MATTEO RIPA: Da Eboli a Pechino

EBOLI – Proseguiamo nella pubblicazione di atti e documenti sapientemente raccolti e offerti ai lettori di POLITICAdeMENTE da Mariano Pastore. Un viaggio nel passato, sempre alla ricerca di noi stessi attraverso le gesta di uomini coraggiosi e avventurosi, come il caso di Matteo Ripa, grande uomo di cultura ebolitano. Uomo illustre, che dopo le sue gesta e il suo percorso di missionario di Dio nel Mondo, veniva preceduto in ogni luogo dalla sua fama.

La sua permanenza in Cina è la prova del suo carattere di uomo diplomatico e sicuro di se, che riesce con le sue doti affabili e le sue capacità indiscusse di uomo di arte e di cultura, ad essere protagonista in un paese di millenaria tradizione come la Cina. Uomo di fede, fine pittore, bravo incisore, ottimo  d’ingegno, dolce, affettuoso e sicuro nei modi, conquistò la stima dei semplici e dell’Imperatore Kanghsi.

Matteo Ripa

Matteo Ripa

Matteo Ripa attuale più che mai. Nella “conquista” dell’Oriente in nome della Chiesa e di Dio, oltre ad aver reso in maniera organica e professionale il primo e vero rapporto diplomatico e di scambio culturale, politico ed economico, tra uomini di culture , di continenti e di stati diversi, elevandolo a scuola, ha anticipato di oltre 300 anni quello che oggi le grandi potenze economiche e commerciali hanno scoperto dell’Oriente e della Cina: il più grande mercato del mondo.

Grazie a Mariano Pastore facciamo un altro tuffo nella storia. Storia del Mondo, con un personaggio come Matteo Ripa, neanche a farlo a posto di Eboli, a riprova di come questa Città e come questi territori si sono incrociati con la storia universale. Questo a memoria degli uomini ma non per vivere di “noblesse oblige” e precipitare in una decadenza senza fine, ma per sollecitare punti di orgoglio e per recuperare forza e coraggio per risalire la china.

Oggi dirigenti ingrati, Rettore e amministratori dell’Istituto Orientale di Napoli, vogliono alienare i terreni così detti “dei cinesi”, “la Petruccia” “le Filette”, senza averne titolo, terreni su cui gravano gli Usi Civici e nessuno se non i cittadini ebolitani possono stabilire di rinunciare a questo gravame.

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MATTEO RIPA

(Servo di Dio)

DA EBOLI A PECHINO

di Mariano Pastore

Nella “Storia della Fondazione Della Congregazione e del Collegio dei Cinesi sotto il titolo della Sacra Famiglia di G. C., scritto da Matteo Ripa”, si legge che nacque a Eboli il 29 marzo 1682, da famiglia nobile “baroni di Pianchetelle” originaria di Brindisi. Appena quindicenne fu mandato dal padre Gianfilippo in Napoli per iniziare gli studi. Il padre era medico, la mamma Atonia Longo casalinga lo lasciò orfano all’età di cinque anni: passò l’infanzia e l’adolescenza in un ambiente sano.

Giunto a Napoli, purtroppo, vistosi solo in una grande città, “buttati in un canto i libri, si mise in compagnie di giovani scapestrati, dandosi ad ogni licenza e vizi giovanili”. All’inizio si ricordò dei consigli ricevuti dai genitori prima della partenza, ma ben presto cominciò a trascurare suo malgrado le pratiche di pietà (trovandosi) a suo agio in compagnie poco raccomandabili. Egli stesso cita nelle sue Memorie: “…descrivo con distinzione la vita poco cristiana, immerso nei vizi”. La sua vita cambiò radicalmente nel 1700, aveva diciotto anni, per caso, ascoltando una predica di un frate francescano su un banco davanti al palazzo del Vicerè, decise di farsi prete secolare iscrivendosi alla Congregazione di Maria della Purità dei Preti secolari Missionari.

Nel maggio del 1701, Matteo Ripa aprì il suo animo a Padre Torres, che godeva fama di essere un esperto conoscitore di coscienze. Dopo averlo ascoltato, Padre Torres lo guardò per qualche istante, lo abbracciò e gli disse di farsi sacerdote. Il 2 maggio, festa del Corpus Domini, Matteo Ripa indossava l’abito chiericale a soli ventitre anni ed il 28 maggio del 1705 ricevette gli ordini sacerdotali in Salerno. Seguendo sempre i consigli di Padre Torres, partì per Roma il 26 novembre dello stesso anno, per istruirsi in un Collegio espressamente fondato per ecclesiastici che volessero dedicarsi alle Missioni. Partì senza mezzi di sorta: “solo con una camicia”; raggiunse la Capitale a piedi, da pellegrino, mendicando il vitto,insieme ad un suo caro amico: don Gennaro Amodei. In un colloquio avuto col Santo Padre Clemente XI ebbe il permesso di andare in Missione in Cina e gli furono assegnati come compagni Padre Guglielmo Fabri Bonjour, agostiniano di Tolosa, Fra don Onorato Funari, Padre Petrini e Padre Cerù.

