Quel tragico fallimento dei modelli di previsione

L’incidente nella centrale di Fukuschima è stato classificato di livello “7”, il massimo della scala di misurazione con emissione di prodotti radioattivi a breve, media e lunga decadenza.

Chernobyl e Fukuschima dimostrano che, la complessità di un reattore, le risposte, l’evoluzione delle sue anomalie non sono affatto predicibili.

Centrale Nucleare Fukushima il disastro

di Erasmo Venosi (Astrofisico)

ROMA – Le Autorità giapponesi hanno classificato con il livello massimo, il “7” della scala INES (International Nuclear Event Scale), l’incidente nella centrale di Fukuschima. La centrale è composta da 6 reattori ad “acqua bollente”, di potenza termica variabile tra 1,2 e 4,4 milioni di Kw. I reattori coinvolti sono quattro, per una potenza termica complessiva di circa otto milioni di Kw termici. Il copione sperimentato per tutti gli incidenti nucleari occorsi in questi anni si è ripetuto: sottostima, censure, “veline“ raccolte anche in Italia sulla “stima” del materiale radioattivo rilasciato, che sarebbe “pari al 10% di quello rilasciato a Chernobyl”.

L’Istituto Superiore per la Sicurezza Ambientale, vigilato dal Ministero dell’Ambiente, nello spiegare il livello 7 della scala Ines, usa l’inesistente classificazione “incidente nucleare severo”. L’ENEA, correttamente, utilizza la reale denominazione del livello “7”, ovvero “incidente gravissimo “ . Ricordiamo che la scala Ines serve a rendere percepibile, in maniera corretta, al cittadino, la gravità dell’evento che comporta emissioni radioattive. E’ una scala logaritmica, pertanto, passando dalla classificazione originale 4 alla attuale 7, i danni sono aumentati di 1000 volte.

Un incidente nucleare pari a “7” della scala Ines, comporta il rilascio all’esterno di una frazione elevata del nocciolo del reattore, con l’emissione di prodotti radioattivi a breve, media e lunga decadenza. Le quantità radioattive stimate ammontano a decine di miglia di miliardi di radiazioni al secondo di Iodio-131. Quindi effetti acuti sulla popolazione ed effetti ritardati su una area ampissima, oltre che danni all’ambiente per un tempo lunghissimo.

Erasmo Venosi

La probabilità di un incidente come quello di classificato di “livello” 5, era di uno su 100.000 anni, ovvero pari, come ordine di probabilità, a quello della caduta di un meteorite. Questo dice il calcolo delle probabilità applicato alle sequenze incidentali di un reattore nucleare. Invece la realtà è tragicamente diversa da quella immaginata a tavolino con i modelli matematici! Gli incidenti di livello “6” (grave) e livello “7” (molto grave) sono stati analizzati in alcuni studi come Rapporto Brookhaven , Rapporto Rasmussen conosciuto come “Studio sulla sicurezza del reattore”.

Lo studio analizzava 100 reattori nucleari in USA. Le probabilità di fusione del nocciolo risultavano modeste, ma le conseguenze a breve e a lungo termine enormi! Il Rapporto afferma “ per ogni 10 morti per radiazioni, possono essere previste 7000 morti successive per neoplasie, 7000 difetti genetici e una contaminazione di 3000 miglia quadrate di territorio”. Il Rapporto si fondava su ipotesi superottimistiche , al limite dall’astrazione dal reale come: scelta di siti distanti almeno 50 Km dalle Città, bassa densità di popolazione, esistenza del piano preventivo di evacuazione che inizia 2 ore dopo l’emissione radioattiva e si completa entro 10 ore.

La popolazione interessata è quella residente entro un raggio di 40 Km dal reattore. Gli eventi giapponesi hanno reso evidente anche ai “ciechi” che , né metodo deterministico di ipotizzare un incidente nucleare né metodi probabilistici, in cui si analizzano le serie d’incidenti stimandone la probabilità possono tutelare da esiti smisuratamente nefasti rispetto a ipotetici benefici del nucleare. L’incidente di riferimento di progetto (DBA: Design Basis Accident) è il LOCA ovvero la perdita di refrigerante e che, ha una probabilità di accadimento di uno su un milione di anni di funzionamento di un reattore.

Chernobyl e Fukuschima dimostrano che, la complessità di un reattore, le sue risposte, l’evoluzione delle sue anomalie di funzionamento non sono predicibili attraverso sofisticati modelli di Probabilistic Safety Analysis (PSA).

Roma, 20 aprile 2011

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