A proposito di “meridionalismo”, a ciascuno il suo: La storia agli Storici

NORD & SUD il dibattito

Una riflessione a 360 gradi sul Meridionalismo…bisogna fare chiarezza sulla moda del revisionismo sull’Unità d’Italia, che, è legittimo e necessario, ma, come viene fatto oggi, desta più di un sospetto…

Dopo Ernesto Galli Della Loggia, Giuseppe Galasso, e i vari interventi postati su questo blog, POLITICAdeMENTE propone quello dell’amico Mario Onesti, attento osservatore politico, fine giornalista e profondo conoscitore degli eventi politci e storici del Mezzogiorno. L’intervento di Mario Onesti è un vero e proprio saggio, che spazia nei 150 di storia, che vanno dall’Unità d’Italia, passando per tutti i fermenti politici e sociali, per finire ai tempi nostri a berlusconi alla Lega al Mezzogiorno “sedotto” dal sentimento unitario, abbandonato dalle politiche unitarie, post-unitarie, repubblicane e moderne.

………  …  ……..

La STORIA agli STORICI

di Mario Onesti

 

Mario Onesti

CAMPAGNA – Da un po’ di tempo siamo “assediati” sul web da sedicenti “difensori del sud”, forse anche per scimmiottare sedicenti “difensori del nord”, che poi entrambi, paradossalmente e prevalentemente, sono accomunati dal medesimo destino politico nell’area di governo. Trattasi di un’operazione politica dal chiaro intento reazionario, portato avanti con slogan, con scelte fatte di un si o un no, battute che hanno il tempo che trovano, innanzitutto perché alla base non c’è senso storico, appoggio sociologico e capacità di costruire un ragionamento complesso. Ciò è la diretta conseguenza del pensiero unico, del berlusconismo (di quel “sonno della ragione” che in un passato non molto lontano ha “generato mostri”, per dirla con Francisco Goya) e della dittatura dell’ideologia e dell’economia neo-liberista, che non prevede critiche, che non fa sviluppare capacità critiche, autonomia critica, ma è conseguenza anche di un vuoto di idee lasciato dalla sinistra europea.

Infatti, mi ha sorpreso, ma non più di tanto a dire il vero, un Commento fatto da un lettore su FB, a seguito del Comunicato sul “processo popolare alla storia” (“Quell’amara Unità d’Italia” di Dora Liguori) fatto a Serre Lunedì 30 Agosto 2010 in Piazza Vittorio Veneto, con la “prevedibile condanna”, considerate le premesse, “per Vittorio Emanuele II, Camillo Benso Conte di Cavour, Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi” e, di converso, l’altrettanta “ovvia” sentenza con cui “il processo popolare” ha “prosciolto da tutte le accuse Francesco II”. Al Popolo Sovrano, presente al processo, è stata consegnata una Scheda per la sentenza popolare. Si è votato “con un semplice segno di croce su colpevole o innocente”, dopo di che “la scheda è stata deposta nell’urna appositamente predisposta”.

Per sottolineare il momento di “confusione collettiva” in atto, dove chi grida di più pensa di avere ragione, dove ormai tutti pensano di poter intervenire su tutto, indipendentemente dalle competenze e dalle conoscenze (documentate e comprovate), riporto per intero il Commento del 31 Agosto (ore 24) che si leggeva al Comunicato sopra-riportato: “Ottimo…lo avevo già predetto che il grande Re Francesco, vero galantuomo e innamorato della sua gente napoletana, non poteva che essere prosciolto da ogni accusa…facciamo conoscere a tutti la condanna dei quattro filibustieri del nordici…”. L’ho riportato semplicemente per dire a quale livello di degrado culturale siamo ormai giunti…si resta senza parole!!!. Ormai tutti pensano di poter intervenire su tutto, invece la storia la devono scrivere gli storici e non la piazza. La storia non si può e non si deve trattare come un procedimento giudiziario.

