Nuovi populismi: Tra esasperazione e rancori

L’esasperazione del rancore e la crisi delle Istituzioni nelle riflessioni di Davide Bruno Segretario PD di Battipaglia.

C’è un legame tra il rancore crescente e la crisi di sistema che stiamo vivendo. Il rancore è la nuova ideologia, in nome del rifiuto dell’altro, in nome di appartenenze posticce e simbologie improvvisate“.

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per POLITICAdeMENTE il blog di Massimo Del Mese

BATTIPAGLIA – Riceviamo e volentieri pubblichiamo le considerazioni politiche che il Segretario cittadino del Partito Democratico Davide Bruno ha affidato a POLITICAdeMENTE, a commento di quanto è avvenuto e sta avvenendo nella società civile in relazione alla partecipazione “separata” di migliaia,di cittadini che complice il web si sono liberati e hanno occupato, invadendo, il dibattito politico elevandolo a rissa e a scontro verbale di una tale truculenza da far rabbrividire le peggiori taverne da trivio.

Quello di Bruno più che uno sfogo vuole essere un piccolo trattato socio-politico che analizza la partecipazione rabbiosa ma individuale e diffusa di un popolo che poco per volta, in una excalation verbale è finito per imporre un linguaggio violento e inusuale, prevalente ma solo per violenza e non per valore ma invasivo e distruttivo di quei fondamenti per i quali i nostri Padri Costituenti hanno inteso lasciarci a patrimonio valoriale dei principi fondamentali del vivere civile.

SergioMattarella

SergioMattarella

L’aggressione violenta che ha subito il nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella allorquando con forza ed autorevolezza ha difeso i principi costituzionali a garanzia anche di chi lo aggrediva e lo vilipendeva è la prova lampante di una inciviltà giuridica, Barbara e violenta. Prova che è stata certificata dai nessaggi di morte che ha ricevuto fatti con arroganza e con la sicurezza della impunità da persone che hanno assunto quel modus operandi che fa paura perché va oltre le regole, ma anche perché hanno trovato sponda nei linguaggi dei Di Maio, dei Di Battistaistigatori e mandanti morali di quelle minacce.

Fortunatamente la Procura della Repubblica di Palermo ha indagato dopo aver individuato i latori delle minacce e questi ora rischiando fino a 15 anni di carcere hanno mostrato pentimento ed hanno chiesto scusa: tardi, molto tardi; La civiltà democratica vuole giustizia e la giustizia passa anche per una severa condanna che sia di esempio a tutti i disinvolti delinquenti e finti pentiti che intimidiscono quotidianamente chicchessia nascondendosi dietro una tastiera.

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«C’è un legame tra il rancore crescente e la crisi di sistema che stiamo vivendo. – inizia con questo assunto il piccolo trattato socio-politico che il Segretario sezionale del PD di Battipaglia Davide Bruno ha affidato a POLITICAdeMENTE – Il rancore è la nuova ideologia, in nome del rifiuto dell’altro, in nome di appartenenze posticce e simbologie improvvisate. Il dibattito attuale è ridotto a curva di ultras da stadio in cui prevale l’odio per l’avversario piuttosto che quello che si propone. Il chiacchiericcio, il frastuono, dilagante nei talk, sui social network, hanno avuto una conseguenza. E’ cresciuta, agli occhi degli italiani, l’inutilità della politica nella loro vita. Così come è accresciuta la sfiducia.

La rottura delle regole, vestirsi da vincitori senza maggioranza e atteggiarsi a padroni di quello che non è loro perché è di tutti. Abilità comune è farsi schermo delle istituzioni utilizzate, ormai, come mulini al vento opponendole continuamente alla volontà popolare e rompendo l’equilibrio tra istituzioni. E, quindi, si vive di paradossi, mettendo sotto accusa chi rispetta le regole.

I partiti sconfitti non sono in grado di rialzarsi e di guardare la realtà che li circonda. Asserragliati, smobilitati per questioni tutte autoreferenziali senza capire che sono in tantissimi a sentire di non avere più rappresentanza, ascolto, considerazione. Il problema è proprio la mancanza di fiducia in una politica colpevole di non essere capace di rappresentare con lealtà le istanze e con competenza le necessità.

C’è una disaffezione diffusa, un atteggiamento di vendetta e di acrimonia. Qualsiasi notizia che conferma la propria rabbia diventa automaticamente credibile. Se si continua ad agire soltanto sul rancore, è difficile che si abbia la lucidità per prendere le distanze, per valutare di volta in volta, per giudicare senza preconcetti. C’è da dire anche che nell’era di internet si favorisce l’autocelebrazione negativa e si propone la notizia “su misura” per ciascuno di noi.

Un popolo che mette insieme le persone più disparate, che trovano nella rete il modo di odiare, dove dare sfogo alle pulsioni più negative, che altrove verrebbero censurate: la controparte non si vede ed è più facile da colpire per l’assenza di regole.  Negli ultimi anni, da quando i social network sono diventati la modalità più diffusa per la propaganda politica, sono cresciuti gli episodi di intolleranza in rete. Usare parole di odio sul web è vantaggioso, sia in termini di consenso elettorale, che di visibilità. Così assistiamo a chi, appellandosi ad una distorta libertà di espressione, usa il linguaggio dell’odio per sfogare la paura nei confronti del diverso o abbattere l’avversario di turno. E’ una forma di bullismo senza esposizione fisica, una vigliaccheria virtuale. Fare i prepotenti con qualcuno percepito come diverso, attaccando aspetti fondamentali dell’umanità altrui, e così sentirsi e farsi percepire dal branco come i più forti.

