Una testimone italo-venezuelana racconta a POLITICAdeMENTE 26 anni di paura, privazioni, esilio forzato. Un atto d’accusa contro il socialismo reale e l’arroganza di chi, dall’Europa, pretende di spiegare ai venezuelani cos’è la libertà. Mentre il mondo discute e specula, il Venezuela attende ancora il cambiamento definitivo. Tra timori, silenzi e speranze, la voce di chi ha pagato sulla propria pelle il “chavismo” con il fallimento di un sistema che ha arricchito le élite e impoverito il popolo.

a cura di Marco Naponiello per POLITICAdeMENTE
“È facile essere comunista in un paese libero, difficile essere libero in un paese comunista” (San Giovanni Paolo II)
CARACAS – Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa testimonianza di una nostra conoscente italo-venezuelana sul dramma che da anni attraversa il Venezuela, una nazione da sempre travagliata, nonostante un sottosuolo tra i più ricchi del pianeta: petrolio, oro e minerali preziosi che avrebbero potuto trasformarla in una sorta di Arabia Saudita del Sud America e che invece sono diventati il simbolo di un’occasione storica mancata.
Il Venezuela rappresenta oggi l’ennesima dimostrazione del fallimento del socialismo reale: un modello che, ovunque sia stato applicato, ha finito per arricchire le classi dirigenti, svuotare il nome del marxismo e impoverire drammaticamente il popolo, costretto alla fame, alla repressione e all’esilio.
Questa testimonianza è anche una critica dura verso quegli pseudo-intellettuali occidentali che, comodamente seduti nei salotti europei, si arrogano il diritto di spiegare ai venezuelani cosa sia o non sia una dittatura. Emblematico, in tal senso, il video circolato sui social in cui un dirigente della CGIL tenta di “spiegare” la realtà venezuelana a un cittadino costretto a lasciare il proprio Paese. Una scena surreale e offensiva: uno straniero che pretende di insegnare a uno degli oltre otto milioni di esuli cosa sia la dittatura che lo ha costretto a fuggire.
Di seguito, la testimonianza diretta, che pubblichiamo integralmente, nel rispetto dell’anonimato richiesto. Un anonimato che la dice lunga su come sia pericoloso esprimere le proprie opinioni in Paesi ostaggi di regimi dittatoriali, e una cosa è certa le dittature sono dittature e basta, non esistono quelle di sinistra e/o di destra. Tutte iniziano con il voto, poi si inizia a cambiare le costituzioni, poi ancora ad una ad una minare tutte le promanazioni delle Istituzioni, fino poi a impossessarsi dei Paesi e non riconoscere più le libertà e le leggi se non il “verbo” del Dittatore., ricordandoci quel “ME NE FREGO” e chi lo pronunció compreso tutti i dolori che ci ha procurato.
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«Sono stati liberati solo in nove. Intanto si moltiplicano le speculazioni sulle cause del ritardo, ma bisognerà attendere per capire cosa stia realmente accadendo.
Il venezuelano comune, quello che ha sofferto per questi ventisei anni privazioni di ogni tipo – inclusa l’assenza di familiari e amici costretti a lasciare il Paese per mancanza di opportunità – è ancora in attesa del cambiamento definitivo per scendere in strada a festeggiare. La paura di ciò che potrebbe accadere è ancora forte; di questi temi si parla solo nell’intimità della propria casa.
Ma quando quel momento arriverà – e speriamo che sia presto – l’intero Venezuela si vestirà di tricolore e avrà le porte aperte per tutti coloro che sono stati costretti ad andarsene.
Non sono una simpatizzante di Donald Trump, tuttavia riconosco che, grazie a una sua decisione, ogni giorno siamo un po’ più vicini a poterci dare quel grande abbraccio che attendiamo da anni.
Per questo condivido ciò che dicono molti venezuelani: se non hai vissuto qui, è meglio che tu non esprima un’opinione.»
Afferma la giornalista italo-venezuelana, che chiede di mantenere l’anonimato.
Continua la reporter, sottolineando come «…il dolore dell’esilio e della repressione non possa essere banalizzato né strumentalizzato».






