Rosso Pompeiano: L’ultimo libro di Abdon Alinovi

“Rosso Pompeiano”, l’ultimo saggio storico-politico di Abdon Alinovi.

Un’opera fondamentale da studio socio-politico, nella quale la Città, personaggi e fatti di Eboli sono al centro del racconto.

Abdon Alinovi

Abdon Alinovi

di Antonio Lioi
per (POLITICAdeMENTE) il blog di Massimo Del Mese

EBOLI – Quando nel 2013 compiva 90 anni, il quotidiano La Repubblica scriveva: «Abdon Alinovi: 90 anni da rivoluzionario gentile».

Se il  tè è di destra ma il caffè è di sinistra, quello fatto con la caffettiera napoletana a casa di Abdon Alinovi lo è ancora di più. Novant’anni e nessuno glieli darebbe, se non la storia, che lo ha visto personaggio di rilievo del Pci dalla svolta imposta da Togliatti proprio a Napoli. Meno dieci a un secolo che domani alle 10 Alinovi festeggerà con gli studenti dei licei, invitati dal presidente dell’Istituto campano per la storia della Resistenza, Guido D’ Agostino, e da quello dell’ Associazione nazionale dei partigiani, Antonio Amoretti, nell’Antisala dei Baroni nel Maschio Angioino. Festa che attende con una certa ansia, l’ anziano onorevole, e per la quale ha preparato, sul pianoforte a coda del suo salotto circolare, le carte di una vita. Su un tavolino, il computer («i padroni del mondo, quelli della mela morsicata») e sulla scrivania vicino alla porta a vetri i voluminosi atti che costituiscono il diario delle legislature da deputato. In giro le foto degli anni dell’impegno politico. In una si vede Palmiro Togliatti in piazzetta a Capri con una irriconoscibile e giovanissima Nilde Iotti sorridente. Sigaretta accesa, in piedi, sempre in giacca e cravatta, come ora, c’è anche il giovane leone Abdon Alinovi.

Abdon con Valeria

Abdon con Valeria

Pasqua del ’49. «Era la prima uscita pubblica per Togliatti dopo l’ attentato del ’48. Volle andare a Capri con l’intento di mostrarsi all’ Italia e anche fuori. Giorgio Amendola mi chiese: “Saresti contento di farti una Pasqua con Togliatti a Capri?”. Risposi di sì. Alloggiammo in un appartamento con terrazza vista mare. Per lui avevo avuto un vero colpo di fulmine quando l’ avevo sentito per la prima volta al Modernissimo l’11 aprile del ’44: il suo primo discorso a Napoli». Un racconto di uomini, di fatti, di programmi di governo che parte da lontano, con il papà Nino – il nome dato dal nonno, ufficiale di Bixio e Garibaldi sceso da Parma – scomparso precocemente, e con il giovanissimo Abdon, rivoluzionario dentro, sin da quando era teenager. Il padre pensava di avergli dato un nome inventato, lontano dalle agiografie dei santi del cattolicesimo. Invece nel calendario esistono Abdon e Sennen, principi persiani convertiti e martiri che ammansirono i leoni nel Colosseo. Un po’ quello che Alinovi ha fatto nel partito, in tanti anni. Un racconto che lo vede studente di Giurisprudenza «interessato a frequentare l’università solo alla maniera di Gramsci, ascoltando le lezioni dei grandi maestri, come Arangio Ruiz, Carmelo Scuto, Giuseppe Bartolomei».

Non si laurea, ha altro da fare di più urgente. Come militare nel gruppo clandestino del Pci organizzato a Eboli, dove è nato, al seguito di un maestro al cui nome ancora si illumina: Mario Garuglieri, calzolaio artigiano e giornalista, confinato politico e compagno di prigionia di Gramsci. Dal ‘ 48 al ‘ 62 è tra i dirigenti della federazione del partito, di cui diventa segretario dal ‘ 55 al ‘ 62. In quell’anno lo trasferiscono a Botteghe Oscure. «Ingrao e io venimmo delegati al congresso dove Moro ammise il Pci nell’ arco costituzionale con un discorso fiume di grande lucidità e spessore, che ancora ricordo. Ho pianto una sola volta nella mia vita, quando è morto mio padre, ma il sequestro e l’ omicidio di Aldo Moro sono stati per me un dolore grande».

abdon-alinovi. giovane

abdon-alinovi. giovane

Sul pianoforte c’ è la foto della moglie, Giulia De Cesare, della quale è ancora innamoratissimo: «La dialettica è il segreto della nostra unione». E non manca di ricordare, tra i dolcissimi sorrisi della signora: «Ho dovuto combattere per sbaragliare i suoi tanti pretendenti». Testimone di nozze fu Giorgio Amendola: «Era il 19 marzo del ‘ 51. La sala del matrimonio civile era sporchissima, non funzionò la mazzetta che diedi al custode». Politico è un termine che non gli piace. «Amendola schifava questa definizione, diceva “non siamo una categoria”. Gramsci la chiama missione». Dal ‘ 66 per tre anni Alinovi ricopre la carica di segretario regionale in Calabria. «Nel ‘ 69 torna a Napoli per volontà di Longo e Macaluso e nel ’70 fui capolista alle regionali». Per approdare in Parlamento come deputato nel ’76. «In verità non c’ era altro da farmi fare».

Ad Alinovi i compagni di partito riconoscono «il pregio di saper ascoltare la gente, come Chiaromonte e lo stesso Napolitano», ma anche di saper coniugare «la missione del politico a quella di rivoluzionario di professione». Presiede la Commissione parlamentare antimafia nel corso della settima, ottava e nona legislatura, periodi caldi che vedono morire sotto i colpi della mafia servitori dello Stato come Chinnici e Dalla Chiesa. «Poi cambiarono la legge, diventò una Commissione parlamentare di inchiesta. Ma inchiesta su che?». Dopo la decima legislatura (1987-92) Alinovi lascia Roma definitivamente. «Ho detto addio al Parlamento dopo la caduta del Pci, che ha avuto un effetto domino, portandosi dietro il crollo di Dc e Psi».

Rosso Pompeiano

Rosso Pompeiano

Al suo attivo ha 133 proposte di legge, che vanno da una avanguardistica promozione delle energie rinnovabili (con Barca senior, padre dell’ ex ministro) al minimo garantito per i giovani disoccupati, che firma nell’ 89 con Antonio Bassolino. Secondo alcuni, il suo delfino. «Non lo vedo dal secondo mandato di sindaco – spiega Alinovi – ho avuto con lui un bel rapporto intenso, che si è logorato per il mio dissenso sull’ Italsider. Non solo non doveva avallare la dismissione, secondo me, ma doveva difendere la più avanzata acciaieria d’ Europa, prima che la vendessero per quattro soldi ai cinesi».