Il Papa promosse a capo della Missione Padre Funari, destinando Matteo Ripa come suo vice ed economo. Mancava nell’elenco il suo caro amico Amodei perché ammalato, ma Ripa lo fece includere nella Missione con una lettera commovente indirizzata al Cardinale Prefetto di Propaganda e Fede. L’8 ottobre 1707 la comitiva apostolica fu ricevuta di nuovo dal Papa, il quale diede a ciascuno una medaglia d’argento e la propria benedizione. Il lungo viaggio ebbe inizio il 13 ottobre 1707, nella sosta a Bressanone Padre Funari mentre celebrava la messa fu colto da un colpo apoplettico e dovette lasciare a Matteo Ripa il ruolo di capo missione.

Matteo Ripa

Matteo Ripa

Lasciato il suolo italiano, il 3 Dicembre erano a Colonia, il 7 gennaio 1708 a Londra dove, per l’intervento dell’ambasciatore di Venezia, ottennero dai direttori della Compagnia di Navigazione delle Indie il permesso d’imbarcarsi su uno dei vascelli ancorati nel porto, asserendo che si sarebbero portati dal Cardinale de Tournon per offrirsi come “virtuosi” all’Imperatore cinese e il Ripa in qualità di “pittore”. Imbarcati sul “Donegal” l’11 febbraio del 1708, giunsero al Capo di Buona Speranza il 6 settembre per ripartirne il 19, sostando nel Bengala e a Malacca con una permanenza di cinque mesi a Manila. Ne ripartirono imbarcati sul “Petaccio” arrivando a Macao la notte del 2 gennaio del 1710. Macao, a quel tempo, era l’emporio dei mercanti portoghesi ed anche il primo territorio cinese governato da Europei.

Nei documenti del Collegio dei Cinesi apprendiamo che il Ripa a Macao stette dal Cardinale de Turnon e fu accolto dal Legato “con grandissimo affetto che non si puo immaginare”. Ripartì per Canton dopo la morte del de Turnon avvenuta l’8 giugno 1710 a Macao. Dalle memorie di Matteo Ripa attingiamo notizie del soggiorno a Canton: “…. Terminata ch’ebbi la copia del quadro, ed il ritratto del cinese, l’uno e l’altro coi loro originali, l’inviai al Vicerè, il quale subito mi mandò l’ordine che dipingessi altri otto quadri, e come se fossero stati di vetro, che si fanno col soffio, per suo ordine il seguente giorno furono dimandati quanti ne avessi finiti. Sentendo che neppure avevo terminato di apprestare le tele, non mi lasciavano in pace, e frequentemente sollecitavano il disbrigo. Infine terminati che l’ebbi l’inviai al Signor Vicerè e da questi furono spediti all’Imperatore”.

A Canton rimase dal 17 giugno al 27 novembre “per ivi apprendere la lingua”. Donde egli prosegue “promisi di inviare all’imperatore alcune mie pitture, che avevo già incominciato a Macao”. Esse, infatti, furono “spedite dal Vicerè il sei agosto per Pekin con lo sparo de’ mortaretti siccome che s’invia cosa alcuna all’Imperatore da quei  Mandarini si costuma fare in segno di ossequio e stima”. Possiamo immaginare, perciò, che la sua fama di esperto pittore, attraverso le sue pregiate tele, era già sufficientemente nota nella Corte Imperiale Cinese, prima ch’egli giungesse a Pechino.

Matteo Ripa, come egli stesso asserisce, aveva manifestato sin da fanciullo una grande predisposizione per la pittura. Egli entrò a Corte appunto per le sue qualità di pittore e nello stesso tempo d’incisore: “giacché è costume di quella Corte di accogliere i professori di scienza e di arte”. Con un lungo viaggio durato due mesi e mezzo, Matteo Ripa giunse il 6 febbraio 1711 verso mezzogiorno a Pechino: “Entrò nella Corte di Pechin e si presentò all’Imperatore in qualità di pittore, mandato dal Cardinale de Tournon; l’Imperatore l’accolse bene, ciò che giovò alla sua missione, la quale era il suo scopo principale”. Nel 1930 fu scoperto nel tempio imperiale un documento, corretto con inchiostro rosso dall’Imperatore Kanghsi, nel quale si dice che “anni fa, vennero dall’occidente Bonjour, Petrini e Matteo Ripa; tutti e tre dicevano di essere mandati dal Pontefice .

2) Alla Corte di Pechino occupatissimo nelle opere artistiche e l’apertura di un Collegio in Cina.

Matteo Ripa fu ammesso alla Corte di Pechino in qualità di pittore, gli riuscì a meraviglia tanto che entrò nelle grazie dell’Imperatore e cominciò il vero scopo a bene della sua missione. Era noto che gli Europei erano invitati alla corte orientale per introdurvi le arti, le scienze e la civiltà dell’Occidente. Nei tredici anni che passò alla Corte cinese, Matteo Ripa svolse con grande abnegazione l’attività di sacerdote e di missionario cattolico. “Le prime conversioni in Cina, dice Ripa, furono due durante il viaggio da Canton a Pekino” e queste aumentarono il suo amore per i Cinesi rendendolo ancora più vivido.

