Giovanni Antonio Clario (Umanista)

EBOLI POLITICAdeMENTE grazie a Mariano Pastore, continua il viaggio nei meandri della storia della nobilissima Eboli e  propone una lettera alla Città di Eboli scritta da un illustre cittadino ebolitano, l’Umanista Giovanni Antonio Clario vissuto nel XVI secolo.  Lettera che fece stampare alla fine del libro da lui tradotto in volgare a Venezia: “La Repubblica e i magistrati di Venegia di Mons. Gasparo Contarini 1544 firmando con lo pseudonimo Eranchiero Anditini.

Mariano Pastore ne è venuto in possesso con le Rime diverse di molti eccellentissimi autori di Lodovico Dominici, stampato sempre a Venezia nel 1545 e dedicato a don Diego Hurtado di Mendoza dove contiene tredici suoi (Clario) sonetti, dove pone al posto del suo nome, gli pseudonimi: Giulio Rosselli Aquaviva, Giovanni Battista Corradi, Antonio Corradi, Giovan Luca Benedetto.

Giovanni Antonio Clario, in questa lettera del 1544 indirizzata Alla Magnifica Università di Eboli da notizie della sua (nostra) città che dovrebbe inorgoglirci, noi che l’abitiamo e la viviamo nel terzo millennio, non l’ameremo mai allo stesso modo.

Eranchiero Anditini alias Giovanni Antonio Clario, racconta di Eboli, come un’innamorato può raccontare della sua amata. Descrive i luoghi e ne esalta le bellezze, racconta delle sue ricchezze  e ne descrive minuziosamente ogni ben di dio, sia se le meraviglie appartengono alla natura, che al mondo animale. Giardini incantati di frutti di ogni specie, praterie abitate da ogni cacciaggione e ricca di allevamenti, terreni fertili e lussureggianti lambiti da corsi d’acqua, sul fronte il mare e un panorama mai visto e che non ha pari e alle spalle dolci colline e monti erti.

Questi luoghi paradisiaci non potevano che essere abitati da ogni specie di eletti: uomini di arti e di letterature, di scienze e di mestieri, di contadini e di guerrieri, di nobbili e di ricchi, e solo in quei luoghi si poteva avere una concentrazione di esseri umani così illuminati, e non poteva essere altrimenti, secondo clario, era un’assioma “Paradiso”/”Dei”. Veramente un paradiso quello che Giovanni Antonio Clario descrive. Come solo lui può farlo. Come solo un’innamorato può farlo. Come nessun altro ha fatto

A Clario non è stato mai intitolato un vicoletto come a tanti altri illustri e meno illustri ebolitani.

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di Mariano Pastore

Mons. Gasparo Contarini

“Quando io d’ogni altra patria fussi figliuolo: né altra conoscenza havessi d’Eboli, che il grido che d’ogn’intorno ne risuona sarei tenuto, se non fussi più che maligno, portargli tutta quella affettione, che ad un bello, e nobile sito pieno di tutte le gratie, che dal Cielo, dalla natura, e dall’Arte, quantunque; picciolo, si debbe portare. Che egli sia bello, da questo si può comprendere, che ivi quasi sempre signoreggia Primavera. Egli è posto à pie d’una poco men che piana collina tanto che le muraglia, ò le più alte case della terra di poco, ò di nulla vengono ad essere superate da quella d’ertezza.