L’ambientalismo ci credeva fermamente: «Amendola mi riferì le parole di una gran signora napoletana, Elena Croce, che ricordo con grande rispetto: “Perché Alinovi vuole la fabbrica?– gli aveva chiesto – Anche i dipendenti degli alberghi che sorgerebbero al suo posto sono proletariato, come gli operai“. Domandai ai politici di allora: “Se chiudiamo l’ Ilva, mi date un’ industria che non inquina?”. La risposta non arrivò allora e la sto ancora aspettando» ( La Repubblica 5 maggio 2013).

ABDON ALINOVI
(di Antonio Lioi)

Abdon ALINOVI nasce ad Eboli il  6 maggio 1923 ed il 6 maggio 2013. il Comune di Eboli – Sindaco Martino Melchionda – ha conferito ad Abdon Alinovi la cittadinanza onoraria.

Abdon, grazie anche all’aiuto della figlia Valeria, è autore del libro: ROSSO POMPEIANO. Mario Garuglieri, il testimone. Inedito memoria alla Corte d’Assise. Carcere delle Murate (Firenze, 17 agosto 1922)
Editore Città del Sole Edizioni prezzo di copertina 18,00 euro Acquistabile anche on line (http://www.ibs.it/…/alinovi…/rosso-pompeiano-mario.html) al costo di 15,30.

ARFE'

ARFE’

Descrizione: A più di 90 anni Alinovi ha preferito ripercorrere l’adolescenza e la prima giovinezza per ritrovare il filo della storia. Appena diplomato liceale, Abdon Alinovi, si associa al gruppo clandestino di giovani formato ad Eboli dal confinato Mario Garuglieri, fiorentino, compagno di carcere di Antonio Gramsci. La seconda guerra mondiale è arrivata alle porte della sua casa, ( oggi via G.B. Vignola salita dell’Ospedale) con la fame, le bombe, le macerie: la battaglia della Piana di Paestum, crocevia sud-europeo della lotta al nazifascismo, è vista da vicino. Dalla “liberazione amara” comincia, gramscianamente, la “missione del politico”; a Napoli, al “Modernissimo e all’Egiziaca” il giovane Abdon prende ‘lezione’ ed è affascinato da un Togliatti tornato dall’esilio, artefice del governo nazionale coi grandi nomi dell’antica Italia: Benedetto Croce, Enrico De Nicola, Carlo Sforza, Giulio Rodinò, Pietro Mancini. L’arduo percorso per avviare una democrazia progressiva è vissuto da Alinovi con difficoltà e slanci. Tra Salerno e Napoli, “quattro ragazzi, meno di cent’anni tutti insieme” proveranno a costruire l'”intellettuale collettivo” che sollevi le classi subalterne al ruolo di protagonisti della storia.

“Come Lui” uno dei testimoni nel libro “Per Gaetano Arfè” testimonianze“ (Abdon Alinovi  a pag..23-27, Antonio Lioi a pag. 126-129), questo libro con tante prestigiosissime firme ha la prefazione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Abdon Alinovi è un  prestigioso ebolitano  più volte citato nel  lavoro del Dott. Vittorio Salemme che parla di lui e di Eboli in questa  Sua ricerca storica “sui confinati politici in provincia di Salerno dopo la Liberazione”.

Gli anni più recenti hanno registrato un certo orientamento politico, sostenuto anche da una vasta pubblicistica, diretto a sottoporre ad una sorta di revisionismo storico le vicende che, dopo il 25 luglio 1943 e l’armistizio del successivo 8 settembre, hanno visto il nostro paese schierato con le forze alleate nella guerra contro il nazifascismo per poi pervenire, attraverso la lotta di liberazione e la Resistenza, all’avvento della democrazia, alla scelta per la Repubblica ed all’approvazione della nuova carta costituzionale.

ARFE'5

ARFE’5

Abbiamo assistito, sempre più di frequente, a tentativi di accomunare in un unico giudizio i combattenti dell’una e dell’altra parte, introducendo, da un lato, la retorica “dei bravi ragazzi di Salò” ed evidenziando, dall’altro, alcune vicende non limpide della guerra partigiana, con l’obiettivo evidente di rendere sempre meno percepibili, soprattutto dalle nuove generazioni, i valori ideali che hanno presieduto alla formazione dello Stato repubblicano. In questa logica vanno considerati anche gli episodi, accaduti spesso negli ultimi tempi, con i quali si è cercato di togliere significato e contenuti alle celebrazioni del 25 aprile, quale momento rievocativo della sconfitta del nazifascismo e simbolo della Liberazione.

Questa tendenza ha avuto modo di essere pubblicizzata di recente anche in provincia di Salerno attraverso manifesti e dichiarazioni dal contenuto del tutto estemporaneo, che, per la loro singolarità, hanno richiamato l’attenzione della stampa nazionale oltre che suscitare la vivace reazione di forze politiche e sindacali, circoli culturali e associazioni partigiane1.

Quasi a contrapporsi a questo indirizzo, si è verificato, peraltro, nella stessa realtà territoriale, il fiorire di diverse iniziative storiografiche o pubblicistiche che hanno cercato di ricostruire, con ben diverso rigore e rispetto della verità, alcuni momenti di particolare rilievo vissuti nella nostra provincia in quel periodo critico che va dalla caduta del fascismo all’immediato dopoguerra.

In questo filone va soprattutto considerato il contributo determinante dato dall’Università attraverso la produzione scientifica di docenti e ricercatori nonché di studenti impegnati nella redazione di tesi di laurea su argomenti relativi a quel periodo, senza trascurare, comunque, anche l’apporto d’indagine e di studio che altri hanno saputo dare, consentendo di far rivivere (o di non far dimenticare) situazioni e personaggi della nostra storia locale.

In quest’opera meritoria vanno certamente menzionati, tra gli altri, Giustina Laurenzi e Ubaldo Baldi che con loro recenti lavori2 hanno offerto utili spunti per una riflessione sulla nascita e sull’attività, subito dopo la caduta del fascismo, del gruppo dirigente comunista in provincia di Salerno ed, in particolare, sul ruolo svolto nel nostro territorio da alcuni confinati politici nella formazione dei nuovi quadri, già durante la dittatura, e nell’organizzazione del partito immediatamente dopo la liberazione.

