Grimaldi il nucleare e i siti: una Centrale nella Piana del Sele, è una bufala

La “Carta dei siti”, tiene conto delle caratteristiche morfologiche, geologiche e geopolitiche. La nostra area è a forte rischio sismico.

Grimaldi: “Una Centrale nella Valle del Sele è solo una bufala. Non ci sono i presupposti tecnici.

centrale nucleare

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ROMA – Con piacere pubblichiamo l’intervista all’Ing. Giorgio Grimaldi, dell’ISPRA. L’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), in uno, svolge le funzioni, con le inerenti risorse finanziarie, strumentali e di personale: dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici; dell’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica; dell’Istituto Centrale per la Ricerca scientifica e tecnologica Applicata al Mare.

L’Istituto è vigilato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Al vertice, vi è il prefetto Vincenzo Grimaldi con le vesti di Commissario affiancato dai Sub Commissari Stefano La Porta ed Emilio Santori.

L’ISPRA è una promanazione dall‘APAT (Agency for environment protection and technical services in Italy), l’APAT a sua volta, è esistito fino al 2008, organizzato in differenti dipartimenti, tra i quali il “Dipartimento Nucleare, Rischio Tecnologico e Industriale“.
Il Dipartimento nucleare, rischio tecnologico e industriale, nell’ambito delle competenze e dei fini istituzionali attribuiti all’APAT dalla normativa vigente svolge i compiti di autorità nazionale di controllo per quanto attiene alla sicurezza nucleare, alla radioprotezione, alle materie nucleari, alla protezione fisica passiva degli impianti e delle materie nucleari, nonché al trasporto delle materie radioattive e nucleari.
L’Ing. Giorgio Grimaldi si è laureato in ingegneria elettronica a Napoli  e ha fatto la scuola di specializzazione in sicurezza nucleare a Pisa. Inoltre, ha collaborato anche con il gruppo impegnato per la normativa tecnica americana sulla costruzione delle centrali nucleari. Solo da qualche mese è in pensione.

D – Ultimamente in Italia si sta tentando di ritornare al nucleare, chi è che gestirà il tutto e come ?

Giorgio Grimaldi: Fino al referendum sul nucleare del 1987, lo sviluppo della tecnologia nucleare in Italia era caratterizzata dalla presenza di un unico esercente, l’ENEL, Ente pubblico nazionale, e di un unico Ente di sicurezza e controllo, la DISP (Dipartimento Sicurezza e Protezione dell’ENEA).

Oggi ci si muove in un contesto di una pluralità di esercenti privati.

La competenza in materia di autorizzazione dei nuovi impianti è affidata ad una molteplicità di soggetti pubblici nazionali e territoriali, che si esprimono su diversi aspetti, principalmente ambiente e salute, con il coordinamento dell’Ente di sicurezza e controllo nazionale, che rimane competente sugli aspetti di sicurezza nucleare e di radioprotezione.

L’Ente di sicurezza e controllo è costituito, al momento, da un gruppo di circa 80 persone collocate nel “Dipartimento nucleare, rischio tecnologico e industriale” dell’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). Il nucleo più antico del gruppo è costituito dal personale della DISP che ha vissuto la costruzione e l’esercizio dei vecchi impianti nucleari italiani, oggi tutti fermi e in fase di smantellamento. Molti di questi andranno in pensione nei prossimi anni. Pertanto si andranno progressivamente riducendo le competenze che hanno vissuto sul campo le fasi di progettazione, costruzione ed esercizio dei vecchi impianti nucleari.

L’attuale governo ha approvato un Decreto che prevede l’istituzione di una nuova Agenzia, non ancora operativa, che si occuperà delle istruttorie tecniche dei nuovi insediamenti nucleari. Il primo nucleo dell’Agenzia sarà costituita da 50 unità di personale attinte dall’ISPRA e da altrettante attinte dall’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia  e l’ambiente).

Lo stesso Decreto fissa tempi ristretti per l’esame dei nuovi progetti (3 mesi), necessari per garantire la rapida operatività dei progetti, ma che lasciano qualche dubbio, tra gli addetti ai lavori, sulla  possibilità di un esame tecnico esaustivo.