La collina, oltre l’altre sue estreme bellezze, non è tanto alta, che si come ne gli altri monti suole, la nebbia v’abbi luogo, onde calando giù offuscasse, et empisse di cattivo humore la terra; e fusse alle genti di quella di noia, e danno cagione. E ben vero, che più in su vi sono de gli altri erti, aspri, horridi, e superbi monti, da i quali le potrebbe venir ciò, quan le fussero più vicini; ma lè son tanto lontani, che avanti che la nebbia venga giù ad arrivarle addosso, è sparita, et dispersa del tutto. Questo dalla parte di sopra. Da i lati, è cinta pur di dilettevoli colline, non più alte di quella, e non men che quella copiose di abondantissime vigne di ordinati arbusti, di fertili olivetti, di maravigliosi giardini, di bellissime fontane con chiare, dolci, e fresche acque, di folte selvette di verdi allori, di fronduti mirti, et di odoriferi lentischi. Le quai colline, oltre gli utili, et i diletti, che se ne traggono, sono riparo à i fiati de i rabbiosi venti, et è di mestiere, che se Borea vol farsi ivi sentire, si metta sopra ogni suo potere, et face ogni suo sforzo: ma alla sprovveduta non ci assale giamai, che troppo buone guardie gli fanno la scolta.

Dalla frontiera, e parte davanti, non credo che parecchie città di Regno di maggior grandezza e nome della nostra terra habbiano di lei più bella veduta: e questo non à giudicio mio, che l’amore mi potrebbe trasportare, ma di qualunque persona di quindi passa, che ve ne passano infinite: sendovi uno de i gran passaggi, che sia forse un gran parte del Regno di Napoli: il qual piacesse à Dio che non vi fusse: concio sia che da passeggieri reca più odio à noi, che utilità al Signore.

Ella ha intorno à quattordici miglia di spatiosa pianura avanti, si uguale, che à pena le acque; del Telegro, e del Sele, questo detto dagli antiche Silaro, quello da Virgilio Tanagro vi corrono alla in giù l’uno bagna quasi le mura della nostra patria, l’altro divide Campania da Lucania, la prima hora chiamata Terra di Lavoro, la seconda Basilicata. Questo fiume Sele se le persone s’ingegnassero à raccorlo più insieme, e à ritenerlo potrebbe recare non poca utilità non solo alla nostra terra, ma eziandio à tutte le altre circonvicine, tenendosi una bonissima guardia alla foce, con una brevissima fortezza egli correndo fa ampissima bocca al mare, la veduta del quale ci è di non poco diletto, e ricreazione. La terra è lontana da questo fiume intorno à quattro miglia , e dal mare tutta la pianura, quanto dicono i philosophi, che vogliono essere lontane le terre dalla marina, accio che ad un tempo si possono prevalere della comodità del mare, e schifare i perigli de corsari.

La pianura non è mica sterile, ma distinta d’altri soavissimi fiumicelli, di lieti campi, e à tempo pieni di biade ondeggianti, da fertili possessioni, di ombrosi boschi di quercie, pera, e mela selvaggie, pruni, cornole, nespola, noccioli, labrusche, e altri arbori si fertili, come infertili per le legna, che si abbruggiano nella terra, e per altri usi necessarij, i fertili, per lo nudrimento de porci, cingiali, Daine, Cervi, Volpi, Lepori, Uccelli della caccia de quali si prende non poco sollazzo: oltre ciò è adorna di verdeggianti pascoli, per le Greggi, e Armenti di Capre, Pecore, Bufale, Vacche, Cavalli, Buoi, atti a lavorar de i campi, e necessarij al vitto, e agio dell’ huomo, e altri animali, de quali è tutta piena la campagna.

Hor questo quanto alla bellezza. Che la nostra patria sia nobile, da questo che si è detto della bellezza, si potrebbe forse fare la consequentia della nobiltà: pure ne dirò quattro parole. Se gli uomini nobili e per scienza, e per armi, e antichità fanno le terre nobili, io non dubito punto, che la nostra non sia mobilissima in quale ampissima Città, tanto per tanto, sono più Dottori d’ogni maniera, di legge, di Logica di Philosophia, di Medicina, e di Teologia?, in quale più Soldati, Capi di squadra, Reggenti, Alfieri, Locotenenti, e Capitani? in quale più schiatte? più gentilhuomini, cortesi, liberali, magnanimi, affabili? ricchi non vo dire, che ogni gran ricchezza, che eglino possedessero, sarebbe nulla, non che picciola à i meriti loro.