La repressione fascista aveva immaginato di sconfiggere e neutralizzare, con il carcere ed il confino, l’azione degli oppositori del regime ed invece, involontariamente, riuscì a far sviluppare anche nei centri minori, ritenuti immuni e sotto controllo, il seme del dissenso e della libertà, grazie all’opera costante e silenziosa dei confinati politici, spesso autodidatti, ma dotati oltre che di una inesauribile forza morale, capace di sopportare i disagi più gravi, anche di una straordinaria carica ideale.

Questo fenomeno, verificatosi in varie parti d’Italia, fu presente in qualche maniera anche in alcuni comuni della provincia di Salerno, scelti dalle autorità di polizia per isolare e mettere in condizione di non nuocere personaggi che, dopo aver scontato alcuni anni di carcere, era opportuno tenere lontani dai loro luoghi di origine per impedire ad essi di riprendere qualsiasi attività antifascista.

Il nome che, in proposito, viene più di frequente ricordato è quello di Mario Garuglieri, un calzolaio fiorentino, che, dopo molti anni di carcere, dal 1938 fu confinato ad Eboli dove riuscì a creare una vera e propria scuola di partito clandestina nella quale si formò un consistente nucleo di futuri dirigenti del PCI salernitano.

Ma, prima di illustrare più dettagliatamente la figura di Garuglieri, sembra opportuno soffermarsi su altri confinati, meno noti, ma anch’essi molto attivi nell’azione di coerente testimonianza politica, manifestata spesso attraverso un’opera nascosta e rischiosa di proselitismo e di diffusione della stampa antifascista, pubblicata illegalmente in Italia o proveniente dall’estero.

Uno di questi fu Elvezio Pennazza, artigiano stuccatore di Albano Laziale, giunto ad Eboli nel 1941 ma assegnato al confino già dal 1932, prima a Ponza e successivamente alle Tremiti, a Campagna e a Baronissi. Nel fascicolo personale presso il casellario politico centrale del Ministero dell’Interno (fascicolo n. 113198), Pennazza veniva segnalato come “comunista, confinato politico, pericoloso 3.

Altro comunista confinato ad Eboli fu Eugenio Baldassarri, originario di Recanati, del quale si hanno poche frammentarie notizie, tra le quali quella della sua partecipazione, con Mario Garuglieri e Vincenzo Maurino in rappresentanza del PCI salernitano, al congresso antifascista svoltosi il 28 e 29 gennaio 1944 a Bari 4.

A Montesano sulla Marcellana scontò un periodo di confino il comunista friulano Riccardo Morsut, sarto, nato ad Aquileia il 22 gennaio 1913, dopo la condanna al carcere pronunziata con sentenza n. 29 del 10.5.1935 dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Come tanti altri, anch’egli si impegnò in attività di propaganda clandestina e, dopo la liberazione, partecipò attivamente ad alcune manifestazioni politiche della federazione comunista salernitana5.

A Sala Consilina fu, invece, confinato dall’ottobre 1939 Ettore Bielli che, pur sottoposto a stretti controlli di polizia perché inserito nell’elenco speciale delle “persone da arrestarsi in determinate circostanze”, riuscì, durante il suo soggiorno in quella località, a mantenere utili contatti con altri esponenti del movimento clandestino comunista. Dopo la liberazione fu tra i fondatori della camera del lavoro e della sezione di Sala Consilina del partito comunista ma già nel 1944, non avendo condiviso la linea politica di Togliatti, si allontanò dal PCI aderendo successivamente al movimento anarchico internazionale, del quale fu un attivo esponente fino alla sua morte, avvenuta nel 1972 a Salerno6.

Sempre ad Eboli fu confinato, negli ultimi tempi della dittatura dopo essere stato qualche anno nelle Isole Tremiti, l’avv. Dino Philipson, già deputato liberaldemocratico nella XXV e nella XXVI legislatura che, poi, alla caduta del fascismo fu sottosegretario alla Presidenza del Consiglio quando, nel febbraio 1944, il primo governo Badoglio si trasferì da Brindisi a Salerno. In seguito, nel settembre 1945, fu anche nominato componente della Consulta Nazionale7.

Altro confinato politico giunto nel 1942 in provincia di Salerno, a Baronissi, dopo vari “soggiorni” in altre località, fu Danilo Mannucci8, livornese, di professione vetraio, che nei giorni immediatamente successivi allo sbarco degli alleati a Salerno fu uno dei primi a dirigere la riorganizzazione del partito comunista a Salerno. Insieme a Ippolito Ceriello9, a metà dicembre del 1943, Mannucci pubblicò il giornale “Il Soviet, organo della federazione comunista salernitana” e il 10 gennaio 1944 tenne la relazione introduttiva al primo congresso provinciale del partito. Mentre, a seguito di quel congresso, Ceriello venne eletto segretario della Federazione provinciale del PCI, Mannucci si dedicò, invece, alla ripresa del movimento sindacale, divenendo di fatto il responsabile della Camera del lavoro. La linea “bordighista” seguita da Mannucci e Ceriello si scontrò nei mesi successivi con la “svolta di Salerno” imposta da Togliatti10 al PCI e qualche tempo dopo entrambi furono colpiti da un provvedimento di espulsione dal partito.

Un ruolo rilevante nella riorganizzazione del PCI in provincia di Salerno, immediatamente dopo la caduta del fascismo, lo ebbe anche un altro confinato politico, Giordano Dall’Ara11, di Cesena, di professione fabbro. Condannato nel 1934 a sei anni di carcere dal Tribunale Speciale, dopo tre anni di reclusione nel carcere di Fossano fu liberato e sottoposto a libertà vigilata. Nel 1940, con lo scoppio della guerra, fu inviato al confino a Calabritto (AV), dove continuò il suo impegno di militante comunista svolgendo una intensa attività antifascista. Nel 1942 subì una nuova condanna ad undici anni di carcere, prima a Regina Coeli e, poi, di nuovo a Fossano. Liberato dopo il 25 luglio 1943, si trovò a Salerno successivamente allo sbarco degli Alleati e nel giro di poco tempo assunse importanti responsabilità nel partito e nel sindacato. Il 7 aprile 1944 la Delegazione per l’Italia Meridionale del PCI, su intervento di Togliatti, decise di sciogliere la Federazione provinciale di Salerno, guidata da Ceriello e Mannucci, e nominò un Comitato per la riorganizzazione del partito, composto da Giovanni Maci, Otello Curti, Mario Garuglieri, Ludovico Sicignano, Giuseppe Cataldo, Raffaele Visconti e Matteo Romano. In quel comitato Garuglieri assunse le funzioni di segretario, avendo come diretti collaboratori Enrico Nati e, appunto, Giordano Dall’Ara12.