D – E per quanto riguarda la scelta dei siti, che strada si sta seguendo ?

R. – La DISP aveva definito i criteri per la scelta dei siti candidati all’installazione di impianti nucleari, producendo la cosiddetta “carta dei siti”. Nell’analisi venivano considerate principalmente le caratteristiche morfologiche e geologiche dei siti (sismicità, idrologia superficiale e profonda, stabilità dei terreni, rischio di allagamento, ecc.) e le caratteristiche geopolitiche delle aree (insediamenti umani e produttivi, reti stradali, reti elettriche, ecc.).

Su tali basi, alla fine degli anni ’80, erano stati definiti, a livellogovernativo, i siti destinati ad accogliere i nuovi impianti, da aggiungere alle vecchie centrali in esercizio: Latina, Garigliano, Trino Vercellese e Caorso. I siti selezionati erano tre: Montalto di Castro, nell’Alto Lazio, dove era in fase di avanzata costruzione, nel 1987, una centrale BWR (Boiling water reactor), con tecnologia General Electric (USA); Trino Vercellese, dove era in esercizio un vecchio PWR (Presurized Water Reactor) con tecnologia Westinghouse e si stavano predisponendo le aree su cui doveva sorgere il primo impianto PUN (Progetto Unificato Nazionale), con reattore PWR di nuova generazione; Puglia, destinato ad accogliere il secondo impianto PUN.

Attualmente il processo di localizzazione dei nuovi siti nucleari si sta sviluppando a livello politico, senza coinvolgere l’Ente di sicurezza e controllo, che verrà interessato alle analisi di sicurezza dei siti, presumibilmente, a scelta già effettuata.

Il Decreto emanato per la scelta dei siti prevede tempi brevi (mesi), ma ancora non ci sono notizie certe. E’ probabile che qualche elemento di maggiore chiarezza ci sarà dopo le prossime elezioni regionali.

L’accettabilità dei siti che saranno individuati sarà presumibilmente condizionata da elementi di opportunità politica (allineamento o meno della politica locale con quella nazionale), incentivi alle popolazioni locali, strategie di pressione (interesse nazionale/locale, protezione e militarizzazione dei siti, ecc.)

Non sembra che l’autorità politica sia orientata a mettere in atto un processo di coinvolgimento preventivo delle popolazioni locali del tipo della “public inquiry”, messa in atto in altri paesi.

D. – E per quanto riguarda gli impianti e i loro sviluppi ?

R. – Il Progetto Unificato Nazionale (PUN) fu sviluppato in Italia alla fine degli anni ’80, personalizzando un reattore PWR di tipo Westinghouse alla situazione e alle esigenze nazionali.

La novità  del PUN era che si sceglieva un impianto standard per tutte le centrali che sarebbero state costruite in Italia.  In tal modo le analisi di sicurezza, che richiedono in genere 4-5 anni, sarebbero state effettuate una volta per tutte e sarebbero rimaste valide per tutte le centrali da costruire dopo la prima. Pertanto, per le diverse installazioni sarebbe stato necessario rifare soltanto l’analisi del sito. Ciò avrebbe ridotto i tempi di analisi tecnica di 4-5 anni per ciascuna installazione.

Oggi l’esperienza PUN è stata abbandonata, in favore di un reattore di III generazione EPR (European Power Reactor) da 1600 MWe  (MegaWatt elettrici), sviluppato da un consorzio franco-tedesco.

Gli impianti di terza generazione presentano delle caratteristiche di sicurezza intrinseca maggiori dei precedenti impianti, sulla base delle passate esperienze di esercizio. Rimangono però, per quanto attenuati, ancora alcuni dei problemi di fondo che hanno limitato, in passato, l’accettabilità degli insediamenti nucleari: innanzitutto il rischio di eventi molto rari, ma con conseguenze catastrofiche e la necessità di fronteggiare la produzione di rifiuti radioattivi a vita lunga.

Il rischio di incidenti catastrofici si è andato riducendo progressivamente, man mano che migliorava la conoscenza della tecnologia nucleare. Peraltro si è andata acuendo nel tempo la sensibilità degli addetti ai lavori e delle popolazioni nei confronti dei rischi potenziali di incidenti rilevanti. Rimane la considerazione che qualunque attività umana non è mai a rischio zero; ma ciò è vero sia per il nucleare, sia, spesso in misura ancora maggiore, per attività industriali ad alto rischio non nucleari.