Per avvicinarsi maggiormente ai Cinesi, dopo il ritorno da Ge-hol in Pechino, egli istituì presso una famiglia cristiana una cappelletta con annesso un oratorio dove ogni mese si radunavano le persone cristiane dei dintorni e dove ascoltava le loro confessioni. Chiamato dall’Imperatore a palazzo, Ripa ebbe la sorpresa di trovarvi fondata una scuola di pittura per giovani, diretta da un italiano: il piemontese Giovanni Gherardini, artista di professione, pittore e architetto decoratore di grande talento, già famoso in Cina come il Padre Bouvet. Egli fu il primo ad introdurre in quel paese la pittura ad olio, era abilissimo in architettura, in decorazione e valente in musica.

La residenza di Ge-hol disegno di Ma kuo-Hsien nome cinese di Matteo Ripa

La residenza di Ge-hol disegno di Ma kuo-Hsien nome cinese di Matteo Ripa

L’attività di pittore del Ripa durò solo due mesi: dal 7 febbraio al 9 aprile 1711; infatti riferisce: “ …a dipingere sino al mese di Aprile, quando mi fu dalla Maestà Sua ordinato che mi adattassi all’incisione, l’Imperatore da molto tempo era desideroso di avere al suo servizio uno che sapesse intagliare sul rame. So – prosegue il Ripa –  che sapevo fare alcune dimostrazioni ottiche ed il modo di intagliare il rame ad acqua forte, benché non ne avessi la pratica, mi esibii a farlo, dandomisi però un poco di tempo per acquistare esperienza”. L’Imperatore vedendo alcune stampe ne rimase compiaciuto, dicendo “di essere quelle Pampei, cioè un tesoro” e gli ordinò di raccoglierle in un apposito libro. Si trattava delle vedute della sua splendida dimora villa Ge-hol e l’Imperatore gli ordinò d’intagliare su rame la Carta geografica di tutto il vastissimo Impero della Cina e della Tartariaperché erale piaciuta la raccolta da me fatta in un solo libro suddette trentasei vedute della villa mi ordinò che avessi fatto lo stesso solo dopo aver dato fine alla carta geografica, che incisi in quarantaquattro rami ed è quella stessa che vedasi esposta nella nostra sala colle lettere Tartare e Cinesi”.

Matteo Ripa non era soltanto abile come pittore ed intagliatore di rame ad acqua forte e bulino, ma anche come meccanico. Alla Corte di Kanghsi egli si adoperò per riparare accuratamente un gran numero di orologi di arena. Questi-ricorda Matteo Ripa-  “davansi tutti al Padre Suarez , il quale altro non faceva che osservare quali di essi era esatto e poi li restituiva all’Imperatore dicendo che gli altri non si potevano accomodare e tutti furono da me ridotti a perfezione”.

Alla fine del maggio del 1719, Matteo Ripa prese con sé quattro giovanetti che insieme a Giovanni Battista Ku, che già stava con il Ripa dal 1714, furono i primi allievi della  scuola o collegio. Dopo poco tempo per ordine del Sovrano, la scuola fu trasferita nel Palazzo Imperiale e Matteo Ripa narra nelle sue “Memorie”: “Fin dall’anno 1714 scrissi avanti di aver preso in Ge-hol un giovanetto chiamato Giovan Battista Ku, nativo di questa terra di Ku-pe-cchieu, per abilitarlo allo stato sacerdotale. Or il dì 14 Aprile 1717 ne ricevei un altro di Pekino per nome Giuseppe, e ad esempio di questi due, essendo stato antecedentemente pregato da un altro per nome Giovanni, di età di quattordici anni, abitante in Ku-pe-cchieu, col pieno consenso del suo genitore, lo presi in quest’occasione, e meco lo condussi in Tartaria ed è appunto il benedetto figlio Giovanni Evangelista, morto in Cina dopo esservi ritornato Missionario Apostolico, con aver lasciato questa comunità un modello da doversi da ognuno de’ nostri imitare per riuscire un  perfetto operaio Apostolico. Avendo dovuto pernottare in Ku-pe-cchieu dal dì sette fino al dieci Giugno, si misero due altri giovanetti ad intraprendere la stessa vita, acconsentendo ai loro genitori, che con loro figli mi fecero istanza a volerli ricevere. Vinsi le preghiere del più grande colle lontane speranze che gli diedi di riceverlo se fosse persistito nella buona intenzione; il più piccolo però che era di anni dieci, vinse me col fervore, che dimostrò il volere in tutti i modi venire meco, siccome infatti lo condussi, e sarebbe stato per fare una grande riuscita, se per opera del comune nemico non l’avessi perduto, come sarò a suo luogo per dire”. Matteo Ripa si sentiva felice per la costituzione di questo piccolo internato. “Riuscì il tutto tanto bene ordinato, che sembrava piuttosto un noviziato che una scuola com’io la chiamava. La chiamava Scuola e non Collegio, perché ne’ principi, che presi detta gioventù, in verità non ebbi altro fine, che di far solamente una semplice scuola, da finire colla mia vita nella Cina stessa”.