In occasione del nuovo congresso provinciale del PCI, il primo vero congresso, svoltosi a Salerno il 27 e 28 agosto 1944, ritroviamo Dall’Ara quale relatore sui problemi della Camera del lavoro e, al termine, quale componente del Comitato Direttivo Federale con Pietro Amendola, nuovo segretario provinciale, Attilio Fontana, Bonaventura Manzo, Abdon Alinovi, Maria Antonietta Macciocchi, Ludovico Sicignano, Carmine Egidio, Furio Renna, Italo Petrosino e Mario Garzillo.

Nei mesi successivi, al primo convegno dei giovani comunisti, tenuto a Salerno il 28 aprile 1945, Dall’Ara intervenne con una relazione sull’attività sindacale, essendo divenuto formalmente segretario della Camera del Lavoro, senza per questo interrompere il suo intenso impegno nella vita di partito. Infatti, al II° congresso provinciale del PCI, svoltosi a Salerno dal 19 al 21 ottobre 1945, fece parte della presidenza del congresso e fu, ovviamente, eletto nel nuovo Comitato Federale.

Il 2 giugno 1946 fu incluso nella lista del PCI per l’elezione dell’Assemblea Costituente13 e nella Conferenza provinciale di organizzazione del 14-15 settembre 1946 svolse una relazione sull’attività sindacale e fu eletto nel rinnovato Comitato Federale14. Anche nel III° congresso provinciale, tenuto a Salerno nei giorni 6 e 7 dicembre 1947, Giordano Dall’Ara svolse un ruolo di primo piano venendo ancora una volta eletto nel Comitato Federale e, successivamente, nominato nell’Esecutivo provinciale.

Come accennato all’inizio di questa breve ricerca, un discorso a parte merita la storia personale di Mario Garuglieri. Nato a Firenze nel 1893, da giovanissimo aderì al partito socialista partecipando attivamente alla vita politica locale. Subì alcune condanne anche per propaganda antimilitarista e diserzione, avvenuta nel corso della prima guerra mondiale. Nella sua lunga vita carceraria fu rinchiuso prima a Firenze (1921-24), poi a Pianosa (1925-27), a Portolongone (1927-30) e, quindi, a Turi (1931), dove fu a stretto contatto con Antonio Gramsci15.

Nel 1937, a seguito della nascita del principe Vittorio Emanuele, furono adottati provvedimenti di clemenza e Garuglieri fu scarcerato ed assegnato al confino prima ad Agropoli e poi ad Eboli, dove, per vivere, si mise a fare il suo mestiere di calzolaio (“calzaiuolo stilista”, come lo definisce Abdon Alinovi). Anche attraverso questa sua attività, ebbe l’opportunità di contattare numerose persone del luogo, soprattutto giovani, ed avviò fino alla caduta del fascismo una scuola clandestina di partito alla quale si sono formati diversi futuri dirigenti comunisti della provincia di Salerno. Tra questi, vanno ricordati Giovanni Perrotta, Antonio Cassese, Abdon Alinovi, Giovanni Naponiello, Elvezio Pennazza, Giuseppe Vignola, Angelo Jacazzi, Giuseppe Manzione16. Allo stesso gruppo antifascista ebolitano, formatosi attorno a Garuglieri, appartennero anche le sorelle Irma e Rosa Barbato che nel 1942 furono arrestate dall’OVRA perché trovate in possesso di materiale propagandistico contro il regime.

Dopo la liberazione, Mario Garuglieri fu uno dei più attivi protagonisti della ripresa del PCI a Salerno. Insieme a Ludovico Sicignano rappresentò i comunisti salernitani al I° consiglio nazionale del PCI dell’Italia liberata, che si tenne a Napoli il 30 marzo 1944, nel corso del quale Togliatti espose le motivazioni politiche della cosiddetta “svolta di Salerno” e pochi giorni dopo fu nominato segretario del comitato provinciale per la riorganizzazione del partito, dopo lo scioglimento della Federazione guidata da Ippolito Ceriello. Nel corso del I° congresso provinciale, svoltosi il 27 e 28 agosto 1944, fu il relatore principale riferendo sullo stato organizzativo del partito e sulle prospettive di azione dei comunisti in provincia di Salerno. In quell’occasione, benchè eletto nel nuovo Comitato Federale, annunziò la sua intenzione di rientrare a Firenze, liberata da poche settimane. Anche nel capoluogo toscano, dopo esserne stato lontano per circa 25 anni, continuò il suo impegno di militante comunista17, fino alla sua scomparsa avvenuta nel 1953.

In conclusione, e per maggiore completezza di questa indagine, è necessario ricordare che in provincia di Salerno vi furono tantissimi altri confinati, alcuni dei quali anche con nomi illustri, di rilievo nazionale, quali, ad esempio, Giuseppe Massarenti18, Fabrizio Maffi19, Lucio Luzzatto20, Franco Antonicelli21 ed, in particolare, Ferruccio Parri, il leggendario capo partigiano “Maurizio” nonché Presidente del Consiglio del primo governo dell’Italia liberata22.

C’è, però, da osservare che, a differenza dei personaggi citati in precedenza, il soggiorno “forzato” di questi ultimi nel nostro territorio avvenne qualche anno prima della caduta del fascismo e, quindi, essi non ebbero l’opportunità di svolgere non tanto il ruolo “pedagogico” di formazione delle coscienze durante la dittatura ma, soprattutto, quello di essere diretti protagonisti nella fase di avvio della ricostruzione democratica e della vita politica nella nostra realtà provinciale23.

   * Questa ricerca ripropone, notevolmente ampliato, integrato e modificato, con aggiunta di numerose note, un articolo già apparso sulla rivista “l’agenda” di Salerno e provincia, n. 101, settembre-ottobre 2008.

1 Nella primavera del 2010, in occasione delle celebrazioni del 25 aprile, il Presidente della Provincia di Salerno ha fatto affiggere un manifesto nel quale, senza mai nominare né il fascismo né il nazismo, si esprimono i sentimenti della più profonda gratitudine nei confronti dell’esercito americano “per l’intervento nella nostra terra che ha salvato l’Italia, come l’Europa, dalla dittatura comunista”.

