ERRORE DA PRINCIPIANTI IL CASO CUOMO: LA NOMINA DELL’EX SINDACO DI PORTICI SOTT’OSSERVAZIONE DEL PREFETTO. APPROSSIMAZIONE ISTITUZIONALE MA CON L’ESCLUSIONE DI CANDIDATI ELETTI E NON LONTANA DAL CORPO ELETTORALE. UN PROFILO SBIADITO TRA NUOVI “FAMILISMI”, “FRATELLISMI” “AMICHETTISMI” È “TENGO FAMIGLIA”.

di Massimo Del Mese & Marco Naponiello per POLITICADEMENTE
NAPOLI / SALERNO – Non è una questione di lana caprina né un cavillo da addetti ai lavori. La nuova giunta regionale della Campania guidata da Roberto Fico comincia il proprio cammino con una partenza sbagliata, segnata da un errore tecnico-burocratico che difficilmente può essere liquidato come incidente di percorso.
La Prefettura di Napoli ha infatti sollevato rilievi sulla nomina di Vincenzo Cuomo, ex sindaco di Portici, indicato come assessore regionale quando le sue dimissioni da primo cittadino non avevano ancora prodotto effetti giuridici. La normativa è chiara: tra la presentazione delle dimissioni e la loro efficacia devono trascorrere venti giorni. Un termine non rispettato, che rende la nomina incompatibile e politicamente imbarazzante.
Il dato più grave non è solo l’atto in sé, ma il messaggio che ne deriva. Un esecutivo regionale appena insediato dovrebbe mostrare rigore istituzionale e controllo dei passaggi formali. Qui, invece, emerge una gestione approssimativa di una delle prime e più simboliche decisioni: la composizione della squadra di governo.
L’episodio getta un’ombra sull’intera operazione politica che ha portato alla nascita della giunta Fico. Vincere le elezioni con un’alleanza ampia è un conto; governare rispettando regole, tempi e compatibilità è tutt’altra partita. E il caso Cuomo dimostra quanto la seconda sia più complessa della prima.

Nel resto della giunta il Partito Democratico mantiene un peso determinante, se consideriamo anche il figlio d’arte Piero coordinatore regionale dei democratici. Tre assessori dem, con una presenza significativa della provincia di Salerno: oltre a Pecoraro e Maraio, spicca soprattutto Fulvio Bonavitacola, ex assessore regionale e figura storica dell’era De Luca, al quale sono state affidate deleghe strategiche come quelle alle attività produttive. Un portafoglio pesante, che rappresenta una vera e propria ipoteca politica e amministrativa sull’azione del nuovo governo regionale.
La conferma di Bonavitacola, uomo chiave del sistema di potere salernitano, rende evidente come la discontinuità annunciata rischi di restare più narrativa che sostanziale. Sullo sfondo, infatti, continua a muoversi Vincenzo De Luca, ex governatore e gran visir della politica campana, ancora in grado di orientare equilibri, scelte e assetti, seppur senza incarichi formali. E meno male, per certi aspetti, visto l’avventurismo confusionale, pericoloso e arrogante del neo Governatore Fico, dal momento che ha escluso dalla sua Giunta, sia pure cencellizzandola, tutti gli eletti e tutti i candidati, ovvero tutti quelli che hanno portato voti, decisione, tra l’altro comunicata ed applicata solo dopo aver incassato il risultato. Risultato, tra l’altro, che non ha niente di “Fico” ma che è solo la sommatoria dei voti di un cartello elettorale e di familismo politico che esclude spregiudicatamente il corpo elettorale.

Tornando al “caso” Cuomo, è proprio la somma di queste variabili, errore tecnico iniziale, mal di pancia sulle nomine, continuità mascherata da Rinnovamento, a rendere la partenza della giunta tutt’altro che rassicurante. La coalizione che sostiene Fico va dall’area riformista (a cazzi) fino alla sinistra ambientalista (a risticazzi), passando per il PD (a controcazzi) e per mondi ex democristiani (a cazzi propri): una miscela che rende ogni passaggio amministrativo e istituzionale una prova di equilibrio delicatissima (sic), ma com (il tengo Famiglia) tutto si risolve.
Resta infine il nodo delle promesse elettorali: dal reddito di cittadinanza regionale alle politiche sociali annunciate in campagna. Misure che richiedono coesione, visione e capacità di governo. Qualità che, alla luce di questo esordio, appaiono già fragili. Perché poi, se il buongiorno si vede dal mattino, partire con un errore così elementare non è solo una svista: è un segnale politico preciso. E a rischiare di pagarne il prezzo, ancora una volta, sono i cittadini campani, in una delle regioni meno ricche e più esposte dell’intera Unione Europea.
Una repubblica fondata sul nepotismo. In Italia il nepotismo è sempre quello degli altri.
A destra è scandalo morale, a sinistra una sfortunata “coincidenza familiare”. Poi però basta sfogliare i giornali per scoprire che fratelli, mogli, cognati e affini affollano il potere trasversalmente, senza distinzione di colore politico.
L’ultimo capitolo lo racconta Francesco Merlo: alla lettera M spuntano i due Manfredi, Gaetano e Massimiliano. Fratelli: Uno sindaco di Napoli, l’altro presidente del Consiglio regionale. Si proteggeranno o si inguaieranno o si aiuteranno a vicenda? Domanda legittima, perché il grande classico della politica italiana non è il padre padrone, ma il fratello che “a volte salva e più spesso rovina”. E se allarghiamo lo sguardo, soprattutto in Campania, il “tengo famiglia” non è un vizio residuale ma una tradizione consolidata: cognomi che ritornano, dinastie che si rigenerano, nuovi “nepotismi“, “fratellismi“, e “amichettismi“, che si presentano come rinnovamento mentre cambiano solo i posti a tavola.
Il punto non è negare che il familismo esista ovunque. Il punto è l’ipocrisia di chi pretende di distribuire patenti morali, di erigersi a puro, salvo poi inciampare nella stessa identica contraddizione che denuncia negli altri. Ed è qui che torna attualissimo Pietro Nenni: “Attenzione a fare i puri: arriva sempre uno più puro che vi epura”.
Morale: meno indignazione selettiva, meno eremi morali costruiti per i social, più onestà intellettuale. Perché in Italia il problema non è chi ha parenti in politica, ma chi finge di non averne mentre sale in cattedra a fare la predica. In questo caso come cantava il compianto Rino Gaetano: “Mio fratello è figlio unico!” e all’ombra di tutto questo, ma non tanto, è assalto alla diligenza.
Napoli / Salerno, 3 gennaio 2026