Et se la nobiltà si bisogna provare per antichità, come colui provò quella de Baronzi, io dico, che la nostra patria è più che nobile: concio sia chè, si come in una Cronichetta lessi una volta, l’origine nostra si trahe da Obolo capitan generale di Theseo: il quale Obolo, deposto che hebbe Theseo il principato d’Athene, si parti con una Armata da lui, e errando gran tempo per mare, e in quello grandissime fatiche, perigli, e fortune sopportando, arrivò al fine à Sele, pria senza nome, dopo per esservisi annegato un suo compagno cosi chiamato, gli fu imposto quel nome, ove pervenuto, e smontato, lungo il Sele caminando, poco da lui discostandosi, scorse una bellissima collina, e ivi fece pensiero de edificare una ampia Cittade, edificolla, e com’io credo in quella collina che da noi si chiama le Marmore, forse dai marmi di quella Città, della quale anchora appaiano i vestigi.

Dopò per guerre, ò altri accidenti, si ritirarono le persone à far castella sopra l’altre colline più alte. E perché il tempo spegne ogni cosa, à tempo de’ buoni scrittori, e che Roma fioriva, dovevano essere cosa di nulla, e però da loro non sono stati nominati. Non mi par di lasciare à dietro in questa parte quello; che giunto, che fù, e smontato, fe battere una certa picciola moneta; la quale dal nome suo chiamò Obolo; onde fu detto Eboli, per tramutation di lettere. E avenga che questo molto quadri, nondimeno hanno voluto altri, che per lo suo fertile terreno sia venuto da Greco cosi fatto nome, da EU, e BOLOS, che vuol dire buona gleba, ò buon boccone.

Che ella sia piena di tutte gratie del Cielo, e della natura, dall’odio portatole dall’altre terre postele d’intorno si può scorgere di leggieri; il che sempre suole avenire tra le terre minori, e le maggiori. Chi ne vuole altro testimone vegga l’insegne, che ella fa per arme, che egli fe n’avedra benissimo. Queste sono i quattro Elementi, terra, acqua, aria, e fuoco; de i quali tutti è à compimento dotata, ne di nuovo le ha assunte, ma da suoi primi principij insino al di d’hoggi ha sempre ritenute, di quelle dell’arte, si come non si è mancato mai, cosi credo che non si manchi più hora di adornarla, e farla ognihora più bella di schuole, studi, leggi, statuti, strade, fabriche, chiese, fontane, teatri, arti manuali nuove, e altro, e ho ferma speranza, che se mai da alcuno se n’ha una maggior cura, che hora non se n’ha, ella s’alzarà à tanta grandezza (ch’io non credo, che colui, che del tutto fu fattore, l’habbi fatta riporre in si alto, e nobile sito più farla star sempre bassa, e demessa) che ella terrà altri ordini nel suo governo: il che Dio faccia che’nò tardi lunghissimo tempo à venire.

Perché anche Vinegia hebbe forse piu basso, et debile principio, che hora non è il nostro, e non di meno è pervenuta à quella grandezza, che si vede. Egli è il vero, che à quella è stata sopra ogni altra Città del mondo d’aiuto il suo miracoloso sito, ma forse non meno gli ordini, e statuti buoni, che ivi si sono tenuti. E se quello è da commendare nel suo genere, il nostro non è da biasimare nel suo grado. Onde si narra delle Croniche, et Historia di Vinegia, già da me tradotte, e à voi destinate, se pur mai più quelle si stamparano; vi mando la Rep. Et magistrati di quella: e se non sieno più istamparsi, vi prego che non me lo diate à colpa, che ciò non è in poter mio; ma vogliate ricevere questa in contraccambio di quella: del che tanto più vi dovrete tener contenta patria mia onorata, quanto da questa potrete trarre maggiore utilità, e frutto, che da quella. Concio sia cosa che quella dell’origine, e guerre, trattava, questa de gli ordini, et governo ragiona. Di quali quel, che più vi piacerà potrete eleggere, et mettendolo ad effetto prevalervene.