Nel giornale delle Missioni Cattoliche, Anno IV n.19, si legge nella Storia della fondazione del Collegio dei cinesi che Matteo RipaScosso dalle persecuzioni e dai pericoli ai quali i Missionari continuamente soggiacevano insieme alla tenua gregge loro affidata, concepì il nobile e ardito pensiero di aprire un Collegio di giovani neofiti, e cosa che ha quasi del prodigioso, riuscì a fondarlo nella stessa Reggia di Pekino ove egli come antico artista in qualità di pittore stanziava”. Tutto ciò fu motivo di persecuzione specialmente da parte degli stessi missionari cattolici, sia per gelosia sia per altri motivi.

3) La morte dell’IMPERATORE KANGHSI. La decisione di tornare a Napoli.

La dinastia Ching, durata per 268 anni, iniziò dal 1644 con il primo Imperatore Schun-chih e finì nel 1912 con l’ultimo Imperatore Hsuan-t’ung ed é la seconda dinastia che conobbe un più lungo periodo nella storia cinese, infatti, la prima dinastia T’ang durò per ben duecentonovantotto anni. Il più prosperoso periodo venne dopo la sconfitta di tre ostinati generali della precedente dinastia Ming (1682) e la conquista dell’isola di Formosa, cominciò dall’Imperatore Kanghsi e finì con l’Imperatore Chienlung: un periodo di circa centotrentacinque anni. Kanghsi, morto nel 1722, regnò ben sessantuno anni, fu un imperatore illuminato e favorì il mecenatismo, dimostrandosi molto amico degli Europei. Durante gli ultimi istanti della vita dell’Imperatore, Matteo Ripa, assieme a Padre Angelo, era nella casa dello zio di Kanghsi.

Apprendiamo dalle “Memorie” di M. Ripa: “A venti di dicembre 1722, vigilia di San Tommaso apostolo, nella quale notte morì l’anno passato Monsignor Della Chiesa Vescovo di Pechino, stando dopo cena confabulando col  Padre Angelo nella solita casa dello zio di Sua Maestà, nella quale dimoravano in Haitien, sentii un insolito mormorio di voci dentro la villa Imperiale dal che io, che sapevo il costume del paese, presi il motivo di far subito serrare, ed assai bene le porte, e di dire al detto padre, o che era morto l’Imperatore, o che si era ribellata Pechino. Per accertarmi della verità, salii sul muro di cinta che divideva la nostra abitazione da quella della Villa Imperiale, vidi con grande stupore un gran numero di persone andare e venire chi per una strada, e chi per un’altra, senza scambiarsi alcuna parola; alla fine riuscii a sentire dal parlare di alcuni, che era morto Kanghsi. In seguito seppi che prima di morire impose al quarto figlio la cura dell’Impero, quindi si fece prendere il testamento, che già teneva scritto, e ordinò che il suo successore il predetto quarto figlio di nome Jung-cin doveva essere riverito e ascoltato sia dai fratelli che dalla corte. Appena morto il padre, Jung-cin fece vestire il cadavere, e fattolo porre in una sedia coperta, lo fece trasportare la stessa notte nel palazzo di Pechino, seguendolo a cavallo, e dietro di sé i suoi fratelli, figli e nipoti con un infinito numero di soldati con spade sfoderate in mano. Insieme a padre Angelo, andai a Pechino per entrare in Palazzo per dare il segno del nostro dolore per la morte di Kanghsi, ma non potemmo entrarvi neppure il giorno seguente ventidue in cui vi ritornammo”.

L’Imperatore era una persona di intelligenza straordinaria, di conoscenze molto vaste e di capacità insuperabili. La sua morte, in quel tempo, non soltanto fu una grande perdita per l’Impero, ma anche per gli Europei che desideravano rapporti di amicizia con la Cina. I cinesi, legati alle tradizioni culturali basate sulla dottrina confuciana, non avevano mai accettato gli Europei che non volevano accogliere i costumi e la cultura della loro nazione.

La presenza degli Europei aveva creato grandi problemi: usare il nome di Dio, onorare Dio ed onorare gli antenati soprattutto su questi ultimi due si basava la cosiddetta questione dei Riti, che non esistevano prima dell’arrivo dei missionari Domenicani e Francescani. La questione dei Riti era assai importante: “il proselitismo cattolico…… non era più possibile nell’Impero se non alla condizione di conformarsi ai Riti di Matteo Ricci (missionario in Cina nel sedicesimo secolo, fu lui che diede origine alla lunga diatriba nota comequestione dei Riti Cinesi che sconvolse l’attività missionaria in Cina per oltre due secoli e mezzo). Kanghsi era sempre molto gentile e paziente con gli Europei, ma l’ignoranza dei missionari d’occidente sulla cultura ed i costumi cinesi danneggiò l’atmosfera pacifica e amichevole che si era instaurata nell’Impero.

