Il valore dei giusti “Riflessioni sociali e urbanistiche”

Il tema urbanistico non   come riscontro puntuale ad una azione, bensì come filosofia del modo di pensare l’urbanistica in una città già costruita.

L’urbanistica, non è solo PUA o “espansione”  è, viceversa anche ed ancor più riqualificazione del costruito.

Francesco Guida

EBOLI – Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Francesco Guida che parla di urbanistica, riferendosi ad una Città, o alle Città, che hanno subito azioni  che hanno modificato nel tempo dimensioni e caratteristiche, piuttosto che incidere come concetto filosofico avvicendando all’ esistente, il costruito e pensando di intervenire armonizzando e riqualificando in uno sviluppo armonico, la Città come luogo di tradizione e di prospettive in funzione dell’uomo.

Non è la prima volta che Guida si rivolge a POLITICAdeMENTE per veicolare il suo pensiero, offrendo  le sue riflessioni alla critica e cercando di aprire un dibattito sull’Urbanistica, e con questo intervento anche alla civiltà e ai comportamenti sociali, non pensando solo ad aree da costruire e magari individuando in azioni, momenti speculativi e semmai anche momenti di scontro politici tra varie fazioni, ma ad azioni pensate per migliorare l’approccio verso la Città, segnalando che per trovare delle novità bisogna, per assurdo, guardare al passato.

Francesco Guida è ebolitano, è un Architetto, e svolge il suo lavoro come funzionario presso la l’Amministrazione Provinciale di Salerno, dirige come funzionario del dipartimento della Protezione Civile.

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di Francesco Guida

EBOLI – Sono trascorsi  centocinquanta anni dall’Unità d’Italia, molte cose sono state fatte e molto tempo è passato d’allora. Il ricordo storico-politico ritorna e caratterizza, in ognuno di noi, un pensiero semmai nazionalistico. Io avverto ciò. Sento come una necessità di trasferire un pensiero, un ricordo scolastico, magari quello sui garibaldini. Sento forte di enfatizzarne il mito, per renderlo vivo e ne parlo con mio figlio, interessato com’è ai fatti storici.

Mi viene da dire che quella fase storica, cosi come tante altre, ad esempio quella che ha visto Roma dominare il mondo, quella del medioevo..  e tante altre, sono il frutto, il risultato dell’azione di uomini che, attraverso il loro sacrificio, hanno portato il nostro paese a raggiungere livelli di interesse e sviluppo nei settori economico, sociale, culturale, architettonico…, senza eguali.

Convengo con me stesso che il passato ha sicuramente saputo caratterizzare e far crescere un valore poi trasferito alle generazioni future fino ad arrivare a noi.

L’eredità storica ricevuta ha, dunque, segnato, ha  marcato i contorni di un paese, di una penisola conosciuta, da tutti, come il “bel paese”, l’Italia, appunto. Quel paese di poeti, naviganti, pittori etc. è stato incorniciato, grazie al sacrificio di costoro, in un quadro che il tempo non ha scolorito.

Mi inorgoglisco al solo pensiero che vi sono state persone che hanno saputo proteggere il valore, la dignità, le cose, da eventi particolari, da periodi bui della storia italiana, europea e mondiale. Hanno saputo difendere i valori e trasferirli a noi anche quando erano le guerre, assurde, a segnare il destino degli uomini.

Quegli uomini, oggi ricordati più che dalla lettura di testi scolastici, dalle  rappresentazioni nelle varie fiction, hanno dato lustro alla nazione; sono coloro che senza essere stati particolarmente dotati e quindi senza immaginare di poter essere eroi, hanno contribuito a rendere  piacevole il vivere nel nostro paese offrendo, a noi, uno scorcio di vita di valore inestimabile. Sono quelli che, per comprenderli tutti, si possono definire come: “i giusti”, ossia semplicemente persone normali che di fronte all’ingiustizia hanno reagito, di fronte alle guerre hanno combattuto, di fronte agli ideali hanno creduto.

Riaffiorano allora alla mia mente condottieri, pittori, scultori, poeti ma anche uomini politici e, perchè no, anche illustri architetti. Poi.., mi lascio coinvolgere, anzi travolgere e, come sempre mi accade, mi soffermo ancora su Eboli. Provo a ricordare quali e quanti siano stati gli uomini illustri che hanno, al pari, trasferito valori, ancora oggi visibili. La mente va a Umberto Nobile, a Matteo Ripa e a tanti altri.  Ma è su Gaetano Genovese (architetto della real casa borbonica) che mi soffermo.