Sono allo studio nuove tipologie di impianti nucleari a sempre maggiore sicurezza intrinseca, ma gli impianti ad oggi concretamente disponibili, sono quelli i reattori di III generazione previsti nel piano nazionale attuale.

La produzione di rifiuti radioattivi dalle centrali nucleari rimane un problema aperto, soprattutto laddove non si riesce a costruire un sito di stoccaggio permanente. Una prospettiva interessante è basata sulla trasformazione dei prodotti di fissione ad alta attività e a vita lunga in prodotti a vita media, con la “spallazione”  dei nuclei dei prodotti di fissione con neutroni di energia appropriata (progetto Rubbia).

D. – Quanto tempo e quanto potrebbe costarci ?

R. – I tempi di costruzione di un impianto EPR vengono valutati nell’ordine di 4-5 anni, a cui occorre aggiungere i tempi per le analisi di sicurezza ed ambientali e per le opere preliminari sul sito. Una valutazione precisa del tempo totale di realizzazione di un impianto, dalla decisione di costruirlo all’entrata in esercizio, è molto difficile e viene valutata nell’ordine di 10-14 anni. L’esempio di riferimento più recente  è l’unità 3 di Olkiluoto, in Finlandia. L’iter autorizzativo è iniziato nel 1998; l’approvazione della nuova centrale da parte del Governo è avvenuta nel maggio del 2002; la licenza di costruzione è stata rilasciata nel 2005; la costruzione è tuttora in corso e si concluderà presumibilmente nel 2011, con la messa in funzione dell’impianto.

Il costo di una centrale nucleare di tipo EPR da 1600 Mwe viene stimato oggi nell’ordine di circa 3 miliardi di Euro. Formalmente i costi di investimento dovrebbero far carico agli investitori privati, che però stanno già chiedendo un sostegno pubblico.

Le considerazioni sopra accennate su tempi e costi porterebbero a ritenere necessaria una fase di breve-medio termine in cui l’affrancamento dai combustibili fossili dovrebbe passare attraverso tecnologie basate su fonti rinnovabili e su processi di razionalizzazione e di riduzione dei consumi.

D. – Perchè  scegliere la III generazione e non la IV ?

R. – Malfunzionamenti ed incidenti su impianti nucleari vengono analizzati in tutti i loro aspetti tecnici e gestionali, allo scopo di evidenziare eventuali aspetti critici (lessons learned) applicabili ad altri reattori. E’ il cosiddetto “backfitting”: si studiano le cause dirette e le cause di radice di un incidente e si studiano miglioramenti da introdurre sia sull’impianto incidentato che sugli altri impianti.

Il backfitting è un processo antico, già a seguito dell’incidente di Three Mile Island, era stata effettuata una revisione critica di tutti gli impianti nucleari in esercizio, nota come “post TMI.

In ambito internazionale è stato sottoscritto, ormai da molti anni, un accordo di mutuo scambio di rapporti tecnici su malfunzionamenti e incidenti connessi con l’impiego pacifico della tecnologia nucleare tra i paesi aderenti all’IAEA (International Atomic Energy Agency). Il mutuo scambio è basato sul sistema NEWS (Nuclear Events Web Based System), ad accesso pubblico: http://www-news.iaea.org/news/default.asp.

Il sistema viene alimentato con le notifiche inviate dai coordinatori nazionali.

Nel momento in cui il coordinatore nazionale ha notizia di un malfunzionamento rilevante o di un incidente verificatosi nel proprio paese, invia una “pronta notifica” al sistema, con la descrizione dell’evento, delle sue conseguenze e della sua gravità, con riferimento ad una scala predefinita, la scala INES. Sono stato per anni coordinatore del sistema per l’Italia.

Inoltre, in ambito OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development) è operante da anni il Gruppo di lavoro WGOE (Working Group on Operating Experience), che svolge analisi di dettaglio dell’esperienza di esercizio degli impianti nucleari, allo scopo di applicare le “lezioni apprese” da incidenti e malfunzionamenti al progetto e all’esercizio di altri impianti.