Abate Matteo Ripa

Abate Matteo Ripa

Avendo Matteo Ripa concorso insieme ad altri missionari della Sacra Congregazione alla libazione del vino in occasione dei funerali dell’Imperatore e della madre avvenuta ad 24 giugno dello stesso anno 1723 fece irritare non poco il nuovo Imperatore Jung-cin che era un uomo superstizioso e credulone sugli usi da osservare in occasione della morte dei genitori.   Matteo Ripa si oppose alla costruzione di una fontana artificiale perpetua che non avesse mai cessato di versare acqua, questo atteggiamento insieme al precedente dellalibazione fecero irritare ancora di più il nuovo Imperatore e furono segnali di contrasto, di estraneità e di fallimento del Cristianesimo in veste cinese, tanto che Matteo Ripa scriveva: quelle stesse persone della Corte, che sempre avevano cercato di disturbare la sua pace, avrebbero sparlato di lui in presenza di molti Cristiani….. dicendo che quanto faceva lo faceva senza autorità alcuna, che era tutto falso quel che loro dava ad intendere” e continuava:  “.. con tanti sudori, quasi non serviva, che a causare dissenzioni e scandali, per questo riflesso….. e temevo di potermi ritrovare in appresso,  cioè o di idolatrare, o di causare un gran sconcerto con grandissimo pregiudizio di quella misera Vigna del Signore….. mi confermai sempre più nell’accennata risoluzione di ritornare a Napoli”.

In poche parole, le ragioni di Matteo Ripa di ritornare in Europa erano: per prima cosa le opposizioni incontrate; in secondo luogo le accuse infamanti per la scuola da lui fondata, in terzo luogo i Riti cinesi ed infine le tendenze “teoiste” e la superstizione dell’Imperatore. Matteo Ripa soffriva molto, si sentiva un sopportato e ripetutamente diceva: “Il Signore mi visita con molte tribolazioni” e, ossessionato da quelli che egli chiamava “i persecutori della mia scuola”, il trentuno ottobre, vigilia di Ognissanti, portò un suo memoriale all’Imperatore, il quale, dopo averlo letto, gli disse che aveva tutte le ragioni di ripartire per l’Europa: “Questo Ripa è degli Europei antichi in Pekino che ha fatigato nel servizio di mio padre onde voglio premiarlo, gli Europei stimano la nostra porcellana, perciò portatelo nel luogo nel quale si conserva quella pel nostro uso, acciò scelga egli quella che più gli piace, e se ne prende quanto ne vuole, e di più dategli delle stoffe di seta”.

Dopo le nove prostrazioni di rito verso Sua Maestà Ripa uscì dal palazzo e nello stesso giorno gli diedero il passaporto e il permesso di partire con cinque giovani cinesi. Dalla Cina era impossibile uscire con i cavalli, ma l’Imperatore ordinò al Tribunale di dare al missionario il permesso assieme ai documenti necessari per partire con i cavalli ed i suoi giovani Cinesi, i primi orientali che avevano frequentato la sua scuola, essi erano: Gianbattista Ku, Giovanni Evangelista In, Lucio Wu, Filippo Hua e Gioacchino Wang. Il primo aveva ventiquattro anni, il secondo venti anni, il terzo dodici anni, il quarto tredici e l’ultimo, che aveva lasciato la moglie e quattro figli per seguire il Ripa come maestro, trentanni. Gioacchino Wang, dopo un soggiorno di più anni nel Collegio di Napoli, ritornò in Cina, accompagnando i due alunni Ku e In. Il 15 novembre 1723, dopo il saluto resogli dai confratelli, Matteo Ripa con i quattro scolari ed il maestro Wang, lasciò Pekino e dopo cinquantasei giorni di viaggio (10 gennaio 1724) raggiunse Canton.

4) Da Canton a Napoli – Luogo Originario Del Collegio Dei Cinesi.

Matteo Ripa durante il viaggio di ritorno indossava un abito cinese, si era tagliata la barba e il codino ed insieme ai suoi compagni cinesi s’imbarcò a Canton su una nave inglese: era il 23 gennaio 1724. La nave arrivò nello stretto dell’isola della Sonda nei primi giorni del mese di marzo, nel mezzo di una forte tempesta che lo fece non poco preoccupare per la sorte dei suoi compagni  impauriti e intirizziti dal freddo. Il 24 marzo usciti dal porto in direzione dell’isola di S. Elena, raggiunta il 13 giugno, rimasero per sei giorni e raggiunsero la spiaggia di Dill, in Inghilterra (1).

La notizia del suo arrivo venne divulgata dai maggiori quotidiani inglesi, tanto che il Re Giorgio I di Hannover manifestò il desiderio di conoscerlo. Fu l’ambasciatore del Re di Sardegna che si recò da Matteo Ripa per presentargli l’invito del Sovrano inglese, il Ripa accettò e con grande accoglienze fu ricevuto a Corte. Dopo tre ore di colloqui il Re lo trattenne a pranzo con i suoi compagni orientali e dopo un’ultima udienza Matteo Ripa ringraziò il Sovrano per l’attenzione e la benevolenza concessogli. La stessa sera il Re, per mezzo di un suo Lord di Corte, fece dono al Ripa di un pacchetto contenente monete d’oro per un valore di circa trecento ducati napoletani.

