Più lavoro, meno reddito: il paradosso che indebolisce il Sud. ACLI Salerno: nella ricerca ACLI-IREF: occupazione in crescita ma salari reali in calo (-18% di potere d’acquisto). Senza lavoro dignitoso, non c’è pace!

POLITICAdeMENTE
SALERNO – In occasione della Festa dei Lavoratori, le ACLI provinciali di Salerno si riconoscono pienamente nel messaggio dei Vescovi italiani per il 1° maggio 2026, “Il lavoro e l’edificazione della pace”, che richiama con forza il valore del lavoro come fondamento della convivenza civile e strumento concreto di costruzione della pace.
I Vescovi ci ricordano che il lavoro non è soltanto produzione economica, ma una vera e propria “azione collettiva generativa”, capace di creare legami, dignità e futuro. Una visione che interpella profondamente anche il nostro territorio, dove il lavoro continua a rappresentare una delle principali fragilità sociali.
Secondo i più recenti dati ISTAT, nel 2025 il Mezzogiorno registra segnali di miglioramento, con una crescita dell’occupazione (+0,7 punti), ma resta segnato da un divario strutturale rispetto al resto del Paese: il tasso di occupazione si ferma intorno al 50%, contro quasi il 70% del Nord, mentre la disoccupazione resta più che doppia, superando l’11%.
A questo si aggiunge un elemento di forte preoccupazione: la recente ricerca ACLI-IREF “Un’Italia stabilmente fragile” presentata ieri a Roma a valere su un campione di 4milioni di contribuenti , evidenzia un paradosso sempre più evidente nel nostro Paese. Si lavora di più, ma si guadagna meno. Negli ultimi anni si è registrata una perdita del potere d’acquisto pari al 18%, segno di un impoverimento progressivo che colpisce anche chi un lavoro ce l’ha. Il lavoro povero non è più un’eccezione, ma una condizione diffusa.
Allo stesso tempo, la mobilità resta molto limitata: il 66,1% dei lavoratori che nel 2020 si trovavano nel livello di reddito più basso è ancora lì nel 2025. I dati mostrano come oltre la metà dei lavoratori (51%) non abbia recuperato l’inflazione cumulata del periodo pre covid, con una conseguente perdita di potere d’acquisto, che in media è stato dell’8,7%. Parimenti, l’intermittenza del lavoro aumenta, a prescindere alla tipologia contrattuale, perché anche la condizione del cosiddetto lavoro stabile oggi interessa realtà lavorative che stabili sono solo dal punto di vista contrattuale, come i soci di cooperativa, gli stagionali e gli assunti dalle agenzie interinali, senza tener conto che grazie al Jobs Act ogni lavoratore/trice può essere soggetto a licenziamento ogni momento anche se assunto a tempo indeterminato Il decreto Lavoro non introduce un salario minimo legale ma è obbligato a intervenire sul tema come previsto dallo stesso governo.
Nella misura viene introdotto, in modo propagandistico, il principio del “salario giusto” legato ai contratti collettivi nazionali più rappresentativi. Si tratta di una disposizione obbligata e accettata malvolentieri dopo il tentativo, naufragato, di legittimare anche i contratti pirata dei sindacati gialli, come quello siglato dall’Ugl sui rider.
Il salario “giusto” legato ai contratti più rappresentativi, tuttavia, non garantisce comunque l’attuazione dell’art. 36 della Costituzione, che afferma che «la retribuzione sia proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e, in ogni caso, sufficiente ad assicurare al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Dentro questo quadro, la provincia di Salerno continua a vivere criticità profonde: livelli di disoccupazione storicamente elevati, forte incidenza della disoccupazione giovanile e femminile, diffusione del lavoro precario e irregolare. Si tratta di fragilità strutturali che limitano le prospettive di sviluppo e alimentano disuguaglianze sociali sempre più marcate.
Questi dati consegnano una verità chiara: il lavoro resta il principale nodo irrisolto per lo sviluppo del nostro territorio. E oggi non basta più parlare di lavoro in termini quantitativi: è la qualità del lavoro a fare la differenza tra inclusione ed esclusione, tra dignità e marginalità.
Per questo, in questo 1° maggio, sentiamo il dovere di andare oltre le analisi e rivolgere un appello forte alle istituzioni. Non bastano interventi episodici o misure emergenziali. Serve una strategia strutturale per il lavoro nel Mezzogiorno e nelle aree come la nostra provincia: politiche industriali credibili, investimenti in infrastrutture materiali e sociali, sostegno all’occupazione stabile e un contrasto deciso al lavoro povero e irregolare.
Non è più accettabile che intere generazioni siano costrette a scegliere tra precarietà, emigrazione o inattività. Non è più tollerabile che il lavoro venga trattato come una variabile secondaria nelle scelte politiche ed economiche. Il lavoro deve tornare al centro dell’agenda pubblica.
Le ACLI, a livello nazionale e territoriale, continuano a operare quotidianamente per accompagnare le persone, promuovere formazione, sostenere le famiglie e costruire percorsi di inclusione lavorativa. Ma è evidente che senza una responsabilità forte e condivisa delle istituzioni, ogni sforzo rischia di essere insufficiente.
Il messaggio dei Vescovi è chiaro: non può esserci pace senza lavoro dignitoso. Costruire lavoro significa costruire comunità, ridurre le disuguaglianze e restituire speranza. È questa la sfida che abbiamo davanti. Ed è questa la responsabilità che, come ACLI di Salerno, intendiamo continuare ad assumerci con determinazione.
Salerno, 1 maggio 2026