L’analisi di backfitting dell’incidente di Chernobyl ha portato a sviluppare una nuova filiera di reattori nucleari,  i reattori di III generazione, attualmente proposti per la costruzione di nuovi impianti di produzione di energia elettrica da fonte nucleare. Il reattore EPR rientra in questa tipologia di impianto.

Gli studi di sicurezza nucleare proseguono; per il futuro sono allo studio reattori di IV generazione, al momento ancora non ancora maturi per la costruzione.

D. – Per quanto riguarda, invece, lo smaltimento dei rifiuti?

R. – La problematica dei rifiuti radioattivi fa molta presa sul pubblico, ma dal punto di vista tecnico e tecnologico non è un problema rilevante. Le tecnologie sviluppate per la conservazione dei rifiuti a media e bassa attività (tempi di dimezzamento dell’ordine di 100 anni) sono consolidate e di notevole affidabilità. Peraltro il grosso dei rifiuti nucleari a media e a bassa attività proviene dal campo industriale e da quello ospedaliero. Quindi chiudere le centrali di produzione di energia non elimina interamente il problema. Le soluzioni ad oggi adottate prevedono la conservazione in matrice cementizia colata all’interno di fusti a tenuta stagna in acciaio inossidabile. I fusti vengono poi alloggiati in contenitori a forma di parallelepipedo in calcestruzzo armato, con interstizi tra i fusti riempiti di calcestruzzo, interrati sotto uno strato di terreno di una decina di metri. Infine sullo strato superiore di terreno viene ripristinato il prato preesistente.

I rifiuti nucleari ad alta attività, prodotti della fissione nucleare nelle centrali elettronucleari, hanno tempi di dimezzamento dell’ordine di migliaia di anni. Sono quantitativamente molto ridotti rispetto ai rifiuti a media e a bassa attività.

Le tecniche di conservazione sviluppate prevedono l’inglobamento in matrice vetrosa, colata all’interno di fusti di acciaio inossidabile. I fusti vengono poi alloggiati in siti geologicamente stabili.

Sono allo studio tecniche di trasformazione dei rifiuti ad alta attività e a vita lunga in nuclei radioattivi a vita media, con tempi di dimezzamento dell’ordine di 100 anni (es. progetto Rubbia).

D. – E il combustibile nucleare ? Da chi lo importerebbe l’Italia ?

R. – L’approvvigionamento del combustibile nucleare fresco è in mano agli stessi gruppi che forniscono i combustibili fossili, per cui non si modifica di molto la dipendenza dall’estero.

La disponibilità  di combustibile nucleare non è, al momento, un problema rilevante. Le disponibilità stimate vanno ben oltre il periodo di utilizzo dei combustibili fossili. Nei costi di esercizio di una centrale nucleare il combustibile ha un peso limitato rispetto ai costi di esercizio, di manutenzione e di sicurezza.

D. – In definitiva, è conveniente tale tecnologia ?

R. – Che la tecnologia nucleare sia conveniente o meno è una domanda a cui è difficile rispondere. Entrano in gioco variabili molteplici e complesse, alcune di valutazione difficilmente oggettivabile, su cui non si troverà mai consenso generalizzato.

Il rischio maggiore che vedo personalmente è che si possa ripetere nei prossimi anni quanto già accaduto dopo il referendum del 1987, allorché furono buttati via tanti soldi, con la chiusura delle centrali in esercizio e di Montalto di Castro, in fase avanzata di costruzione. Spero che, se si dovesse avviare la costruzione di nuovi impianti, si vada poi fino in fondo, utilizzando gli impianti costruiti per tutta la loro vita utile, dell’ordine di qualche decina di anni.

D. – Ultimissima domanda, si sono lette  ultimamente, su giornali locali, dichiarazioni di esponenti politici Ebolitani in materia del nucleare e sul pericolo imminente che una struttura simile possa essere installata nel territorio della valle del Sele. E’ questa una forma di propaganda elettorale in vista delle future elezioni ?

R. – Giorgio Grimaldi: Mi sembra una bufala, non vedo i presupposti tecnici.

Grazie

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