Rifiuti e crisi sanitaria dimenticata dai Ministri e aumentano i tumori

Da almeno un decennio si discute sul tema della tracciabilità dei rifiuti e dei rischi che ne conseguono.

Intanto l’Istituto Superiore di Sanità, ha evidenziato la crescita abnorme dell’incidenza dei tumori nelle popolazioni ricadenti nelle aree interessate ai rifiuti.

Erasmo Venosi

di Erasmo Venosi

ROMA – Il Ministro dell’Interno ha annunciato alcuni giorni fa che a settembre sarà sottoscritto a Caserta, insieme al Ministro dell’Ambiente, un protocollo di collaborazione con l’ASL di Caserta, il Corpo Forestale dello Stato e il Comando dei Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente. Tutti i soggetti firmatari avranno l’obbligo, nientedimeno che, di segnalare le notizie di reati ambientali alla Procura di Caserta.

Cotanto rilevante impegno scaturisce dai risultati delle indagini epidemiologiche dell’Istituto Superiore di Sanità, vecchie di un anno fa: la ricerca ha evidenziato la crescita abnorme dell’incidenza dei tumori nelle popolazioni del casertano, che vivano vicino alle discariche abusive. Si apprende, addirittura, che a settembre sarà costituito un tavolo di esperti presso il Ministero dell’Ambiente, il quale, insieme all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, dovrà monitorare il territorio campano identificando i siti più a rischio.

Ci permettano i Ministri Stefania Prestigiacomo Roberto Maroni di accettare l’invito a leggere sul “The Lancet Oncology” (settembre 2004) le risultanze della Ricerca di Alfredo Mazza, dell’Istituto di fisiologia clinica del CNR di Pisa, dove si evidenziava l’incidenza quasi tripla di neoplasie gravi correlata allo smaltimento dei rifiuti. Invitiamo il Ministro dell’Interno a leggere gli atti della “Operazione Cassiopea” (1999-2003), dove si stimava in un milione di tonnellate il quantitativo di rifiuti tossici provenienti dalla “Padania” (industrie siderurgiche, metallurgiche, cartarie e conciarie di Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto), sversati in provincia di Caserta presso Garzanise, Cancello e Arnone, Santa Maria La Fossa e Villa Literno.

I rifiuti speciali pericolosi erano cadmio, zinco, scarti di vernici, fanghi di depurazione, plastiche varie, arsenico e piombo. Rifiuti speciali pericolosi che da almeno un decennio sono oggetto di continue indagini, come la “Golden Rubbish” concernente i rifiuti della bonifica di Bagnoli, la “Leucopetra” del Corpo Forstale dello Stato sul traffico di rifiuti, che ha riguardato anche scorie provenienti dalla centrale di Brindisi, l’inchiesta trentina “Ecoterra” su un’acciaieria della Valsugana e ancora l’inchiesta “Serenissima” della Procura di Padova, che ha riguardato anche un’azienda operante nelle province di Padova e Rovigo.

L’emergenza sanitaria e dei traffici illeciti legati alla criminalità organizzata è di vecchia data, egregi Ministri!  Inoltre da almeno un decennio si discute sul tema della tracciabilità dei rifiuti, e su tutte le norme che regolano il ciclo per sapere dove e chi li produce, chi li trasporta e dove vanno per farne cosa. Il legislatore ha risposto fino ad oggi solo burocraticamente con inefficaci e non letti da nessun MUD (modello unificato di dichiarazione) e FIR (formulario integrato rifiuti).

Il sistema di tracciabilità SISTRI che doveva essere operativo da luglio è stato per ora spostato a settembre. Il Procuratore Nazionale Antimafia denuncia che, purtroppo, sul piano normativo in questo campo siamo fermi all’ex art 53 bis del decreto Ronchi (attuale art. 260 del Testo Unico Ambientale), che persegue il delitto di “attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti”e dove, attualmente, è consentita l’intercettazione  telefonica, che potrebbe essere inibita dalla legge in discussione in Parlamento.

