Eboli, un “Game of Thrones” politico verso il 2027: si apre la partita del potere, tra civismo e nuove alleanze. FdI lancia l’allarme: «no a candidati “calati dall’alto”». A meno di un anno e dal voto amministrativo, il quadro politico registra fratture nella maggioranza, nuove aggregazioni e strategie in cantiere ber battere I “cartelli” con altri “cartelli“.

di Massimo Del Mese e Marco Naponiello per POLITICAdeMENTE
EBOLI – Tra alleanze sotterranee e nuove geometrie Politiche Eboli si avvicina alla primavera 2027 in un clima che, per dinamiche e tensioni, ricorda sempre più una sorta di “Game of Thrones” amministrativo: un intreccio di equilibri fragili, alleanze in movimento e ambizioni che si ridisegnano sotto la superficie del dibattito pubblico; con al centro di questo scenario, la maggioranza attraversata da segnali di frattura tira a campare, subendo un moltiplicarsi di gruppi e posizioni che ci consegnano una fase politica tutt’altro che stabile.
In questo contesto si inserisce la posizione di Fratelli d’Italia, che in una recente nota stampa ha definito l’attuale fase amministrativa come una stagione di criticità, sottolineando la necessità di un cambiamento profondo nella guida della città di Eboli, sbarrando la strada ai candidati “calati dall’alto”: ritenendo che il “nodo” politico-istituzionale si possa sciogliere solo con una rappresentanza territoriale, radicata e reale.
Il punto politico più netto che emerge dal dibattito riguarda il metodo di selezione delle future classi dirigenti. Nel ragionamento che attraversa il centrodestra e una parte del dibattito civico locale, si afferma con sempre maggiore forza un principio: non possono essere le “investiture dall’alto” a determinare candidati sindaco o consiglieri comunali.
La critica è rivolta a una pratica politica percepita come distante dalla realtà cittadina: figure “catapultate” nelle competizioni elettorali senza un reale radicamento territoriale, senza una presenza costante nei quartieri, senza una relazione strutturata con cittadini, associazioni e tessuto sociale. In questa lettura, la rappresentanza non può nascere come una designazione “di vertice”, né come una scelta maturata esclusivamente in circuiti politici provinciali o regionali, ma deve derivare da una conoscenza diretta e continuativa della città.
La politica “dei funghi” e il problema del radicamento. Nel dibattito politico locale prende forma anche una critica a ciò che viene definita una politica “a comparsa”: soggetti che riemergono improvvisamente nella fase pre-elettorale, senza una presenza continuativa nella vita amministrativa e sociale della città.
Il rischio evidenziato è quello di una classe dirigente percepita come distante, poco leggibile e non pienamente consapevole delle problematiche quotidiane di Eboli: dal tessuto urbano alle periferie, dalle questioni sociali alla programmazione economica. Per contro emerge che l’attuale classe politica oltre ad essere del tutto inadeguata, è sempre più irriconoscibile dal Corpo elettorale che ritiene, dal canto suo, incompetente e fuori luogo, del tutto irrilevante, e sotto il profilo delle competenze per nulla attrezzato.
In questo quadro, si sostiene che l’accesso alla candidatura debba passare attraverso un percorso di partecipazione reale, fatto di confronto costante con la comunità e con i corpi intermedi.
Civismo sì, ma non “cellule staminali” senza identità politica. Un altro passaggio centrale del dibattito riguarda il ruolo delle liste civiche. Il civismo viene riconosciuto come componente legittima e spesso fondamentale del panorama elettorale, ma con una condizione: non può trasformarsi in un contenitore indistinto, privo di orientamento politico e programmatica. Civismo a sua volta sostitutivo dei Partiti politici, ma solo perché questi, a loro volta, non rappresentano “porti” sicuri, attesi che le “Autorità Portuali Politiche” sono più uomini e donne “affiliati” quindi del “bottone” piuttosto che personalità autonome, credibili e degni dì rispetto e dì fiducia. Pertanto il civismo è solo una scappatoia e una fuga “dall’ubbidienza” cieca, conseguenza che porta al rischio evocato di liste “fluide”, capaci di trasformarsi dopo il voto in qualsiasi direzione, senza un chiaro riferimento valoriale o istituzionale. Una dinamica che, secondo questa lettura, indebolisce la trasparenza del mandato elettorale e la stabilità delle alleanze, ma che accresce il qualunquismo e l’avventurismo.