2 Vedi il documentario di GIUSTINA LAURENZI, Comunisti, testimonianze da una provincia meridionale, Provincia di Salerno, 2008 ed il volume di UBALDO BALDI, Prima che altro silenzio entri negli occhi, Storie di salernitani dall’antifascismo alla Resistenza: Perseguitati, Partigiani, Ribelli, e Combattenti per la Liberazione, Quaderni dell’Istituto Galante Oliva, 2010.

3 Notizie su Elvezio Pennazza sono rintracciabili in CELSO GHINI e ADRIANO DEL PONT, Gli antifascisti al confino 1926-1943, Editori Riuniti, 1971; in PIETRO SECCHIA e ENZO NIZZA, Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, 1971; in LUIGI CORTESI, La Campania dal fascismo alla Repubblica: società, politica, cultura, Comitato per le celebrazioni del XXX della Resistenza, Napoli, 1977

4   Vedi GIUSEPPE AMARANTE, I congressi dei comunisti salernitani, Ed. Boccia, 1990, p. 123

5 Alla conferenza provinciale di organizzazione, svoltasi nei locali della Federazione, in via Duomo nei giorni 12 e 13 gennaio 1945, la presidenza fu composta da “Aladino Bibolotti del Comitato Centrale, Giorgio Formiggini del M.G.C. nazionale, Riccardo (o Enrico) Morsut, un compagno di Udine già confinato a Montesano sulla Marcellana, Panfilo Longo, Giuseppe Della Monica di C.S.Giorgio” (così riportato da G. AMARANTE, I congressi, cit., p. 141)

6 Ettore Bielli, di professione stuccatore, nacque nel 1908 a San Paolo (Brasile) dove il padre era emigrato: Rientrato qualche anno dopo in Italia e domiciliato a Roma, nel 1930, poco più che ventenne e già attivo militante comunista soggetto a vari fermi di polizia, fu arrestato in provincia di Cuneo insieme ad un compagno per tentato espatrio clandestino in Francia. Condannato ad un biennio di ammonizione e inserito nell’elenco delle “persone da arrestarsi in determinate circostanze”, continuò a svolgere attività di cospirazione e propaganda politica anche se sottoposto a speciale sorveglianza che non cessò neppure allorchè, nel 1938, dovette ricoverarsi per alcuni mesi in sanatorio, prima a Sondrio e poi a Trento. Per aver reagito ad un ennesimo fermo di polizia, nel marzo 1939 fu arrestato e condannato a 3 anni di confino a Ponza, nonostante il parere contrario del medico del carcere e, poi, del medico provinciale che lo dichiararono entrambi “non idoneo” a sopportare il regime di confino per le sue precarie condizioni di salute. Dopo pochi mesi trascorsi a Ponza e aggravatasi la sua malattia, fu assegnato prima a Tricarico e, poi, dall’ottobre 1939 a Sala Consilina (SA). Per ulteriori notizie vedi M. CALICCHIO, E. Bielli, confinato politico comunista, Dibuonoedizioni, 2004 e anche la scheda di “figure di antifascisti” a cura dell’Istituto Galante Oliva di Nocera Inferiore.

7 Le condanne al carcere e al confino colpirono in misura massiccia esponenti e militanti comunisti, socialisti e anarchici, ma anche i rappresentanti degli altri partiti di opposizione non furono risparmiati, come testimonia la vicenda dell’on. Philipson, il quale nelle sue memorie ricorda: “Il povero Mussolini aveva scritto di suo pugno sul mio libretto personale…carcerario: a Tremiti finchè campa”. Sembra opportuno aggiungere, in proposito, che la Giunta Comunale di Eboli il 27 maggio 2004 ha deliberato di intitolare una strada al nome di Dino Philipson, per ricordare la sua presenza in quella città durante gli anni del confino.

8 Nato a Livorno nel 1899 e morto a Marsiglia nel 1971, Danilo Mannucci si iscrisse nel 1915 alla gioventù socialista per poi passare dal 1921 nel partito comunista, di cui divenne un attivo militante, sostenendo numerosi scontri con i fascisti e subendo arresti, fermi di polizia e perquisizioni. Nel maggio 1923, per evitare l’arresto a seguito della diffusione del “Manifesto della III internazionale ai lavoratori d’Italia”, fu costretto ad emigrare in Francia, dove venne impegnato dal partito per oltre 10 anni nell’attività sindacale tra i minatori della Provenza, organizzando memorabili scioperi nel dipartimento delle Bocche del Rodano (1933 e 1935). Fu espulso dal Governo francese per ben tre volte ma i relativi provvedimenti furono annullati in seguito agli interventi di deputati socialisti e comunisti. Però, il 4 gennaio 1936, dietro pressioni degli industriali delle miniere, le autorità francesi disposero una illegale “espulsione diretta”: nel senso che Mannucci fu sequestrato, accompagnato di forza alla frontiera e consegnato alla polizia italiana. Nel maggio del 1936 fu prosciolto in occasione della proclamazione dell’Impero ma il successivo 26 giugno fu nuovamente arrestato per aver ripreso l’attività antifascista. Assegnato al confino a Ponza per 5 anni, nel 1941, a causa della cattiva condotta tenuta in precedenza, venne inviato a Baronissi (SA) per scontare altri 2 anni di confino. Anche qui continuò il suo lavoro politico clandestino e dall’ottobre 1943, dopo lo sbarco delle truppe alleate e la ritirata dei tedeschi, si trasferì a Salerno dove iniziò a lavorare freneticamente per la riorganizzazione del partito comunista e la ripresa dell’attività sindacale. A luglio 1944, non avendo condiviso la “svolta di Salerno” imposta al PCI da Togliatti, fu espulso dal partito insieme ad Ippolito Ceriello con l’accusa di frazionismo. Su Danilo Mannucci vedi anche la scheda di “figure di antifascisti”, predisposta dall’Istituto Galante Oliva di Nocera Inferiore.