Si può cercare di isolare il fenomeno, di sminuirlo. Ma c’è qualcosa di più profondo. Si rincorrono sul web inviti ad asfaltare, cancellare, polverizzare gli esponenti di una parte contraria. E non è un problema di educazione, galateo. C’è un’aggressione sistematica nei confronti di chi non fa parte del proprio gruppo. Una gazzarra indegna, proprio perché alimentata da chi dovrebbe avere maggiore responsabilità. La delegittimazione reciproca rimbalza dai social alle aule degli eletti, dalla base al vertice dove ognuno per parte sua distrugge un pezzo di istituzione pur di portare a casa un brandello di vittoria.

La classe dirigente uscita dal secondo dopoguerra è riuscita a tenere la battaglia politica nei binari della civiltà.  Nonostante l’asprezza dello scontro nel Paese di frontiera della Guerra Fredda, non hai mai prodotto la delegittimazione dell’altro, educando tutti a convivere insieme nella casa comune dello Stato democratico.

Non sarà facile andare oltre questo brutto clima. Una corrida, una specie di guerra fra tribù, dove non si sa bene neanche cosa vogliano fare “dopo” i contendenti.  La politica dell’esibizione dei toni muscolari, dell’alzar la voce, del cercare di forzare le regole, delle istituzioni come un trofeo da esibire e piegare. Di fatto una colossale mistificazione, perché tutto ciò che non va si tiene nascosto o si affida alla memoria corta. Specie se serve ad aggirare discussioni, dibattiti, approfondimenti, chiarimenti e spiegazioni. Secondo un’idea proprietaria della politica, quella che traccia una linea netta, tra amici e nemici, dove chi si oppone va schiacciato.

Da una parte la politica interpretata come spirito di servizio, dall’altra chi invece la vede come la convenienza a esserci, a lanciare un messaggio del tipo “stai con noi che è meglio anche per te”. Ma la realtà non si cambia con l’aggressione del branco sul campo virtuale. Non è solo una questione di toni esasperati. È l’idea che la lotta politica non contempli confini e contrappesi all’aggressività verbale. È la degradazione dell’avversario a nemico da abbattere. Non la lotta politica, anche accesa, che assume le forme di una competizione leale tra schieramenti che si riconoscono reciprocamente legittimità. Ma la versione primitiva della politica come simulacro della guerra civile. Questa versione sta dominando la politica italiana con un crescendo di ostilità che sfiora la guerra antropologica tra due mondi che si odiano, incapaci di parlarsi.

Il confine tra la violenza verbale e quella materiale è sempre sottile, vulnerabilissimo. Ed è sconfortante che in un Paese che della violenza politica ha conosciuto i frutti più tragici faccia fatica a imporsi la consapevolezza che il linguaggio pubblico improntato all’odio, all’attacco forsennato contro la persona e non contro le idee, può sfociare in gesti sconsiderati ma non privi di un retroterra, di un clima che ne alimenta la follia aggressiva e fa dell’aggressione il culmine di una sfida che non prevede limiti e freni etico-politici. La violenza verbale non arma banalmente il violento che pensa di farsi giustizia da solo. Ma l’abitudine a trattare chi è contrario alle tue idee come un barbaro da eliminare con ogni mezzo si alimenta nell’abbattimento del nemico che personifica il Male.

La lotta politica sembra avvenire solo contro degli usurpatori. Gli avversari vengono dipinti come una degenerazione di qualcosa, una forma corrotta della politica democratica, che ne tradisce radicalmente i principi e, soprattutto, non ha la dignità di un vero progetto ideale, ma o sollecita forze irrazionali delle masse o è semplicemente al servizio del dominio economico.

Si ha bisogno di dimostrare  con una prova di forza chi è che comanda. Confondono pretestuosamente le istituzioni con la “casta” facendo leva sulla rabbia della gente. Basano strumentalmente la supremazia della loro politica sulla insofferenza impaziente delle rispettive basi di consenso. Pronti a calpestare ogni regola in virtù dei loro interessi elettorali. Ma le regole non possono essere calpestate così facilmente. C’è una distorsione costante della realtà che ha prodotto l’idea di “vincitori” per forza che però scaricano sulle istituzioni l’incapacità o l’impossibilità di «metterci la faccia», dopo averlo preteso dagli altri.

Perché si possa pensare di fermare questo baratro, occorrerebbe che tutti cercassero di abbassare i toni. Perché è ormai una polveriera. E se gli incendi – materiali e sociali – finiscono fuori controllo, l’impatto sarà disastroso. Invece, sembra che le forze politiche continuino nell’atteggiamento più facile: un gioco che ci porterà al disastro, ma di cui ormai i singoli attori sono – volenti o nolenti – prigionieri.

Senza incorrere in stereotipi inutili, c’è ancora in questo Paese una ricchezza di persone che hanno voglia di fare, di mettersi in gioco: non rancorosi, ma costruttivi. È che anche loro sono sfiduciati perché non trovano interlocutori. La politica dovrebbe cominciare ad ascoltare, invece di rincorrere i diversi rancori in una competizione al ribasso. C’è un bene più prezioso del delirio da campagna elettorale permanente vissuta come il giudizio universale. E’ la possibilità di riconoscere l’altro: un avversario da battere nelle urne, non un nemico da eliminare. E soprattutto riconoscere nelle istituzioni il luogo terzo dove la propaganda si ferma e dove avere la capacità di governare un Paese nella normalità. Questo vuol dire affermare la laicità, intesa nel non arruolarsi in un integralismo, religioso o politico, e rompere il circolo vizioso del web, in cui ognuno è solo a dialogare con sé stesso, in un’ossessiva chiusura alle ragioni degli altri, nella stanza dei propri pregiudizi

Battipaglia, 2 giugno 2018
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