossimi giorni, e settimane, gli occhi degli investitori globali saranno puntati su di noi. Perchè la sola idea che l’Italia possa imboccare una china incontrollabile può diventare uno strumento straordinario per chi punta a sferrare un altro attacco alla cittadella dell’euro. Nella partita che, da tre anni, vede i governi di tutto il mondo schierati a difesa della stabilità finanziaria in un sistema che sta diventando sempre più invisibile e imponderabile, c’è una regola che tutti conoscono e che tutti i capi di stato, e i loro ministri finanziari, sono obbligati a rispettare. È la regola che il silenzio è d’oro. E che quando proprio è indispensabile fare sentire la propria voce, va fatto con tutti i crismi dell’ufficialità e dell’ottimismo.

L’abbiamo visto anche in questi giorni, quando le massime autorità irlandesi hanno riconosciuto il bisogno di un intervento esterno solo dopo che era già stato deciso. Lo stesso ha fatto il Portogallo. E lo stesso sta facendo Zapatero, che ha drasticamente smentito che la Spagna, anche lontanamente, possa trovarsi in una situazione che necessiti di un aiuto dell’Unione.

Con la sua esternazione di ieri, Berlusconi sembrerebbe, invece, che voglia imboccare un’altra strada. Per difendere il proprio governo, invece di abbassare i toni, li sta alzando. Mettendo sul tavolo della fiducia di metà dicembre non più le sorti dell’esecutivo, ma quelle dell’intero paese. Compreso il rischio di un effetto domino che investirebbe catastroficamente la stessa sopravvivenza dell’euro.

Un punto, però, deve essere chiaro. Se si va avanti in questa spirale, tra pochissimo non avrà più alcun significato cercare di individuare i responsabili. Se si tratta dei nemici interni dell’attuale maggioranza, che minacciano di sfiduciare il premier, o se sia stata la cosiddetta speculazione internazionale, con i suoi improbabili complotti. O se, come l’opposizione sostiene, la colpa sia del Cavaliere che, pur di non lasciare la poltrona, sta lacerando la corda della nostra credibilità.

La spirale va fermata subito. Dicendo, con chiarezza e fermezza, che l’Italia ha le carte in regola, politiche ed economiche, per affrontare una crisi di governo senza per questo dover trascinare l’Europa e l’euro in un baratro. L’augurio è che queste parole sia il premier stesso a pronunciarle. Altrimenti, dovranno essere altri, fuori dal governo e nel governo, ad assumersene la responsabilità.

Mauro Calise
28 novembre 2010
da “il Mattino”

2 commenti su “Una crisi di governo non è un complotto”

  1. l tramonto dell’Occidente

    La crisi delle banche irlandesi non è una novità, come non lo era quella della Grecia e come non lo saranno le crisi di Portogallo, Italia e Spagna. Questione di mesi. Ogni volta ci si stupirà come di fronte a un improvviso temporale estivo. Ieri la Merkel ha dichiarato che la crisi è estremamente grave e l’euro è a rischio. E noi che non lo sapevamo… I politici danno brutte notizie solo se costretti, attendono l’ultimo istante per evitarci delle sofferenze inutili. Discutere dell’Irlanda o, a inizio 2010, del default greco, equivale a concentrarsi sul foro di un catino bucato. Lo scolapasta è l’intero Occidente che sta fallendo sotto il peso del suo debito pubblico aumentato del 50% in media in vent’anni. I Paesi emergenti, il cosiddetto BRIC: Brasile, Russia, India e Cina, hanno un debito pubblico contenuto e stanno comprando quello occidentale. Se la Cina vendesse tutti i titoli di Stato americani che possiede, pari a 883,5 miliardi di dollari, gli Stati Uniti potrebbero fallire.
    Il mondo si sta spostando a Sud e a Est. Il PIL dei Paesi del BRIC sta per superare quello del G6 (Germania, Italia, Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone). I Paesi del BRIC hanno un debito pubblico rapportato al PIL molto basso: Russia 6%, Cina 18%, Brasile 45%, India 59%. L’Italia, per dire, è al 118% con 80 miliardi di euro di interessi annui da pagare, una cifra che ammazzerebbe un elefante. Gli Stati Uniti stanno per raggiungere l’Everest dei 14.000 miliardi di dollari di debito pubblico dai 6.000 miliardi del 2002. In passato le guerre si combattevano con le armi, oggi si combattono con il debito pubblico. Chi compra il tuo debito diventa il tuo padrone.
    Gli Stati Uniti, il Paese più indebitato, è responsabile del 50% delle spese militari mondiali. Una enormità. La Russia, l’antagonista storico, spende il 3,5%. Gli Stati Uniti trasformano il debito in armamenti. In pratica chi compra titoli di Stato statunitensi finanzia la guerra in Afghanistan o le basi militari di Dal Molin di Vicenza e di Okinawa in Giappone dove sono accampati da 65 anni. L’Impero Romano crollò sotto la spinta dei barbari ai suoi confini. Le sue legioni si ritirarono dal Reno alla Britannia. Gli Stati Uniti forse seguiranno la stessa sorte per l’impossibilità economica di mantenere 716 basi militari in 40 Paesi. L’Irlanda è un sintomo del tramonto dell’Occidente travolto dal suo debito pubblico. L’inverno sta arrivando per le cicale europee e americane e fuori fa sempre più freddo.

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    http://www.beppegrillo.it/2010/11/la_crisi_delle/index.html

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