9 Ippolito Ceriello (1899-1974) nacque a Laviano (SA). Volontario nella prima guerra mondiale e giovane militante socialista, nel 1922 aderì al partito comunista. Laureato in legge, nel 1924 divenne amministratore della rivista “Prometeo” animata da Amadeo Bordiga al quale si legò di un’amicizia durata l’intera vita. Nel 1926 fu assegnato al confino per quattro anni a Lipari dove l’anno successivo fu arrestato per attività comunista; trasferito a Ponza, vi rimase fino a novembre 1929. Rientrato a Laviano, iniziò a svolgere la professione di avvocato, molto spesso in maniera solidale e disinteressata, rimanendo comunque soggetto ad un continuo e persecutorio controllo di polizia. Nuovamente arrestato nell’aprile 1943, venne inviato nel carcere di Istonio Marina, in Abruzzo, dal quale fu rimesso in libertà nel mese di agosto. Stabilitosi a Salerno, si dedicò all’organizzazione del partito comunista fino a diventare segretario della federazione provinciale, nel gennaio 1944. Dopo la sua espulsione dal PCI, per disaccordo sulla “svolta di Salerno” voluta da Togliatti, aderì al Partito Comunista Internazionalista per qualche tempo ma, poi, staccatosi anche da questo movimento politico, preferì impegnarsi nell’amministrazione comunale di Laviano, suo paese d’origine, dove ricoprì l’incarico di sindaco per oltre un decennio. Per ulteriori notizie su Ippolito Ceriello vedi anche il sito “avantibarbari”, della sinistra comunista, dal quale sono state tratte alcune delle presenti note biografiche.

10 Con l’espressione “svolta di Salerno” viene indicato, nel linguaggio storico-politico, il cambiamento di linea politica nei confronti del governo Badoglio e del re Vittorio Emanuele III imposto da Palmiro Togliatti al PCI nella primavera del 1944. Dal 1926 capo del movimento comunista italiano e dal 1935 segretario dell’Internazionale comunista, dopo lunghi anni trascorsi in Russia, Togliatti (il compagno “Ercole Ercoli”) per rientrare in Italia affrontò un lungo viaggio via mare che lo portò a sostare per qualche tempo anche a Tunisi prima di raggiungere Napoli il 27 marzo 1944. Qualche giorno dopo, il 1° aprile, espose in una conferenza stampa, svoltasi alla presenza di giornalisti italiani e stranieri presso la sede del PCI in via Medina, la nuova strategia del partito che avrebbe consentito, il successivo 22 aprile, la costituzione del II° governo Badoglio con la partecipazione dei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale. Come è noto, fino al momento dell’arrivo di Togliatti in Italia, la delegazione meridionale del partito comunista, con sede in Napoli, aveva subordinato all’abdicazione del re qualunque possibilità di partecipazione o di collaborazione con il governo Badoglio. Questo orientamento, emerso chiaramente al convegno dei partiti del CLN tenutosi a Bari il 28 e 29 gennaio 1944, aveva formato oggetto. già qualche settimana prima, di una “dichiarazione ufficiale” riportata per esteso dal quotidiano “Risorgimento” del 25 gennaio 1944. In detta dichiarazione si riferiva che il giorno 20 gennaio il Maresciallo Badoglio, Capo del Governo, aveva voluto incontrare i rappresentanti del Partito Comunista per chiedere la partecipazione diretta al governo da parte di quel partito, evidenziando che soltanto l’adesione dei comunisti “avrebbe tolto ogni ostacolo alla partecipazione dei socialisti e dei democratrici-cristiani” i quali si erano impegnati “ad accogliere l’invito a condizione di collaborare al governo con il Partito Comunista”.

In quella occasione i due rappresentanti del PCI furono Eugenio Reale e Paolo Tedeschi. In realtà, quest’ultimo nome era lo pseudonimo usato da Velio Spano, storico dirigente comunista rientrato in Italia dalla Tunisia ed in seguito deputato alla Costituente e senatore nelle prime quattro legislature. La dichiarazione di cui sopra così proseguiva. “Alla domanda dei nostri compagni se il re Vittorio Emanuele fosse conscio della necessità imperiosa di abdicare immediatamente per permettere ad un governo democratico di costituirsi in una atmosfera di relativa salubrità, Badoglio ha dichiarato che Vittorio Emanuele non intende affatto di abdicare. I nostri compagni hanno quindi rifiutata l’offerta del capo del Governo, ritenendo in tale condizione inutile ogni discussione sul programma e sulla composizione del Governo”. Questo orientamento veniva ulteriormente ribadito più avanti nella stessa dichiarazione sostenendo che “la permanenza sul trono del Re fascista , universalmente disprezzato dal popolo, frustrerebbe sin dall’inizio ogni tentativo patriottico di un qualsiasi governo il quale avrebbe oggi perduto , per il fatto stesso di collaborare con Vittorio Emanuele, ogni autorità”. Come è noto, questo atteggiamento di pregiudiziale intransigenza da parte del PCI venne improvvisamente abbandonato qualche mese dopo, quando Togliatti decise di anteporre gli interessi generali del paese a quelli di parte, rinviando alla fine della guerra la scelta istituzionale tra monarchia e repubblica. Questa scelta favorì la formazione del II° governo Badoglio, poi trasferitosi da Brindisi a Salerno, al quale parteciparono, in rappresentanza dei partiti del CLN, Benedetto Croce, Carlo Sforza, Giulio Rodinò, Pietro Mancini e lo stesso Palmiro Togliatti, come ministri senza portafoglio.

11 Giordano Dall’Ara (1912-1993) iniziò giovanissimo la sua militanza comunista. Nel 1932 il Centro Estero del PCI inviò in Romagna un proprio emissario, Remo Scappini , di origine empolese, rientrato clandestinamente dalla Francia con il compito di riorganizzare i quadri di partito in quel territorio. A Dall’Ara fu assegnato l’incarico di reclutare nuovi iscritti tra gli operai della Arrigoni ma, a seguito di una delazione, fu arrestato insieme ad altri nel luglio 1934 e dopo 10 mesi dalla cattura, il Tribunale Speciale a Roma lo condannò a 6 anni di reclusione con un processo durato solo due ore. REMO SCAPPINI, poi deputato e senatore PCI nelle prime tre legislature repubblicane, nel suo libro “Da Empoli a Genova”, Milano 1998, p. 71, cita l’arresto di Dall’Ara ricordando di averlo visto “tutto pesto dalle percosse”. Sulle prime vicende carcerarie di Dall’Ara vedi anche “Le loro prigioni. Antifascisti nel carcere di Fossano”, Istituto Storico della Resistenza di Cuneo, 1994 e MIRCO VENANZI “Sistema repressivo fascista e vissuto dei perseguitati. Il caso di Forlì”, Dipartimento di Discipline Storiche dell’Università di Bologna, Annale 2000-2001.