Vivete in pace. Di Vinegia, il XXIX. Di Ottobre. 1544.

Ubbidiente figliuolo
Eranchiero Anditimi al secolo Giovanni Antonio Clario

Curatore Mariano Pastore.

6 commenti su “Giovanni Antonio Clario (Umanista)”

  1. Grazie a Mariano Pastore e grazie al dottor Del Mese per queste spaccate sulla storia cittadina.
    Questo sito è sempre più interessante.

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  2. L’umanesimo ad EBOLI, come centro di cultura della regione di un certo spessore da secoli Inveterato.L’Umanesimo è un movimento che poneva nel suo seno l’importanza coniugata la dignità di ogni essere umano.Direttamente collegato con il Rinascimento, conseguenza di cio’ nel 1700 vedono luce due movimenti culturali i quali si basano sui valori umanistici, quelli che distinguono l’essere umano dalle bestie: i Sentimenti (che diedero la base di sviluppo al Romanticismo)[ e la Ragione (sulla quale sorse invece l’Illuminismo).un grazie reiterato va al Dr. Pastore per la pazienza certosina e la fierezza di sentirsi Ebolitano.

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  3. E’ veramente un’amore sviscerato quello quello di Clario, così come è amore quello di Pastore.
    Interessante sarebbe fare un parallelismo tra ieri e oggi.
    Che delusione

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  4. Credo che sia una bellissima dichiarazione d’amore. Bisognerebbe proporne una maggiore diffusione. E condivido l’osservazione sulla toponomastica della città. Questi uomini illustri meritano un riconoscimento. E ce ne sono tante, di figure ebolitane illustri, purtroppo dimenticate.

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  5. X Marco Genovese e per i lettori del Blog.
    Sono anni che porto all’attenzione dei nostri amministratori (a voce, sulla carta stampata e nella commissione toponomastica del 1999) della loro scarsa conoscenza di tutti i figli di questa terra che al di sotto il ponte di S. Giovanni hanno onorato e amato Eboli più dei nostri politicanti passati e presenti. Non solo Giovanniantonio Clario (umanista e poeta del XVI sec. poco conosciuto come Clario, perché pubblicava le sue opere usando di volta in volta un pseudonimo diverso, se ne conoscono ben ventiquattro i più frequenti: Giulio Rosselli Acquaviva, Giovanni Battista Corradi, Antonio Corradi, Giovan Luca Benedetto e, il più famoso Eranchiero Anditini), aspetta da decenni di avere un vicoletto (anche cieco) intestato a suo nome ne porto alla vs. attenzione solo alcuni: Cirillo Fulgioni (giuriconsulto), Bernardo Silvano (cartografo), Benedetto Juliani (monaco Celestino predicatore, Beato, il suo cognome denota la discendenza diretta dalla famosa famiglia Julia), Roberto Novella (predicatore, teologo, eroe difensore sulle mura della Valletta Malta contro l’invasore Islamico prima della battaglia di Lepanto e infine, martire innocente, diffamato dalla bieca inquisizione), Fra Pietro da Eboli, Abate, teologo superiore generale dei Celestini nel 1523). Un esempio di ingiustizia, una strada di Eboli è intitolata a Gomez Diego da Silva feudatario e sfruttatore del vasto territorio ebolitano che si faceva chiamare principe di Eboli senza averne mai calpestato il terreno.

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  6. Gent.mi,

    sono uno studioso di Gasparo Contarini. Vi sarei grato se mi lasciaste una bibliografia di riferimento rispetto all’identificazione di Anditimi con il Clario: il dottor Pastore ha pubblicato qualcosa in merito?

    Grazie mille e un affettuoso saluto.

    Claudio.

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