Togliatti e il CSM: Quando il PCI diffidava dei Poteri senza contrappesi. La Sinistra di oggi ha dimenticato il suo Padre Nobile?

Dalla Costituente alle battaglie contemporanee sulla giustizia, una contraddizione attraversa la storia della sinistra italiana: il rapporto tra autonomia della magistratura, controllo democratico ed equilibrio dei poteri.

marco naponiello
Il dibattito sulla giustizia ripropone una questione che attraversa la storia repubblicana: quale debba essere il punto di equilibrio tra indipendenza della magistratura e contrappesi democratici. Il pensiero di Palmiro Togliatti, protagonista dei lavori dell’Assemblea Costituente, offre lo spunto per interrogarsi sulle trasformazioni culturali e politiche della sinistra italiana e sulla sua capacità di affrontare le riforme senza pregiudizi ideologici.

di Marco Naponiello per PoliticaDemente il blog di Massimo Del Mese

ROMA – C’è un paradosso nella storia politica italiana che merita di essere ricordato, soprattutto nel momento in cui il dibattito sulla giustizia torna a dividere il Paese: Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista italiano e uno dei padri fondatori della Repubblica, non considerava il rapporto tra magistratura e politica una questione da affrontare con slogan o pregiudizi ideologici. Durante i lavori dell’Assemblea Costituente, Togliatti partecipò al confronto sull’assetto della magistratura e sul ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura. La sua posizione non può essere ridotta a una semplice opposizione al CSM, né sarebbe storicamente corretto attribuirgli una contrarietà assoluta all’indipendenza dei giudici. Il problema era piuttosto quello di individuare un equilibrio costituzionale tra autonomia della magistratura e ordinamento democratico dello Stato. Ed è proprio qui che nasce una riflessione politica di grande attualità.

LA SINISTRA DI IERI E QUELLA DI OGGI

La sinistra italiana contemporanea, almeno in una parte significativa del suo dibattito pubblico, tende a presentare l’indipendenza della magistratura come un principio da difendere senza esitazioni, soprattutto quando si confronta con proposte di riforma provenienti dal centrodestra. È una posizione legittima, perché l’autonomia dei giudici rappresenta una garanzia fondamentale dello Stato di diritto. Ma una domanda rimane: difendere l’indipendenza della magistratura significa necessariamente considerare intoccabile ogni assetto istituzionale esistente?

La Costituzione non consacra l’irresponsabilità di alcun potere. Disegna, invece, un sistema di autonomie, garanzie e contrappesi nel quale nessuna istituzione dovrebbe sottrarsi al confronto democratico. La magistratura deve essere libera dalle pressioni politiche, ma il dibattito sulle modalità con cui garantirne l’indipendenza, la responsabilità e l’equilibrio interno è pienamente legittimo. È questo il terreno sul quale la discussione dovrebbe svilupparsi, senza trasformare ogni proposta di riforma in un attentato alla democrazia e senza considerare ogni critica alla magistratura un tentativo di sottometterla al governo.

TOGLIATTI NON ERA UN SOSTENITORE ACRITICO DI OGNI AUTONOMIA

Il confronto costituente dimostra che anche la sinistra comunista delle origini affrontava la questione della giustizia all’interno di una più ampia riflessione sui rapporti tra i poteri dello Stato. Togliatti era un dirigente politico di formazione marxista, attento al ruolo delle istituzioni e alla sovranità popolare. Non ragionava attraverso le categorie, spesso semplificate, con cui oggi vengono affrontate le controversie sulla giustizia. Sarebbe tuttavia scorretto trasformarlo retroattivamente nel sostenitore di tutte le attuali proposte di riforma o attribuirgli una posizione identica a quella del centrodestra contemporaneo. Il contesto storico era differente, così come differenti erano le questioni istituzionali in discussione. Resta però una lezione: il rapporto tra magistratura e democrazia è una questione costituzionale complessa, che non può essere risolta con l’identificazione automatica tra una determinata architettura istituzionale e la difesa della legalità.

IL PROBLEMA DEGLI SLOGAN

La contraddizione della sinistra di oggi, quando si manifesta, non consiste nel difendere l’indipendenza dei giudici: quella è una battaglia coerente con i principi costituzionali. Consiste piuttosto nel rischio di trasformare tale difesa in una posizione pregiudiziale, per cui qualsiasi modifica dell’ordinamento giudiziario viene respinta prima ancora di essere esaminata nel merito. Una forza politica che rivendica la propria tradizione costituzionale dovrebbe essere capace di distinguere tra le riforme che rafforzano le garanzie e quelle che possono indebolirle. Dovrebbe discutere di effetti concreti, di separazione dei poteri, di indipendenza effettiva dei magistrati e di responsabilità istituzionale, anziché fermarsi alla contrapposizione tra schieramenti. Lo stesso criterio deve valere per il centrodestra: una riforma non diventa automaticamente giusta perché promette di modificare gli equilibri esistenti. Occorre valutarne il testo, le conseguenze e le garanzie previste.

RECUPERARE LA COMPLESSITÀ DELLA TRADIZIONE COMUNISTA

La storia del PCI non può essere utilizzata come un repertorio di citazioni da estrarre a seconda della convenienza politica. Togliatti apparteneva a una stagione nella quale la costruzione della Repubblica imponeva di confrontarsi direttamente con i problemi dell’architettura costituzionale. Richiamarlo oggi significa, dunque, non attribuirgli battaglie che non furono le sue, ma recuperare un metodo: discutere delle istituzioni senza trasformarle in simboli intoccabili e senza rinunciare al principio dei contrappesi democratici. La domanda che la sinistra dovrebbe porsi è semplice: è ancora capace di affrontare una riforma della giustizia attraverso l’analisi costituzionale, oppure finisce per giudicarla soprattutto in base a chi la propone? La risposta non può essere data per scontata. Ma una cosa è certa: l’indipendenza della magistratura è un principio da tutelare; il modo in cui viene organizzata è una questione sulla quale una democrazia può e deve discutere. E forse il modo migliore per rendere omaggio ai padri della Costituente non è invocarli come testimoni delle battaglie di oggi, ma ricordare che la Repubblica è nata proprio dal confronto tra idee diverse, dalla ricerca di equilibri e dalla consapevolezza che nessun potere, politico o giudiziario, può essere sottratto alle garanzie costituzionali.

La memoria storica, quando è autentica, non serve a chiudere il dibattito. Serve ad aprirlo.

Roma 14 Ottobre 2026

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