12 Vedi G. AMARANTE, I congressi, cit. p. 120.

13  In quelle elezioni, nella circoscrizione Avellino-Salerno, per il PCI fu eletto soltanto Giorgio Amendola il quale, però, eletto anche nel Collegio Unico Nazionale, decise di optare per quest’ultimo, facendo subentrare al suo posto Ludovico Sicignano di Scafati.

14 Il rinnovo del Comitato Federale, in sede di conferenza di organizzazione, fu necessario per le dimissioni da segretario provinciale di Pietro Amendola, chiamato ad incarichi nazionali di partito.

15 Garuglieri, ammalato di tisi, lasciò il carcere di Portolongone grazie ad una campagna di stampa organizzata dai rifugiati comunisti in Francia: il 26 agosto 1929 il quotidiano “L’Humanitè” pubblicò un articolo dal titolo “Nelle prigioni italiane il fascismo uccide i prigionieri politici: Mario Garuglieri in pericolo di morte” ed il successivo 15 settembre 1929 sul n. 21 della rivista “Prometeo”, fondata nel 1924 da Amadeo Bordiga, fu lanciato un appello: “Salviamo Mario Garuglieri”. Nel carcere di Turi, Garuglieri seguì gli insegnamenti di Gramsci e fu a lui molto vicino, tanto da essere definito “il difensore fisico di Gramsci” (Vedi, C. BERMANI, Gramsci in carcere a Turi nel 1932, conversazione con Aldo Magnani, sulla rivista “L’impegno”, n. 3, dicembre 1991. Per ulteriori notizie su Garuglieri vedi anche GHINI e DEL PONT, Gli antifascisti, cit., SECCHIA e NIZZA, Enciclopedia, cit., Cortesi, La Campania, cit.

16 In realtà, molti degli “allievi” della scuola di Garuglieri hanno raggiunto in seguito traguardi politici di grande rilievo: basti pensare che Abdon Alinovi è stato eletto due volte consigliere regionale e quattro volte deputato oltre ad aver ricoperto importanti incarichi di partito quale segretario regionale e componente della Direzione Centrale, Giuseppe Vignola è stato eletto due volte deputato ed una volta senatore oltre ad essere stato segretario regionale e segretario confederale nazionale della CGIL, Giovanni Perrotta è stato segretario provinciale del PCI e due volte consigliere regionale, Antonio Cassese è stato a lungo sindaco di Eboli ed eletto senatore nella IV legislatura, Angelo Jacazzi, dirigente di partito a Caserta, è stato eletto tre volte deputato, Giuseppe Manzione è stato sindaco di Eboli e più volte consigliere provinciale.

17 Infatti, si ebbero notizie di Mario Garuglieri attraverso un suo Ricordo di Gramsci, apparso sulla rivista trimestrale “Società”, n. 7-8, luglio-dicembre 1946 e qualche articolo pubblicato nelle cronache toscane de “L’Unità” nel gennaio 1947. Su Garuglieri vedi anche Alle radici del nostro presente: Napoli e la Campania dal fascismo alla democrazia, Guida, Napoli, 1986 e A. ALINOVI, Come rinacque il partito nella capitale provvisoria, in “Rinascita”, 29 marzo 1974.

18 Giuseppe Massarenti (1867-1950), il mitico sindaco di Molinella, esponente di spicco del socialismo riformista emiliano e “apostolo della cooperazione” nel primo ventennio del XX secolo. Perseguitato dal fascismo, fu arrestato nel 1926 e inviato al confino per oltre sette anni, alcuni dei quali trascorsi ad Agropoli. Nuovamente arrestato nel 1937, fu rinchiuso in un ospedale psichiatrico, dal quale uscì solamente al termine della guerra. (Su Massarenti vedi S. VIOLANTE, Massarenti Giuseppe, in A. MORTARA, I protagonisti dell’intervento pubblico in Italia, Milano, 1984 e, anche, G. SANTINI, Dichiarate matto Massarenti, in “Portici”, bimestrale della Provincia di Bologna, anno IX, n. 2, aprile 2005).

19 Fabrizio Maffi (1868-1955) nativo di San Zenone Po (Pavia), medico, socialista, nel 1898 in seguito ad una condanna riparò in Svizzera per circa dieci anni. Rientrato in Italia, fu eletto deputato nel 1913, confermato nelle successive legislature fino al 1924 quando aderì al partito comunista. Ripetutamente aggredito dagli squadristi fascisti, nel 1926 venne arrestato ed inviato al confino, prima a Pantelleria e poi a Ustica, in attesa di essere giudicato dal Tribunale Speciale nel processo contro i dirigenti comunisti. Benché assolto per insufficienza di prove, nel 1929 fu inviato nuovamente al confino, prima a Campagna (Salerno) e poi a Bernalda (Matera). Rientrato a fine 1930 nella sua abitazione a Cavi di Lavagna (Genova), rimase sotto sorveglianza fino agli anni della guerra, esercitando la professione medica. Dopo la Liberazione, ripresi i contatti con il partito, venne nominato nella Consulta Nazionale, eletto all’Assemblea Costituente e fu senatore nella prima legislatura repubblicana. (Su Fabrizio Maffi vedi T. DETTI, Maffi Fabrizio, in Il movimento operaio italiano: dizionario biografico 1853-1943, a cura di F. ANDREUCCI e T. DETTI, vol. 3, Roma, Editori Riuniti, 1977, pag. 210-217 e, anche, T. DETTI, Fabrizio Maffi, vita di un medico socialista, Milano, F. Angeli, 1987).

20 Lucio Luzzatto (1913-1986), nato a Milano, non ancora ventenne entrò in contatto con il gruppo milanese di “Giustizia e libertà”, dove conobbe Rodolfo Morandi con il quale partecipò, nel 1934, alla costituzione del Fronte interno socialista. Collaboratore assiduo del “Nuovo Avanti” e di “Politica socialista”, nell’aprile 1937 fu arrestato insieme ad altri dirigenti del fronte unitario antifascista milanese. Deferito al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, fu assolto per insufficienza di prove ma condannato a 5 anni di confino che scontò prima a Belvedere Marittimo (CS) e, poi, dai primi mesi del 1940 all’aprile 1942, a Polla, in provincia di Salerno. Rientrato a Milano, fu tra i più attivi dirigenti del partito socialista. Membro della Consulta Nazionale, fu eletto deputato nelle prime cinque legislature repubblicane, ricoprendo dal 1968 al 1972 la carica di vice presidente della Camera. I due anni di confino trascorsi a Polla sono stati simpaticamente ricordati in un volumetto dal titolo Dalle storie alla storia, pubblicato nell’anno scolastico 1999-2000 a cura della Regione Campania, e scritto dagli alunni della Scuola Media Statale “E. De Amicis” di Polla, che hanno intervistato e raccolto le memorie dei genitori, dei nonni e degli anziani del paese.