Il Procuratore suggerisce l’introduzione nel codice penale del “delitto contro l’ambiente”, una nuova figura di “delitto associativo” e la “premialità”. Noi aggiungiamo che molti reati ambientali non sono più tali a seguito della riforma del codice penale del leghista Castelli.

Osserviamo che su 32,5 milioni di tonnellate di rifiuti urbani: 8 sono imballaggi intercettati dalla raccolta differenziata e avviati al riciclo, 4 la frazione organica trattata per il compost, e 4 per gli inceneritori, i restanti 16 milioni di tonnellate vanno, senza pretrattamenti, nelle 300 discariche unitamente a un milione espulsi dal riciclaggio, e un altro milione dall’incenerimento.

Al ritmo attuale le discariche danno garanzie di smaltimento fino al 2011. I rifiuti urbani sono il 25% del totale dei rifiuti prodotti ogni anno, gli imballaggi ne rappresentano il 40%, e sarebbe importante concentrare l’attenzione sugli oltre 100 milioni di tonnellate di rifiuti speciali industriali di cui solo una parte è recuperata e riciclata.

Alla presenza di un tale inquietante quadro, Signori Ministri mettete in agenda almeno il Piano Nazionale per la Prevenzione e Riduzione dei Rifiuti, da redigere entro il 2011 conformemente alla direttiva 98/2008/CE; elaborate strategie atte a identificare le tantissime piccole aziende dell’economia sommersa che lavorano e producono rifiuti che smaltiscono “in nero”. Il business dello smaltimento dei rifiuti speciali è pari a 2 miliardi di euro; ed infine di 31 milioni di tonellate di rifiuti speciali non si conosce la destinazione. L’attività di smaltimento dei rifiuti speciali rappresenta lo strumento per “legalizzare” i proventi illeciti derivanti da pregresse attività delittuose, e la più pericolosa aggressione alla salute dei cittadini.

Erasmo Venosi
dal Quotidiano Terra

1 commento su questo articoloLascia un commento
  1. Conoscere il numero di nuovi casi oncologici diagnosticati in una nazione (cioè l’incidenza di tutti i tumori) è fondamentale per stimare le tendenze sulla presenza di fattori di rischio e definire l’assegnazione delle risorse per il controllo del cancro non solo a livello nazionale, ma anche a livello regionale. L’assegnazione alle autorità regionali delle decisioni riguardanti la sanità pubblica, sia in termini di programmazione che di gestione delle risorse, rende necessaria la conoscenza dell’incidenza disaggregata a livello regionale.particolarmente evidente al sud è necessario avviare programmi di prevenzione primaria. L’intervento di prevenzione più efficace in questo contesto, a fianco della lotta al tabagismo, può essere la promozione della “dieta mediterranea” e degli stili alimentari ad essa collegati: un progetto che potrebbe risultare preventivo non solo per il rischio oncologico, ma anche il rischio in generale di patologie cronico-degenerative.In Campania, l’emergenza rifiuti ha sollevato l’interrogativo se i problemi legati a spazzatura, discariche (legittime o meno) e, più in generale, all’elevato tasso di inquinamento ambientale potessero essere associati a un’incidenza di neoplasie più alta rispetto al resto d’Italia. Negli ultimi anni, diversi lavori hanno preso in considerazione i rapporti tra discariche e patologie nella Regione Campania.

    Le conclusioni sono incerte e suggeriscono la necessità di realizzare valutazioni epidemiologiche a più ampio spettro, anche attraverso l’istituzione di un registro regionale per le neoplasie.
    I dati dei tumori infantili portano essenzialmente alle stesse considerazioni: non permettono di pervenire ad alcuna certezza su eventuali nessi causali tra rifiuti e neoplasie infantili.Altra preoccupazione riguarda un possibile aumento delle malformazioni congenite in Campania.
    Non esiste alcun dato che indichi la regione come un’area ad elevata frequenza di malformazioni congenite.

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