Di lui ricordo il progetto urbano, realizzato a valle del centro storico, che ancora oggi caratterizza l’impianto della città, di quella parte al di sotto della attuale Piazza della Repubblica, per intenderci. Poi, sono assalito da una sensazione strana che mi pervade il corpo perchè avverto: il vuoto. Supero velocemente la sensazione di smarrimento, il  tema “architettonico” mi pervade.   Rivedo  la pianificazione urbana degli anni ‘70, “il piano Fuccella” per così dire  e la parentesi di modifica posta in essere attraverso un esperimento, soffocato sul nascere, di ridisegno della città con il “progetto Capobianco” (mio prof. e maestro all’università’). Poi non associo null’altro che, legato alla attuale pianificazione, possa farmi pensare ad un lavoro di trasformazione urbana, significativo. Provo allora a ricordare (se vi sono stati, nel passato, interventi di riqualificazione  significativi) e  lo faccio attraverso una ricerca che il mio cervello svolge al pari di un computer (quelli di vecchissima generazione), associando per intervento… e non trovo nulla; per nome… l’elaborazione dà esito negativo. Provo allora  ad interfacciare  tra  loro azione e nome, uguale effetto. Non mi viene alla mente nulla ad eccezione del tentativo “Borgo”, che seppure lodevole, è stato stroncato sul nascere.

Delle due l’una: o è un inizio di Alzheimer (?) (Chissa’…), o nel corso di questi anni “moderni “ non è stato fatto nulla di veramente significativo per la nostra città.

Insomma, non mi e’ facile riportare alla mente esperienze “progettuali” rilevanti (tranne quelle che sono dibattute da sempre, come: l’area Pezzullo) ovvero quelle che, realizzate nel paese, hanno potuto segnare una emozione o trasferito benessere.

E’, allora, probabile che gli episodi di vita collettiva, quelli che hanno segnato la vita cittadina sono talmente pochi che non affiorano alla mente.

Tuttavia, se dimenticare cose che per noi hanno uno scarso valore affettivo è molto frequente, a volte addirittura auspicabile, non deve essere così per le cose che hanno grande valore, che suscitano grande interesse o intense emozioni. La città, per sua natura, deve essere tutto cio’ in quanto essa è luogo del vivere. Deve poter rappresentare, per chi la abita, contemporaneamente il luogo del pensiero e dello spazio fisico; il luogo della continuità, della memoria (Ground Zero rappresenta un esempio significativo di tale concetto) e della tradizione;  il luogo della  individuazione e rappresentazione dei valori civili e di ogni personale interesse. Deve essere cioè capace di garantire una visione di progetto di architettura e intessere legami profondi tra citta’, storia e modernita’. Deve  poter essere il mezzo che spinge gli stessi abitanti a viverla ed amarla con enfasi, e con il quale spostare, in avanti, una eredità da trasferire alle generazioni future come bene da amare.

Centrale appaiono tali questioni nel pensiero dei maestri moderni dell’ architettura. Richard Rogers, ad esempio sostiene che “Un’epoca senza memoria e’ effimera in se’ e condanna a produrre oggetti effimeri“. Rilevante appare, a mio avviso, anche il pensiero di  Aldo Rossi quando sostiene chel’ osservazione delle cose e’ la piu’ importante educazione formale, per tramutarla nella memoria delle cose.

Se non fosse così non avremmo potuto conoscere molto del nostro passato, ne’ averlo potuto vivere fino a noi. L’emozione di ammirare oggi una bella città deriva da una considerazione simile. Il partecipare al progresso del proprio paese e’ dunque una sensazione che non può essere abbandonata dalla mente; bisogna esercitarla e farla vivere insieme alla città.

L’assenza di interventi progettuali sulla città richiede una capacità di introspezione e riflessione e quindi il problema deve essere affrontato da coloro che, come me, “conoscono” la materia, ma anche dai singoli cittadini. La riflessione sugli interventi progettuali è una “risorsa” su cui lavorare per  riappropriarsi del giusto valore, dei giusti rapporti  tra spazio costruito e spazio fruibile, tra integrazione e riqualificazione sociale.

Riflettere dovrebbe risultare un esercizio quotidiano sulle cose che sono state fatte e su quelle ancora da fare. La riflessione non dovrebbe mai affievolirsi, men che mai accettare di essere soffocata. Viceversa dovrebbe essere il mezzo per manifestare stati d’animo quotidiani e, possibilmente, positivi, in quanto il disamore  per le cose produce, in senso opposto, un profondo disagio interiore e contribuisce a creare, come è accaduto di recente a Napoli con l’immondizia, una grande sofferenza. Gli episodi di Napoli (quelli che hanno portato i cittadini a rovesciare i bidoni dell’immondizia per le strade), comunicano un disagio, non rappresentano, viceversa,  un gesto che deriva da incultura, bensì un gesto che  migra da qualcos’altro.

Non basta più allora aspettare, non basta desiderare, il “vorrei che qualcun’altro…”. Occorre  agire prima che un siffatto comportamento possa racchiudere componenti motivazionali di cambiamento che si dirigono non verso un obiettivo prefissato, bensì verso l’abbandono della città, la nostra.

E’ dunque utile richiamare in campo le azioni necessarie, i valori, quelli che appartengono ai “giusti”, per provare a raggiungere, in un percorso partecipato, uno stato di benessere collettivo, senza  aspettare, apaticamente, che la unicità del singolo risolva il  malessere di cui è afflitta la città.

Eboli, 27 settembre 2011

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