Come cambia una citta’ come cambia un territorio

Come cambia una Citta’ come cambia un territorio. Una città qualsiasi, come Napoli o Caserta o un territorio qualsiasi, ad esempio come la Campania.

compro oro

compro oro

di Bianca Fasano
da POLITICAdeMENTE il blog di Massimo Del Mese

NAPOLI – Una città qualsiasi, come ad esempio Napoli, un territorio qualsiasi, ad esempio la Campania.  Ricordo che, bambina, mia madre mi raccontava la vita difficile dopo la seconda guerra mondiale. Ricordo una foto di mio padre per Via Roma già dirigente di Banca ma emaciato, coi panni che gli cadevano addosso. Mia madre coi miei quattro fratelli (non ero nata), magra ma giovane e speranzosa. Sì: alla fine della guerra, malgrado “I ladri di biciclette”, si sperava: si sperava nel futuro, nella ricostruzione, nell’America, nel lavoro, nel domani. Qualche catenella d’oro finiva, assieme ad altri gioielli di famiglia, al banco dei pegni, opportunamente ritirata a fine mese, con lo stipendio, per poi riportarla il mese successivo. Non è certamente stato facile il periodo  che dal 1945 al ’63 portò fuori dalle sofferenze e dalla miseria il nostro Paese fino all’Italia del boom economico: già nel ’58 qualche spiraglio di luce e poi nel tempo il passaggio da un paese con forza lavoro dal settore agricolo a quello industriale; alle prime esperienze di una economia legata alle dinamiche dei mercati europei; all’espandersi complesso e non sempre omogeneo di un’industria italiana, divenuto settore trainante. Cifre conosciute: nel 1961 gli occupati dell’industria erano il 38%, quelli del terziario il 32%.

poveri

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La decadenza del settore agricolo, pur se evidente (dal 42% dal 1951 al 30% della forza lavoro nel 1961), non era però divenuta lo strazio odierno regalatoci dalla “terra dei fuochi” “quell’aerea geografica compresa tra le province di Napoli e Caserta, dove i rifiuti vengono ‘smaltiti’ illegalmente. In che modo? Bruciandoli o interrandoli.”

Uno degli aspetti della “città che cambia”. Si viveva ancora il tempo in cui c’era l’illusione sull’aiuto alle regioni del Sud tramite la “Cassa del Mezzogiorno”, sull’edilizia popolare, poi sfociata anche nell’emarginazione di Scampia. Il vento dell’industrializzazione condusse, a Bagnoli (dimenticando il litorale marittimo affacciato sul golfo di Pozzuoli, la spiaggia meravigliosa, la purezza dell’aria e “alla faccia dell’inquinamento ambientale”), l’industria siderurgica, destinata a trasformare anche il meridione d’Italia in un “parco industriale”, invece che in un “parco archeologico/naturale”. Trascurando che il futuro dei nostri giovani avrebbe dovuto essere (ieri come oggi, laddove sta scomparendo la storia dell’arte nelle scuole), nelle nostre opere d’arte, Accadde dunque che nei nostri territori incontaminati, nella nostra storia, tra Nisida e Capo Miseno già cantata prima da Omero e poi da Virgilio, piombasse, ad un passo dal mare l’Ilva, poi Italsider, poi di nuovo Ilva. Portò la ricchezza, occorre dirlo, assieme all’Eternit, vi lavoravano più o meno 14/15.000 persone ma condusse anche le vittime dell’Eternit, i cui familiari, pochi giorni or sono si sono costituiti parte civile nel processo di Bagnoli.

comproorochiuso

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“La mancata bonifica  –  rende noto l’associazione “Mai più amianto”, nata per assistere legalmente i familiari delle vittime – ha provocato danni al territorio e all’ambiente ma anche alla salute dei cittadini. Poi giunse la deindustrializzazione, che ci lascio di nuovo “cadaveri eccellenti”, spoglie contaminate, rovine non più belliche, ma di una società in frantumi. Cambiava di nuovo il volto della città, nasceva “Città della Scienza”. Poco importa che si sussurrasse presenti su di essa meccanismi micidiali tra investimenti senza ritorno, impegni di affaristi, di opportunisti, strani giochi nascosti e più o meno evidenti e conosciuti, poi andati a fuoco assieme alla Città: -”Del  museo interattivo più famoso in Europa è rimasto un pugno di cenere e umori di legno abbrustolito. Degli altri tre padiglioni si intravede lo scheletro ancora fumante e poco altro.“

Tanto da far ricordare la poesia di Ungaretti: Di queste case/ non è rimasto/ che qualche/ brandello di muro/ Di tanti che mi corrispondevano/ non è rimasto/neppure tanto”Un muro di silenzio e “la ricostruzione”. La città che cambia non fa che costruire o ricostruire modelli. Alcune modifiche ci ricordano tristemente il passato, come le resse a Napoli (ad esempio) al Banco dei Pegni (specialmente nel periodo in cui l’oro ha avuto quotazioni da sballo), ma anche i silenziosi, vergognosi, tristi  ingressi a faccia bianca nei “Compro oro”, che si sono distribuiti per le città, con opportuni cartelli stradali indicatori e nei vari uffici “di pegni”. Altre ci mostrano come i  cittadini possano  giocarsi lo stipendio in vari modi: un recente rapporto dell’Eurispes racconta che il 34,5% degli italiani gioca d’azzardo soltanto per divertirsi, prediligendo Gratta e Vinci e Lotto. Ma il 12,1% degli italiani pensa per esempio che il gambling sia uno dei modi per “vivere un momento emozionante”, il 32,7% gioca sperando in una improbabile svolta economica e il 15,6% è alla ricerca di soldi “facili.

lanterne rossepiccolo

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Dimenticando che “Il banco vince sempre”. I negozi cambiano padrone e grandi esposizioni di vendita vedono sulla facciata “le lanterne rosse” della nuova e proliferante forza economica cinese. Cambiano le città, cambiano i territori, ma non sembra si possa dire “in meglio”, laddove, ad ogni angolo di strada, si ritrova qualcuno che chiede l’elemosina. Dall’immigrato che “ha fame”, ma parla al cellulare e non si sa come faccia a trovarsi “sul posto di lavoro” al mattino e chi lo venga a prendere la sera, al distinto signore con il cappello, probabilmente pensionato. Ma anche ad un numero elevato di zingari che giungono in metrò al mattino (intere famiglie) e si dividono le zone. Si assiste allibii all’episodio del mendicante cui giunge il ragazzo del bar a portare (in strada), cappuccino e cornetto. Si diviene sordi, si diviene cechi, di fronte a questa marea di bisognosi e ci si sente (magari), bisognosi anche noi, con il lavoro che sfugge, il figlio disoccupato, malpagato, emigrato o studente svogliato e senza futuro. Non sembra proprio felice questa città, questa civiltà che cambia.

Napoli, 23 febbraio 2014

1 commento su questo articoloLascia un commento
  1. Basta avere un po’ di anni e un po’ di memoria storica per rendersi conto che la Campania ha smesso da tempo di essere ricca come il Regno delle due Siciile, quando l’industrializzazione era del luogo ed il 90% della moneta in oro dell’intera “Italia” veniva dalla zecca di Napoli

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