“Nordici” e “Sudici”

Dal sud, sulla crisi economica e del regionalismo, né una protesta né una proposta.

Elucubrazioni, invece, l’idea di un partito meridionale, irrealizzabile insieme al tentativo di costituire in Campania un gruppo politico autonomo, casareccio e inutile.

Carmelo Conte

di Carmelo Conte

Nel corso della recente campagna elettorale, i partiti, hanno collocato in sottofondo sia i problemi nazionali (crisi economica e occupazionale) sia i temi dello sviluppo delle comunità locali che, trattandosi di elezioni regionali, avrebbero dovuto avere la prevalenza. Eppure, in piena discussione sul federalismo, era il momento giusto, per le regioni del sud, di lanciare una nuova politica meridionalista.

Una politica che subentrasse alle due forme con le quali la democrazia post-fascista tentò di risolvere la “questione”: quella centralistica dell’intervento straordinario, troppo frettolosamente liquidata agli inizi degli anni novanta; e quella de-centralistica delle Regioni, orami in crisi strutturale e funzionale. Invece, i leaders nazionali sono sfilati come su una passerella, insieme ai candidati a Presidente, seminando ottimismo di maniera.

La campagna elettorale si è, così, ridotta a un’effimera epopea mediatica di tipo paesano, come la descrive Francesco De Sanctis in Un viaggio elettorale (in Irpinia):In questi piccoli centri, il mondo comincia e finisce lì. ..Ciascuno ha la sua epopea a modo suo. L’epopea del fanciullo è il suo castello di carta. E l’epopea loro è l’assalto al municipio.

Ora, cosa ancora più grave, l’“ignoranza del sud” sta campeggiando anche nelle riflessioni del dopo voto. Valga un esempio. Nella polemica sulle concentrazioni bancarie, esplosa a seguito della decisione dell’Uni – credit di incorporare sette banche locali, tra le quali Banca di Roma e Banco di Sicilia, maggioranza e opposizione, hanno taciuto e con loro le Regioni meridionali. Hanno, invece, assunto una posizione critica la Renata Polverini e Luca Zaia, rispettivamente -Presidente l’una del Lazio e l’altro del Veneto. E lo hanno fatto con argomenti simili e convergenti: se le filiali di una banca diventano sportelli, ne soffre il territorio perché viene privato del diritto di governare l’erogazione del credito, che non deve rispondere solo a parametri tecnici ma tenere conto della capacità e l’affidabilità dell’imprenditore, operazione che solo un banchiere del luogo può compiere con cognizione di causa.

Giusto, signori del centro –nord, ma questo doveva e deve valere innanzitutto per il Sud, che è stato sbancato ovvero privato dell’Isveimer (credito industriale), delle Casse di Risparmio provinciali e del Banco di Napoli.

Anche perché, quella del credito è stata una delle cause della crisi del Mezzogiorno. De Rosa, nella sua Storia del Banco di Napoli, ha scritto: all’atto dell’Unità, le banche più importanti erano due, La Nazionale con sede al Nord e il Banco di Napoli. Dopo l’Unità, alla Nazionale fu subito permesso di aprire filiali nel sud, per espandersi e recuperare carta moneta, da destinare alle industrie del nord, mentre fu rinviata negli anni un’analoga autorizzazione al Banco di Napoli per il Nord. E questo – in una ad altri provvedimenti come la legge sul corso forzoso  (l’inconvertibilità in oro della carta moneta ) e la modifica delle tariffe dogali – sottolinea De Rosa, consentì un massiccio trasferimento di ricchezza dal sud al nord.

Ora la storia si sta ripetendo con le concentrazioni bancarie, con il federalismo fiscale e finanche con la Banca del Sud, recentemente istituita. Quest’ultima dovrebbe giovarsi della raccolta delle Casse Rurali meridionali, tra le quali quella di Battipaglia, collocandola nelle fauci del sistema finanziario centrale: quindi una sostanziale sottrazione di competenze e di risorse. E dal sud, su questo, come sulla crisi economica e del regionalismo, né una protesta né una proposta.

Ma elucubrazioni, quali l’idea di un partito meridionale, del tutto irrealizzabile o il tentativo di costituire in Campania un gruppo politico autonomo, casareccio e inutile. Una via di fuga senza prospettiva. Aveva ragione Gaetano Salvemini: “Che i settentrionali sfruttino i meridionali non c’è dubbio, ma che cosa fanno i meridionali per non essere sfruttati? I “nordici” trovano proprio fra i “sudici” i peggiori strumenti del loro sfruttamento economico e politico”. Il rimedio è la politica vera, non l’imitazione di Umbertro Bossi.

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