“I care” Eboli di Francesco Guida

Pubblichiamo “I care” Eboli di Francesco Guida, un intervento che contiene in se, preoccupazioni, critiche ma anche proposte e richiamo alle responsabilità della classe dirigente rispetto alle ingenti fonti di finanziamenti destinati alla ripresa. 

Francesco Guida

di Francesco Guida per POLITICAdeMENTE il blog di Massimo Del Mese

EBOLI – Riceviamo e volentieri pubblichiamo qui di seguito, l’intervento dell’Architetto Francesco Guida che già dal suo titolo “I Care” (ci tengo) è tutto un programma.

«L’opportunità offerta dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNNR) e la buona riuscita della sua azione passa, per gran parte, dalla capacità che l’amministrazione saprà dimostrare nel proporre e realizzare i propri progetti. – Scrive l’Architetto Guida – Ai nostri politici deve essere ricordato, in primis, che l’attività che sono stati chiamati a svolgere (e per la quale si sono candidati) è una missione che rappresenta un’occasione irripetibile. È per questo che servono più volontari e meno furbetti e fannulloni. Serve affiancarsi a mani esperte e sagge, capaci di sostenere la città con le terapie e le cure di cui ha bisogno. 

Il Governo centrale ha varato azioni specifiche per supportare l’attività dei Comuni e ormai siamo tutti edotti (a meno di qualche bontempone) del fatto che la misura introdotta, il PNRR, sia una corsa contro il tempo. Tutti i cantieri, infatti, dovranno chiudersi entro il 2026 e quindi aprirsi ora, non più tardi del prossimo dicembre, altrimenti addio risorse. Si tratta di appena quattro anni. – Prosegue Guida – È chiaro a tutti che il piano di recupero (il cosiddetto recovery plan) non si faccia da solo. C’è da lavorare, elaborare le idee, redigere progetti, procacciare finanziamenti, appaltare le opere, seguire i cantieri ed anche certificare l’operato. C’è bisogno, dunque, di braccia, di un impegno costante per abbattere il fattore “tempo”. Insomma, il difficile arriva ora.

Non vi saranno scusanti neanche verso coloro i quali proveranno a nascondere la propria incapacità adducendo come giustificazione la mancanza di risorse nell’organico dell’Ente, riferendosi in particolare a quello tecnico. – Prosegue ancora l’Architetto Guida – Peraltro, non sarebbe corretto nemmeno pensare di utilizzare l’Ente per ampliare i privilegi di chi, con tutta evidenza, non ha una grande voglia di lavorare al bene comune. Sarebbe immorale oltre che pericoloso sostenerlo in un momento in cui è richiesto a tutti il massimo sforzo per sorreggere la ripresa economica della città. 

E dunque, mentre tutte le città si muovono per riorganizzare le proprie risorse, integrandole al fine di progettare la diluizione dei vecchi agglomerati urbani ricomponendoli in spazi moderni, a Eboli da tempo immemorabile non vi è alcuna evidente presenza di siffatta “attività”, men che meno urbanistica (eccezion fatta per una flebile quanto parziale riqualificazione del quartiere Molinello). – Aggiunge – Eppure, molti anni (ben oltre 13) sono trascorsi da quando si iniziò a teorizzare la stesura di un nuovo piano urbanistico (PUC) purtroppo mai mostrato, mai definito. 

Verrebbe quasi da pensare che Eboli sia divenuta un centro sperimentale e scuola di alta formazione per politici in erba. Purtroppo, non è neanche così, almeno per quello che si è visto finora. Non tutto va bene e non solo sul piano urbanistico.

Ma le cose si possono e si devono migliorare. Innanzitutto, con un’attenzione politica diversa, che non sia solo trionfalistica e dettata dalla voglia di apparire con discutibili “comunicati stampa” su Facebook, appoggiati peraltro dai soliti like trionfalistici di pochi sostenitori (rectius: cicisbei). 

Dobbiamo opporci all’incapacità di coloro che celano, più o meno inconsciamente, un rigetto dell’idea di cambiamento in modo da demonizzare l’acclarata condizione disumanizzante che fa vacillare il senso della realtà cui siamo confinati. Una realtà (non è superfluo e neanche scontato) caratterizzata dai social: Facebook, Instagram, Tik-Tok. Questi moderni quanto mefistofelici luoghi che hanno azzerato i reali spazi di partecipazione, la comunicazione visiva (immagino le sedi dei partiti e tanti antichi luoghi di raccolta) e consentito persistenti bluff (o forse è più corretto dire fake) composti da un traffico di parole e immagini inutili, il più delle volte finalizzate solo a proteggere (per farsi belli) la politica del momento.

E dunque, la città è caduta in un abbandono da cui ci si sgancia a fatica. È rimasta inconsapevolmente avvolta dai fenomeni di massa al punto da liquidare, giorno dopo giorno, ogni più umana percezione del luogo in cui viviamo.