21  Franco Antonicelli (1902-1974), nato a Voghera, laureato a Torino prima in lettere e poi in legge, fin da giovane ebbe legami e rapporti con maestri e coetanei (da Augusto Monti a Benedetto Croce, da Piero Gobetti a Leone Ginzburg, a Massimo Mila, a Norberto Bobbio) che contribuirono alla sua formazione antifascista. Nel 1929 subì un primo, breve, periodo di carcere per aver firmato un documento di solidarietà con Croce. Nel 1935 passò alcuni mesi di confino ad Agropoli. Allontanato dall’insegnamento per motivi politici, divenne collaboratore del Dizionario delle opere e dei personaggi della Bompiani e nel 1942 fondò la casa editrice “Francesco de Silva” con la quale nel 1947 pubblicò il capolavoro di Primo Levi “Se questo è un uomo” che era stato rifiutato dai principali editori nazionali. Nei giorni dell’armistizio partecipò a Roma all’organizzazione della Resistenza e fu arrestato a “Regina Coeli” nel novembre 1943. Nel mese di febbraio 1944 fu tradotto a Nord nel carcere di Castelfranco Emilia nel quale fu trattenuto fino ad aprile. Rientrato a Torino, entrò in rappresentanza del PLI nel CLN regionale piemontese del quale divenne presidente alla vigilia dell’insurrezione. Nel 1946 lasciò il PLI per aderire prima al Partito d’Azione e poi al PRI. Critico, saggista, collaboratore culturale de La Stampa, nel 1968, come indipendente di sinistra, fu eletto senatore nelle liste del PCI e del PSIUP per il Piemonte. Per altre notizie sul periodo trascorso al confino vedi D. CHIEFFALLO, I confinati politici ad Agropoli nel periodo fascista, Galzerano, 1995.

22 Ferruccio Parri (1890-1981), laureato in lettere, combattente e decorato della prima guerra mondiale, professore del Liceo Parini di Milano, giornalista, nel dicembre 1926 con Carlo Rosselli e Sandro Pertini realizzò l’espatrio clandestino in Francia di Filippo Turati. Arrestato, venne inviato al confino ad Ustica. Processato e condannato a 10 mesi di carcere, al termine fu poi confinato a Lipari. Liberato nel 1930, fu nuovamente arrestato per attività cospirativa nell’ottobre dello stesso anno e condannato ad altri 5 anni di confino a Lipari. Nell’aprile 1932 venne trasferito prima a Campagna e poi assegnato dal Prefetto di Salerno a Vallo della Lucania, ritenuto comune più isolato. Il 20 dicembre 1932 fu liberato per l’amnistia del decennale della “marcia su Roma”. Tra i primi aderenti alla nascita clandestina del Partito d’Azione, nel febbraio 1942 fu nuovamente arrestato per 10 mesi. Dopo l’8 settembre 1943 divenne uno dei principali sostenitori della lotta armata per la liberazione e fu poi nominato responsabile militare del CLN per l’Alta Italia. Dopo la fine della guerra, da giugno a dicembre 1945, fu presidente del Consiglio del primo governo dell’Italia liberata. Deputato alla Costituente, fu senatore nella prima e nella terza legislatura repubblicana. Nel marzo 1963 fu nominato dal Presidente Segni senatore a vita per meriti nella lotta antifascista e nella Resistenza.

23   Sull’argomento dei confinati politici esiste una vasta bibliografia. Oltre ai volumi già citati nelle precedenti note vedi anche ADRIANO DAL PONT, I lager di Mussolini. L’altra faccia del confino nei documenti della polizia fascista, Ed. La Pietra, 1975, nonché ADRIANO DAL PONT e SIMONETTA CAROLINI, L’Italia al confino. Le ordinazioni di assegnazione al confino emesse dalla Commissioni provinciali dal novembre 1926 al luglio 1943, Ed. La Pietra, 1983.

In relazione, poi, ad alcune polemiche politiche piuttosto recenti, vedi SILVERIO CORVISIERI, Le villeggiature di Mussolini. Il confino da Bocchini a Berlusconi, BC Dalai Editore, 2004.

Vi sono, inoltre, diversi volumi dedicati a confinati molto noti oppure scritti direttamente dagli interessati (basta citare tra questi Carlo Levi, Ernesto Rossi, Leone Ginzburg) per ricordare la loro permanenza in alcuni paesi della Calabria e della Lucania o nelle isole, particolarmente usate dal regime per tale misura punitiva, quali Lipari, Ustica, Favignana, Tremiti, Ponza, Ventotene. Per quanto riguarda i confinati della nostra regione, vedi ROSA SPADAFORA, Il popolo al confino. La persecuzione fascista in Campania, 2 volumi, Ediz. Napoli Athena, 1989. Quest’opera, di grande interesse per comprendere la diffusione capillare dell’attività repressiva fascista, cita diverse centinaia di nomi di cittadini campani sottoposti al confino durante il regime, riportando, per ciascuno di essi, il luogo di nascita e di residenza, la qualifica professionale, l’appartenenza politica e l’indicazione delle località cui furono destinati per espiare la pena. Il secondo volume contiene anche numerose e dettagliate schede biografiche dedicate a molti di essi.

Per un ulteriore approfondimento sul tema vedi il recente volume di FABIO ECCA, Cristo si è fermato a Eboli? I confinati politici a Eboli e Aliano, Gedit Edizioni, 2009, nel quale vengono analiticamente descritte le caratteristiche sociologiche, i luoghi di provenienza, le condizioni di vita ed i bisogni familiari dei numerosi confinati politici inviati in queste due località meridionali.

Eboli, 18 novembre 2015

2 commenti su questo articoloLascia un commento
  1. Io c’ero…quasi

  2. Devo fare una integrazione importante e dovuta: QUANDO ABDON HA COMPIUTO I 90 ANNI nel 2013, il Comune di Napoli gli consegnò una targa in riconoscimento del suo lavoro politico. Fu il Sindaco De Magistris ad accoglierlo nella Casa Comunale.

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