Il 5 ottobre la comitiva lasciò Londra per dirigersi in Italia. Il 1° novembre attraccarono nel porto di Livorno per partirne l’11 dello stesso mese su una nave battente bandiera Inglese ed il 20 novembre sbarcarono a Napoli. Rivedendo tutti i luoghi, i fratelli, gli amici dopo vent’anni, come dice Gennaro Nardi nel suo libro “Cinesi a Napoli”, “il missionario risentiva una grande commozione”. L’indomani mattina, celebrò la messa nella chiesa della Madonna di Piedigrotta, per chiedere la materna celeste protezione per i suoi Cinesi.

Nei primi giorni, per l’alloggiamento, il Ripa si narra nel libro “Neapolitana Beatificationis Servi Dei Mathaei Ripa..”: “condusse i detti giovani Cinesi in una casa dei suoi parenti a Margellina”. Poco tempo durò la dimora a Margellina per poi passare in una casa detta “Montagnola” (che anticamente veniva chiamata S. Maria a Parete per la presenza di un dipinto della Vergine Maria su di una parete), casa presa in affitto per fare anche gli esercizi spirituali. Frattanto trattò l’acquisto della casa dei Padri Olivetani posta alla salita dei Pirozzi a Capodimonte, dove installò la Congregazione usando il danaro dei compensi avuti dall’Imperatore Cinese.

Matteo Ripa, sapendo di non poter più tornare nel Celeste Impero per l’ostilità dei Magistrati e dei superstiziosi locali, per poter continuare la sua opera fondò in Napoli un Collegio di Missionari Orientali Indigeni. Per fondare il Collegio a Napoli egli dovette superare moltissime difficoltà e dovette pertanto andare più volte a Roma dal Papa ed a Vienna dall’Imperatore d’Austria Carlo VI, poiché il Vicerè di Napoli non poteva dare il permesso a Matteo Ripa di fondare in Napoli un nuovo istituto essendo proibito per legge.

In uno dei viaggi a Vienna riuscì ad ottenere un colloquio dall’Imperatore Carlo VI e, come si narra nell’opera “Neapolitana Beatificationis et Canonizationis Servi Dei Mathaei Ripa”, ottenne un vitalizio annuo di ottocento ducati ed il tanto sospirato permesso ad aprire il suo Collegio per ospitare i Cinesi. Tornato a Napoli, senza perdere tempo acquistò una casa appartenuta agli Olivetani in data 10 aprile 1729 ed il 12 dello stesso mese fu visitata dal Vicario Generale di Napoli.

Matteo Ripa con le sue maniere facili e benevoli era riuscito nella difficilissima impresa di superare un ostacolo che sembrava insormontabile. La casa si trovava dove, nel dicembre 1910 a Capodimonte in via Cagnazzi, sorse l’ospedale “Elena d’Aosta”. Inizialmente era stato casino di diporto del Duca di Noia, fu poi comprato dai Monaci Olivetani il 17 febbraio 1705 al prezzo di 6.670 ducati. Nel breve tempo di quattro anni (1705-1709) i Religiosi vi spesero ben 1043 ducati per trasformare il fabbricato in monastero, con corridoi, celle, refettorio e Chiesa che, tuttavia, non fu mai pubblica.

Nel 1729, il monastero con giardino e Chiesa fu comprata sub-asta, al prezzo di 6300 ducati, dal Missionario Ripa che lo trasformò in pochi anni nel fiorentissimo Collegio dei Cinesi(2). In questa località le strade circostanti furono denominate “Vicolo dei Cinesi”, “Salita dei Cinesi” e “Gradini dei Cinesi”. Il primo iscritto al Collegio era stato Giovan Battista Ku, il quale era battezzato dallo stesso Ripa all’età di tredici anni. Il primo nucleo del “Collegio dei Cinesi” a Napoli fu composto dai quattro giovani cinesi ed il loro maestro, tutti compagni di viaggio di Matteo Ripa. Lo scopo di questa fondazione era la formazione di giovani cinesi aspiranti al sacerdozio per poi recarsi nelle Missioni.