Ciò che ci si aspetta è un’inversione di marcia: un progettare creativo che germogli e coltivi un’idea di territorio ragionato, che si sviluppi verso un’urbanistica partecipata e di riqualificazione (nel senso vero, senza proclami).

Se questo finora non è accaduto, se i processi partecipativi non sono stati promossi dall’amministrazione pubblica (eccezion fatta per taluni discutibili PUA), di certo – ma non a discolpa – non vi è stato un adeguato indirizzo politico nell’orientare la città verso un approccio flessibile di trasformazione e nel guidare le decisioni a sostegno dello sviluppo e delle soluzioni ai tanti problemi che le istanze cittadine rivendicano.

La trasformazione urbana (termine usato appunto per definire un insieme di azioni volte al recupero e alla riqualificazione di uno spazio urbano) non è un sogno, al contrario, è più che mai al centro del dibattito urbanistico che guarda al contenimento indiscriminato di consumo di suolo edificabile.

Attorno a tutto questo, però, c’è un punto politico ben più importante che chiede, da tempo ormai, di comprendere il perché sia stato consentito, a Eboli, un indiscriminato uso del suolo.  Non comprendere ciò significherebbe chiudere gli occhi davanti alla realtà. Ancorché sia persuaso che la politica, nel bene e nel male, possa intervenire su qualsiasi tema senza essere censurata. 

Non vorrei sembrare presuntuoso, ma auspico tutto questo solo perché appartengo a quella generazione definita del fare. Sia chiaro che non mi candido a nulla! La mia esperienza (molti anni di P.A.) è sufficiente per collocarmi, da solo, nella fascia degli inattivi o, se gradite, nella fascia dei sognatori che, come tali, credono e sperano che tutto possa ancora avvenire.

Pur tuttavia, ritengo che almeno gli Architetti debbano avere la facoltà e la forza di esprimere il proprio pensiero, indipendentemente dalla loro appartenenza politica. Così, senza raccontare bischerate e dopo aver scandagliato il territorio urbano, potremmo scoprire che Eboli non è, ancora, una città morta, bensì chiede inascoltata di continuare a portare avanti la sua storia. Chiede a gran voce di essere proiettata oltre  il suo tempo per diventare luogo di potenziamento della ragione collettiva, del mutamento, dell’attrattività, della risorsa e anche del benessere. 

È dunque ora di passare dal pensiero all’azione, dalla teoria alla pratica, dall’idea singola all’utilizzo integrato della risorsa collettiva, all’azione sinergica. Queste le vere sfide che si attendono. 

Per questo è necessario mettere in piedi un gruppo di persone (dirigenti interni ed esterni, tecnici – geometri, ingegneri, architetti – economisti, volontari, professionisti specializzati, tirocinanti e, perché no, anche studenti universitari del corso di laurea in Ingegneria edile e Architettura) capaci di produrre progetti validi da candidare. In definitiva, un lavoro continuo e dedicato che si faccia bene e presto.

E occorre sperimentare anche a Eboli quella che dai più viene chiamata “progettazione partecipata”, ovvero un nuovo orizzonte di prospettiva metodologica che coinvolga la collaborazione di molteplici attori (cittadini, gruppi sociali, destinatari di iniziative, tecnici locali).

Questa opportunità ci è offerta dai finanziamenti Nazionali ed Europei che consentono di definire non solo una linea economica da cui attingere fondi, ma anche di costruire un nuovo rapporto tra spazio costruito ed esigenza del luogo. Consentono di poter dare vita a una visione alternativa di città, contraria a quella attuale, più proficua, e più capace di vivere lo spazio. È una necessità assoluta, è un dovere verso le generazioni future. 

Per questo occorre iniziare a pensare a quartieri più a misura d’uomo e di comunità, ad una città diffusa e inclusiva che abbia ben distribuiti al suo interno centri culturali, hub per sviluppare piattaforme di innovazione tecnologica e sociale, locali musicali, parchi, ciclovie urbane, arene all’aperto (… e potrei continuare).

Occorre ricercare ogni modo per far diventare piattaforma qualificante ogni spazio costruito per restituirlo rigenerato alla risorsa umana insediata e renderlo acceleratore di occasioni collettive, moltiplicatore di capitale umano. Serve, per questo, una pratica urbanistica riflessiva che sia punto di partenza del costruire, del nuovo modo di abitare e vivere lo spazio urbano rafforzato. Serve una città che si rianima. – Conclude l’Architetto Francesco GuidaTutto ciò è necessario per ribaltare il destino a cui siamo stati relegati, ovvero quello che mostra una visione sciatta, disordinata, improduttiva e poco innovativa della Città. Tutto questo rappresenta la base per avere a cuore la nostra Eboli».

Eboli, 19 gennaio 2022

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