Il 2026 non può essere un altro anno di rinvii. Deve essere l’anno della svolta, del rilancio del commercio di prossimità, della riaccensione delle luci. Una città senza commercio è una città morta, e una città che resta al buio, alla lunga, finisce per spegnersi del tutto.

di Marco Naponiello per POLITICAdeMENTE
EBOLI – Si affaccia al 2026 con un’immagine che parla da sola e che non può più essere archiviata come “congiuntura sfavorevole”: saracinesche abbassate, locali storici chiusi, vetrine spente, cartelli “fittasi” e “vendesi” anche nelle strade un tempo più vive del centro cittadino. Non è più soltanto un problema delle periferie, ma una crisi strutturale che attraversa l’intero tessuto urbano, dal centro storico alle aree di espansione. Negli ultimi quattro anni, la politica locale non ha dedicato al commercio la giusta importanza, relegandolo a tema secondario, quando invece è uno dei pilastri della tenuta sociale di una città. E oggi ne paghiamo il prezzo. Non è più credibile tirare in ballo la grande distribuzione o l’e-commerce: sono realtà consolidate da anni. Altrove si è reagito con politiche urbane, fiscali e di rigenerazione. A Eboli, invece, si è rimasti fermi.
Eppure, era in nuce, in embrione, un progetto che avrebbe potuto segnare una svolta: un distretto del commercio, con Eboli capofila. Un’idea strategica, capace di fare rete, intercettare risorse, programmare interventi coordinati. Di tutto questo, però, non si è fatto nulla. Un’occasione persa che pesa come un macigno sulle responsabilità politiche. Il risultato è un circolo vizioso micidiale: se il commercio chiude → meno entrate per l’erario comunale; meno entrate → meno servizi e meno investimenti; più chiusure → più famiglie in difficoltà, meno posti di lavoro, più desertificazione urbana. Un meccanismo che si autoalimenta e che rischia di diventare irreversibile.
E quando una città si spegne la sera, non è solo una questione economica. Una saracinesca abbassata è un segnale di arretramento civile. Una luce accesa, al contrario, è un presidio involontario di legalità. Negozi, bar, attività aperte scoraggiano il degrado, inducono chi vorrebbe delinquere a desistere, rendono le strade vive e presidiate. Anche questo, negli ultimi anni, è stato colpevolmente sottovalutato.Sul fronte della sicurezza, è giusto ricordare che la Polizia Municipale è passata da circa 25-26 agenti a 36 unità. Ma parliamo di un territorio vastissimo, quasi 138 km². È evidente che non basta.
La videosorveglianza deve smettere di essere uno slogan elettorale e diventare uno strumento reale di deterrenza, utile tanto alla sicurezza quanto alla percezione di vivibilità Urbana. A tutto questo si aggiunge un altro nodo mai sciolto: la valorizzazione del patrimonio comunale. Su tutti, il Palasele.
Oggi è uno dei principali hub del Sud per concerti e grandi eventi, eppure è gestito da una società di Cava de’ Tirreni. Una scelta che priva Eboli di una gestione strategica diretta. Sarebbe invece necessario affidarlo a una società controllata dal Comune, una vera “Eboli Patrimonio”, (vedi anche il grande complesso C20 al Molinello che potrebbe essere destinato a fini sociali) capace di programmare e di trasformare ogni evento in ricchezza diffusa per la città.
Perché oggi il modello è fallimentare: autostrada → parcheggio → concerto → via. Eboli resta spenta, fuori dal circuito.
Con politiche intelligenti – ticket, convenzioni, sconti su pranzi, cene e percorsi nel centro storico – l’avventore potrebbe arrivare prima, fermarsi dopo, vivere la città. Un volano economico concreto, non uno slogan. Il paradosso è che Eboli non è una città povera di risorse. Al contrario. La sua vera fortuna è il comparto agroalimentare bufalino e florovivaistico della Piana del Sele, una filiera che fattura circa 4 miliardi di euro, con una quota significativa che insiste proprio sul territorio ebolitana. Manifestazioni come Expo Sele, pur importanti e utili per il settore agricolo, non bastano: valorizzano la produzione, ma non garantiscono automaticamente ricadute strutturali sul commercio urbano, se non vengono inserite in una strategia più ampia di sviluppo territoriale.Il problema, semmai, è la mancata redistribuzione di questa ricchezza sul tessuto cittadino. Ma questo è un tema enorme, che meriterebbe un articolo a parte. Intanto, però, non si può sottacere che antiche famiglie mercantili hanno abbiurato, rinunciando ad attività storiche che per decenni hanno dato identità e lavoro alla città. E non è un segnale da poco.
Eboli poi sconta anche una zona industriale che non decolla completamente e una fascia costiera di circa 8,5 chilometri, con pinete che in altre parti d’Italia sarebbero una ricchezza inestimabile. Qui, invece, restano spesso uno slogan elettorale, tra problemi di depurazione, mare non sempre pulito, sporcizia, prostituzione e degrado. I pochi imprenditori balneari che resistono lo fanno più per coraggio che per condizioni favorevoli.PNRR, fondi PRIUS, programmazioni: tutto importante, ma con una macchina comunale che appare in affanno e risorse che hanno scadenze precise, la priorità deve essere valorizzare ciò che Eboli già possiede.
Il 2026 non può essere un altro anno di rinvii. Deve essere l’anno della svolta, del rilancio del commercio di prossimità, della riaccensione delle luci. Perché una città senza commercio è una città senza anima. E una città che resta al buio, alla lunga, finisce per spegnersi del tutto.
Eboli, 5 gennaio 2026