Nella “Storia della fondazione della Congregazione e del Collegio dei Cinesi(3) racconta Francesco Savio Wan:  “contavo l’età di circa quindici anni, ed ero in Cina quando intesi parlare per la prima volta del Collegio dei Cinesi esistente a Napoli, da un Missionario Cinese che era stato Collegiale in Napoli, a nome Giovanni Nepomuceno Tang,(4) non ricordo precisamente se mi nominasse il Ripa fondatore di tal Collegio. Lessi poi nella mia età di anni diciassette circa la storia di un viaggio scritto dal Missionario Cinese Sacerdote indigeno di nome Pietro Kuo,(5) nella quale storia fra le altre cose io lessi che regnando l’Imperatore Kangsi era venuto in Cina a far missioni il Ripa, cui l’Imperatore trattava con gentilezza, e l’aveva preso presso di sé in qualità di pittore. Morto che fu il detto Imperatore, il suddetto Ripa chiese ed ebbe licenza  di ritornare in Napoli per istruire giovani e nella storia lessi che il Ripa aveva fondato in Napoli il Collegio dei Cinesi. Venuto poi in Napoli al 30 dicembre 1861 nel Collegio suddetto, qui dai miei compagni collegiali, e dal Prete Secolare nostro Maestro di Liturgia don Giovanni Chirico, non che dal Rev. Don Luigi Politelli ho inteso molte cose dire sulla virtù del Fondatore, e tutti questi mi dicevano d’aver udito ciò che mi riferivano per traduzione dei Padri antichi, tra i quali nominavano, il vecchio P.D. Pasquale Ruggiero il quale ne parlava con entusiasmo, che nel dirne le lodi gettava via il suo bastoncello, e il P. Ruggiero aveva trattato i Padri più antichi della Congregazione(6). Il Collegio, per la sua denominazione, era molto caro agli Imperatori Cinesi, e da essi era anche moralmente sostenuto, perché essi pensavano che avrebbero ottenuto annualmente dei giovani ben forniti di conoscenze scientifiche da tale Istituto. Infatti, quando il Governo italiano cominciò a statalizzare questo Collegio privato, l’Ambasciatore cinese Sin Foo-Chen pensò di intervenire, per cercare di sfavorire la statalizzazione.

5) La Morte di MATTEO RIPA.

Qualsiasi macchina usata facilmente si guasta. L’uomo nell’arco di tempo che gli è consentito di vivere, continua nel lavoro e nella preoccupazione senza pensare al riposo, vale a dire, senza pensare che la troppo fatica e le vicissitudini che comporta può abbreviare la vita. <L’infaticabile Ripa era come l’olio d’una lampada che consumandosi man mano si esaurisce del tutto. Egli giacque infine sul letto per l’estrema debolezza. Sopraggiunsero l’itterizia e forti dolori al petto>(7).<Dopo quattro mesi di degenza a letto e di atroci sofferenze, la mattina del venerdi 18 marzo 1746. Matteo Ripa volle ricevere il Viatico e due giorni dopo anche l’olio degli infermi>(8). Poi, disse con voce lenta e fievole ai suoi sacerdoti, novizi e alunni cinesi che costernati si avvicendavano attorno al suo letto di dolore: <Signori miei, sappiate che la fondazione l’ha fatta Dio …. Iddio non ha bisogno di me; io mi rassegno alla sua volontà. Avrei desiderato venti altri anni di vita per vedere con gli occhi miei avanzata questa fondazione, ma fiat voluntas tua>(9). Dopo aver incoraggiato tutti ipresenti con queste commoventi parole continuò: <Non vi sgomentate, anzi state di buon animo. Dio non vi abbandonerà mai. Io me ne andrò in Paradiso ….., di la pregherò sempre per voi miei figli e per l’Istituto> (10).

La sera del 29 marzo, entrò in placida e serena agonia; dopo aver sollevato lentamente le braccia, le piegò sul petto a forma di croce e serenamente spirò (11). Aveva 64 anni. Era morto lo stesso giorno in cui era nato nel 1682. La salma fu deposta nel loculo appositamente preparato davanti all’altare maggiore, sulla tomba u      scolpita la seguente epigrafe:

D.  O.  M.

HIC  JACET  CORPUS  MATTHAEI  RIPA

QUI

Post XII in Oriente ad Christi Fidem Propagandam

Insumptos annos in Europam sinenses alunnos ad

Apostolicum ministerium formandos advexit et congregatione

Atque collegium sacrae familiae Jesus Christi IIS Erudiendis

Bened.XIII ac Clemente XII Pont. Max.

Approbantibus institute depunque curlu consumato ac fide

Servata eodem quo natus erat die XXIX men martii evolavit

Ad dominum A. MDCCXLVI.

Aet. Suae Ann. LXIV.(12)

Matteo Ripa era stato a capo del suo Istituto dal 1732 fino al giorno della sua morte non poteva supporre che i successori avrebbero dovuto ridurre la sua opera a un semplice pretesto della loro esistenza. Certo nessuna opera nasce perfetta, e qualche errore del fondatore poteva essere corretto; ma i padri della Congregazione, anziché correggere l’istituzione e indirizzarla secondo i canoni dell’esperienza e delle ragione, rimasero lieti a vegetare all’ombra del glorioso fondatore lasciando che il “Collegio dei Cinesi” diventasse a poco a poco estraneo alla fede e alla civiltà.

Dopo la sua morte il Collegio visse per un secolo una vita veramente difficile, anche perché, per la estinzione graduale delle missioni del cristianesimo in Cina durante la seconda metà del XVIII secolo, ben poco campo ebbe di attuare i fini per i quali era sorto, e di affermarsi nel dispiegare la sua azione religiosa, civile e politica nelle varie contrade del lontano e anche del vicino Oriente>(13).