Da qui anche l’osservazione sulla necessità che le forze politiche abbiano il coraggio di esplicitare simboli, appartenenze e referenti istituzionali a livello provinciale, regionale e nazionale, piuttosto dirifugiarsi in “civismi” guidati per rifuggire da sconfitte certe e senza appello, proprio per le ragioni di cui sopra.
È così a furia di presentare le “svolte” guidate come “novità” necessarie per nascondere la loro lontananza dal corpo elettorale che si vorrebbe riconoscere in un progetto si è finito per depotenziare i ruoli ponendo fine alla militanza politica si è posto fine anche alle segreterie come servizio trasformando le in “palestre politiche” che abbiano come scopo quello non di un ruolo di servizio ma crescita del personalissimo. Va ricordato che il “nuovo” non è sempre sinonimo di novità, anzi spesso viene proposto proprio per colmare tutte le carenze politiche di proposte deboli e senza prospettive e futuro. Il risultato? Di sicuro la disaffezione al voto da parte dei cittadini elettori e la bruttissima condizione che si affianca sempre ad un’altra più rovinosa ancora, quella del “voto contro“.
Nel ragionamento politico emerge anche una riflessione sul mutamento dei partiti: la progressiva scomparsa delle segreterie come luoghi di formazione politica ha lasciato spazio a dinamiche più personalistiche. Un tempo, si osserva, le sedi di partito rappresentavano un punto di crescita e formazione per amministratori e futuri consiglieri. Oggi, invece, la selezione delle candidature appare sempre più legata a logiche numeriche e di consenso immediato, ma anche al “Trammismo” quello che porta i più spregiudicato a salire e scendere a piacimento a seconda delle “fermate” che ritengono più convenienti.
Il risultato è una politica percepita come meno strutturata e più esposta a scelte contingenti. No ai cartelli elettorali: serve un progetto, non una sommatoria. Uno dei punti più critici riguarda la costruzione delle coalizioni. Il rischio individuato è quello dei cosiddetti “cartelli elettorali”: aggregazioni costruite solo in funzione del voto, che una volta superata la competizione elettorale tendono a disgregarsi per la presenza di sensibilità politiche divergenti.
Il richiamo è invece a una coalizione fondata su un progetto politico e amministrativo coerente, capace di reggere nel tempo e di garantire stabilità alla futura amministrazione. Il riferimento implicito è anche alle esperienze passate, dove le fratture interne sono emerse proprio dopo la fase elettorale.
Una nuova classe dirigente per Eboli.
La sintesi politica che emerge è chiara: per governare Eboli non basta la costruzione di equilibri elettorali, ma serve una classe dirigente radicata, competente e riconoscibile nel territorio. Praticamente un’avventura. Una classe politica che non sia frutto di designazioni esterne, né di operazioni di vertice, ma che si formi nel confronto quotidiano con la città reale. Tuttavia sull’onda delle novità condite di “moda” si pensa ad esperienze al femminile, per modo di creare un asse di donne Sindache che parte da Campagna, passa per Eboli, per Battipaglia per arrivare a Pontecagnano Faiano (quando sarà il momento)
In questa prospettiva, la sfida del 2027 non sarà soltanto una competizione elettorale, ma una vera e propria ridefinizione degli equilibri politici locali, tra partiti, civismo e nuove leadership con sullo sfondo un bel po’ di aspiranti che non ci penseranno nemmeno un secondo ad indossare, tacchi a spillo, calze di seta, gonne, reggiseni imbottiti parrucche e belletti, pur di rientrare nelle rose delle papabili candidate a Prime cittadine, ma comunque dovranno fare prima i conti con le Segretarie di Partito.
Eboli 17 giugno 2026






