Dal ridimensionamento degli enti intermedi con la Riforma Delrio al dibattito su nuovi modelli istituzionali: in gioco la tenuta demografica e sociale dei territori fragili. Il riassetto istituzionale di Regioni, Province e Comuni si intreccia sempre più con il tema dello spopolamento delle aree interne. A distanza di anni dalla riforma degli enti di area vasta introdotta con la Legge Delrio, il sistema degli enti intermedi appare ancora incompiuto e spesso incapace di garantire una reale capacità di programmazione territoriale.

di Marco Naponiello per POLITICADEMENTE
ROMA – Nel dibattito sull’auspicato riassetto istituzionale degli enti locali, emergono tre possibili direzioni: rafforzamento delle Province, ipotesi di macro-aree regionali o un modello ibrido basato su funzioni reali dei territori. Sullo sfondo, il rischio della desertificazione dei borghi e la necessità di garantire il “diritto a restare”.
Il tema nella fattispecie di alto profilo istituzionale che riguarda il riordino delle circoscrizioni amministrative italiane non può più essere affrontato come una semplice operazione di ingegneria burocratica. La questione è molto più profonda e riguarda direttamente la coesione territoriale del Paese e la sopravvivenza delle aree interne.
Lo spopolamento progressivo, la carenza strutturale di infrastrutture, la debolezza dei servizi essenziali e l’assenza di una vera strategia industriale diffusa stanno determinando una frattura sempre più evidente tra aree urbane e territori marginali. Interi borghi rischiano di trasformarsi in comunità svuotate, senza economia e senza popolazione stabile.

In questo quadro si inserisce la stagione di riforma degli enti di area vasta avviata con la Legge Delrio, che ha ridisegnato il ruolo delle Province riducendone l’assetto istituzionale e le funzioni elettive, con l’obiettivo di razionalizzare la spesa e semplificare il sistema. Tuttavia, a distanza di anni, il processo appare ancora incompiuto e, secondo molti osservatori, ha prodotto un indebolimento della capacità di coordinamento territoriale proprio nelle aree più fragili.
Da qui nasce l’attuale dibattito sul futuro dell’assetto istituzionale italiano, che si sviluppa lungo tre direttrici principali.
La prima ipotesi è il rafforzamento delle Province, con il ritorno a un ente elettivo e dotato di competenze reali su viabilità, edilizia scolastica, pianificazione territoriale e ambiente. In questa visione, le Province tornerebbero a svolgere una funzione di cerniera tra Regioni e Comuni, garantendo maggiore prossimità ai cittadini.
La seconda ipotesi è più radicale e prevede la trasformazione dell’attuale assetto regionale attraverso la creazione di macro-aree territoriali più ampie, in grado di concentrare programmazione e risorse su sanità, trasporti e sviluppo economico. Una soluzione che punta all’efficienza decisionale, ma che rischia di allontanare ulteriormente il livello istituzionale dal cittadino.
La terza strada è quella di un modello ibrido: Regioni con funzioni di indirizzo strategico, Province operative rafforzate e una riorganizzazione dei servizi pubblici su basi funzionali reali — come bacini scolastici, sanitari e della mobilità — che superino i confini amministrativi tradizionali.
Al di là delle soluzioni tecniche, resta però il nodo politico centrale: evitare che la distanza istituzionale si traduca in abbandono territoriale. Il rischio concreto è quello di una progressiva desertificazione delle aree interne e della trasformazione di intere comunità in territori senza popolazione stabile.
In questo senso, il vero obiettivo non è soltanto “riordinare lo Stato”, ma garantire il diritto a restare nei propri luoghi di origine attraverso servizi, infrastrutture e opportunità economiche diffuse. Perché senza una presenza reale dello Stato nei territori fragili, ogni riforma rischia di restare un disegno incompiuto.
Il dibattito sul futuro delle istituzioni locali, dunque, non è un tema tecnico, ma una questione di coesione nazionale e di tenuta democratica del Paese.


Roma, 11 aprile 2026