Il Collegio dei Cinesi con decreto ministeriale diventò Ente morale dipendente dal Ministro della P.I., col nome di Real Collegio Asiatico con un Consiglio d’Amministrazione, l’Istituto fu diviso in Collegio “per gli Asiatici” ed in una Scuola “per alunni esterni italiani e stranieri”, per il loro perfezionamento negli studi linguistici e nelle discipline relative a commerci ed alle esplorazioni in Oriente. Per la legge del 27 dicembre 1888 l’antico Collegio dei Cinesi assunse il titolo di Real Istituto Orientale in Napoli, subito Propaganda Fide si affrettò a reclutare per sé la maggior parte dei beni patrimoniali del Collegio. Si trattava, di una grave questione per l’importanza del valore controverso; giacche la detta citazione rifletteva “La reversione di tutti i beni una volta appartenuti alla “Badia di San Pietro Apostolo (S. Pietro alli Marmi)” e alla “Cappella la Petruccia” in Eboli, inventariati per Lire 1.200.000 e producenti Lire 70.000 di rendita”(14). Su altre “rendite e pesi”, il procuratore del Collegio Santo Costa, scrisse: <La rendita di detto Ritiro e Collegio, che ritraesi da diversi tenitori per pascolo, da due piccoli oliveti; da un arbosco, da tre molini, da alcuni censi, e casa in tenimento ad Eboli, e da censi, case, e giardini siti in Napoli monta a = 6500 circa; i pesi = 3500 annui.

Matteo Ripa fu unna grande figura d’italiano e di meridionale; se Matteo Ricci fu il primo a portare la scienza occidentale nella Corte dell’Impero Celeste, Matteo Ripa fu il primo a fondare un istituto di scambio culturale tra l’Occidente e l’Oriente. Egli mori tra i giovani cinesi, e mori per amore del popolo cinese, a cui si era dedicato con estremo fervore, per tutta la vita.

Finisco questo lavoro citando le parole che usò Philip W. L. Kwok nel chiudere il suo libro: “Napoli e la Cina dal settecento agli inizi del nostro secolo” edito Luigi Regina, Napoli 1982: <Oggi, dopo 300 anni dalla sua nascita(1682-1982) e 236 anni dalla sua morte(1746-1982), la sua tomba nella chiesa annessa all’Ospedale “Elena d’Aosta”, a causa della penetrazione di pioggia dalla cupola dell’altare maggiore della chiesa dopo lo spaventoso terremoto del 1980, è in restauro. Per grazia di “Maria SS. Assunta nel Cielo ai Cinesi”, ho potuto vedere i lavori in corso. La cassa originaria, per il lungo tempo trascorso, si è consumata e polverizzata. Per la penetrazione d’acqua e di umidità, le ossa apparivano rosee. Per preservarle da maggiori danni si misero dapprima in una piccola cassa donata da una pia famiglia, e poi, dopo aver finito tutta la ricognizione, furono trasferite in altra cassa; infine questa deposta nel posto della tomba originaria, cioè proprio sotto la lapide davanti all’altare maggiore.

Dopo 300 anni dalla sua nascita e 250 anni dalla fondazione del suo “Collegio dei Cinesi” in Napoli, sono venuto a Napoli solo Perché ammiro il suo grande spirito; ma oggi,”O tempora O mores”, quello che ho visto! Il suo “Collegio dei Cinesi” tanto trasformato, la sua nobile opera abbandonata, e la sua benedetta tomba dimenticata! In occasione del doppio anniversario, cioè quello di nascita e quello della fondazione del Collegio, spero vivamente che il suo Spirito possa rinascere ancora in questa città partenopea>. L’appello fu colto e tutto fu fatto per l’onore e la grandezza di un cosi grande uomo.

(1) “Cinesi a Napoli”, di Gennaro Nardi, p.268.

(2)  “Rievocatore”, Dicembre 1960.

(3)  “Storia della fondazione della Congregazione del Collegio dei Cinesi…..”, vol. 3°, pp. 206-210.

(4)    Il nome di Francesco Savio Wan si trova ricordato nell’ “Elenchus Alumniarum Collegium Sacrae Familiae Neapolis” , p. 84    presso la Biblioteca dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli

(5)  “Napoli e la Cina “, di Philip W. L.   Kwok, p. 79

(6)  “Neapolitana Beatificationis et Canonizationis Servi Dei Mathaei Ripa…..” p. 64.

Cinesi a Napoli”, di Gennaro Nardi, Ed. Dehoniane – Napoli.

(7) “Napoli e la Cina dal settecento agli inizi del secolo”, di Philip W.l.Kwok.p.80. l. Regina Editore – Napoli 1982.

(8) “Cinesi a Napoli” di Gennaro Nardi, p. 378. Ed. Dehoniane-Napoli 1976.

(9) Ibidem.

(10) Ibidem.

(11) Ibidem.

(12) “Elenchus Alumniarum Sacrae Familiare Neapolis”, p. 18.

(13) L’istituto Orientale di Napoli origine e statuto”, di Nicola Nicolini, Tipografia di F. Giannini & figli – Napoli 1942 – xx.

(14)  “Cinesi a Napoli” di Gennaro Nardi, Ed. Dehoniane Napoli.

di Mariano Pastore

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