“L’Arte al tempo della Shoah” al MOA di Eboli

27 Gennaio, ore 20,00, MOA (Museum of Operation Avalanche), “L’Arte al tempo della Shoah”: Dalla creazione alla conservazione dell’Arte.

Teatro visuale, Testi e Coreografie di Antonella Ceriello. E l’arte sopravvive alla repressione nazista: musicisti, scrittori, artisti, attori, danzatori continuano a comunicare bellezza con la loro voce, silente ma assordante.

l'arte al tempo della Shoah

l’arte al tempo della Shoah

da (POLITICAdeMENTE) il Blog di Massimo Del Mesee

EBOLI – Il 27 Gennaio alle ore 20,00 andra’ in scena  al MOA (Museum of Operation Avalanche) di Eboli lo spettacolo di Antonella Ceriello: “L’arte al tempo della Shoah”.

L’arte sopravvive alla repressione nazista: musicisti, scrittori, artisti, attori, danzatori continuano a comunicare bellezza con la loro voce, silente ma assordante. Artisti costretti a servire il pubblico delle SS, poeti e scrittori che non soccombono alla censura, continuando a creare le loro opere.

La figura di Pasquale Rotondi, storico d’arte e Soprintendente alle belle arti, il “salvatore della bellezza” che, attraverso una “missione impossibile” riesce a salvare 10.000 capolavori del nostro patrimonio artistico dai saccheggi nazisti, rischiando la vita. Monologhi e ritratti di uomini e donne che hanno continuato a creare bellezza in una delle pagine più inquietanti della storia.

Teatro visuale
Testi e Coreografie di Antonella Ceriello
Attori:
Michele Ferrarese
Adriana Marino
Ida Pili
Musiche: Luigi Nobile
Audio: Francesco Nobile
Grafica: Francesca Lanzara
Produzione Mo’Art

Intervista all’Autrice: Antonella Ceriello, di Lorena Verrastro

Questa è la sua prima Opera da Regista: Come ci si sente in questa nuova veste?

R: Vorrei precisare che, prima di essere una regista, sono innanzitutto un’autrice – “neofita” – che si cimenta in questa nuova avventura.

Ho voluto affrontare questa tematica, l’Arte in una delle pagine più oscure ed inquietanti della storia dell’umanità, proprio perché rappresentano due aspetti contrapposti: da una parte abbiamo l’Arte vista come un momento di genio artistico, grazia e bellezza; dall’altra la Shoah, che invece rappresenta il male.  L’idea nasce, quindi, dalla volontà di coniugare la “bellezza” con il “male”. Ci sono poi altri due aspetti importante che ho voluto mettere in luce… Il primo è la privazione della libertà individuale. L’arte, alle volte, si è dovuta piegare al regime, al totalitarismo, altre volte si è anche venduta per la sopravvivenza; L’altro aspetto è l’opera di Pasquale Rotondi, storico dell’arte italiano, il quale è riuscito a salvare ben diecimila opere d’arte italiane dalla distruzione e dal saccheggio delle truppe naziste, tra manoscritti, sculture e quadri – prendendosene cura come un padre –  mettendo a rischio la propria vita. Ed è solo grazie a lui se oggi, in molti musei italiani, da Brera agli Uffizi ai Musei Vaticani, possiamo ammirare queste opere. Quindi, l’arte vista come creazione della bellezza in un momento oscuro e l’arte che andava protetta.

Come mai ha scelto questo originale approccio narrativo per raccontare la Shoah, attraverso l’arte?

R: L’arte è vista innanzitutto come un bisogno dell’essere umano: “creare”. L’uomo ha sempre creato, dai primordi ha avuto l’esigenza di dipingere sulle pareti delle caverne, di produrre materiale, ecc… Il creare rappresenta, quindi, un bisogno innato, che non può essere in alcun modo schiacciato. Infatti, questa esigenza umana c’è sempre stata, solo che, non essendoci libertà a quel tempo, spesso l’arte veniva soffocata.

Contestualmente, ho poi voluto rendere omaggio al Moa, scegliendolo come contesto per il mio spettacolo, poiché rappresenta un centro che si prodiga per la diffusione dell’arte, ospita mostre permanenti, si occupa della musica, della pittura. Insomma, una vetrina per gli artisti locali. Pertanto ho voluto coniugare tutti questi aspetti, che sono confluiti insieme.

Progetti futuri? So che ha in cantiere altri lavori…

R: Sempre su questa stessa tematica, ho in mente un soggetto che voleva più tempo per realizzarsi, per cui non è ancora pronto. Si tratta di un’olandese che parte volontaria per i campi in Olanda, mettendosi al servizio degli altri. Il soggetto rappresenta un esempio di filantropia portato alle sue estreme conseguenze, che si conclude con la morte della ragazza. Lei si chiama Etti Illesum ed il suo messaggio è ancora oggi valido: una esortazione a non abbattersi, a non soccombere, non soltanto in questo terribile contesto storico, ma in tutte le vicissitudini. Un aspetto che accomuna sia Etti che gli altri monologhi è il tema della “speranza”, vista non come il dover essere buonisti a tutti i costi, bensì vivere e affrontare le difficoltà. Per dirla con una delle ultime frasi del monologo ed anche dello spettacolo: “Noi esseri umani possiamo dirci veramente una generazione vitale quando non invecchiamo”. Qui non s’intende una vecchiezza anagrafica, bensì una vecchiezza che spegne ogni speranza. Quindi, bisogna essere giovani fino all’ultimo, conservando la speranza.

Cosa rappresentano per te il MOA e Mo’Art?

R: Moa e Mo’Art sono innanzitutto una famiglia, oltre ad essere un centro che, come dicevo prima, da possibilità. Che si tratti di pittori, scultori, famosi e meno famosi, locali e non, il Moa insieme al Mo’Art rappresentano una struttura in fermento, nonché un’occasione per gli artisti di esprimersi.

Info Line 3924670491 – l.nobile@moamuseum.it
È gradita la prenotazione
Ingresso con sottoscrizione

Eboli, 25 gennaio 2016

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