All’indomani del Trattato di Versailles (che di fatto provocò la crisi economica della Germania dagli anni venti in poi…), Benedetto Croce sostenne, appunto, che la storia non può essere trattata attraverso un procedimento giudiziario, che divida in maniera netta colpevoli ed innocenti. E, se anche per assurdo, si volesse fare un processo alla storia, questo non può e non deve essere fatto dal popolo, bensì da un “giudice” che si attenga a dei criteri certi, che garantisca un impianto di accusa e di difesa equilibrato. In questo caso la parola deve andare agli storici e non al popolo manipolabile e manipolato. A Serre (ma no solo), che triste primato!, in effetti è successo questo. I processi del popolo sono processi sommari, ce lo ha insegnato in modo drammatico la storia del secolo breve, ma non solo, che da un decennio ci siamo messi alle spalle.

La storia ci ha insegnato, infatti, che le sentenze scaturite dai “processi popolari”, che al massimo si dovrebbero e si potrebbero mantenere nelle forme e nei limiti di uno spettacolo teatrale, non soppesano criticamente ragioni e torti, non sono confortate da un’adeguata, documentata e ragionata ricostruzione dei fatti, ma sono dettate più dal sentimento e dall’influenzabile psicologia della massa (ad esempio, si legga e si studi, in merito a ciò, “Massa e potere” di Elias Canetti, uno degli intellettuali più sensibili del novecento ). Questo è uno dei più grandi e tragici insegnamenti del ‘900.

Tornando al “processo alla storia”, Benedetto Croce (un filosofo sistematico, certamente l’intellettuale che ha esercitato più influenza nel novecento rispetto a tutti gli altri, alla pari di Antonio Gramsci…) considerava il Risorgimento Italiano come il momento più alto della storia nazionale. Nel Meridione d’Italia c’è stata una grande tradizione risorgimentale…Carlo Pisacane, i Fratelli Bandiera,i Fratelli Poerio. Come ogni esperienza umana, anche il nostro Risorgimento ha avuto le sue ombre, ma non v’è dubbio che abbia costituito, per il Sud, un’occasione vera di sviluppo. Le tesi dei nostalgici borbonici ignorano completamente il quadro generale europeo e mondiale del XIX secolo, nell’ambito del quale il processo unitario nazionale dovette per forza di cosa muoversi e dal quale era inevitabilmente condizionato.

L’Unità d’Italia vista dal punto di vista dei sedicenti “fautori del Sud”, invece, ripropone alcuni argomenti senza alcun fondamento storico, cavalli di battaglia di chi, per motivi di carattere personale e di parte, e, sfruttando la buona fede di persone all’oscuro dei fatti storici, cerca di sfruttare anche il cosiddetto “150° anniversario dell’unità italiana”.

E, per chi non lo sapesse, i tanto vantati Borbone, considerati “il bene assoluto” nei confronti di Cavour, Mazzini Garibaldi…, considerati invece il “male assoluto”, tanto per incominciare hanno represso nel sangue la Rivoluzione napoletana del 1799. D’altra parte, è un fatto storicamente accertato che le sorti del Regno borbonico erano affidate ad una classe “dirigente” composta in massima parte da corrotti e da traditori, pur con alcune lodevoli eccezioni. Lo dimostra anche la repentina decomposizione del Regno dopo lo sbarco dei Mille a Marsala. Basti pensare all’odio nutrito per la dominazione borbonica da parte dei siciliani, che parteciparono, con migliaia di caduti, alla liberazione dell’isola, appoggiando in armi la spedizione garibaldina. Metternich stesso previde che la dinastia sarebbe morta di una “infezione” contratta durante i moti del 1820 – 1821: la paura. Aggiungiamo anche che “le casse del regno borbonico erano ben fornite, ma a scapito del popolo: storici meridionalisti affidabili hanno da tempo ammesso le condizioni di vita miserrime della maggior parte dei sudditi borbonici, l’analfabetizzazione imperante e ben al di sopra della media europea d’allora (basti pensare, ad esempio, che numerosi consiglieri comunali della provincia di Napoli firmavano i verbali di consiglio aiutandosi con una stampiglia di legno), l’assenza quasi totale di vie di comunicazione…”. Mancava un’istruzione pubblica propriamente detta. Il Prof. Carmine Cimmino, docente napoletano, sintetizza così l’argomento: “I Borbone persero il Regno per necessità storica: Francesco I e Ferdinando II cercarono, con una perseveranza maniacale, di chiudere le genti del Sud in una specie di bolla gigantesca che li isolasse da un mondo che cambiava senza sosta. Accadde così che piccoli gruppi di eccellenza, ingegneri, architetti, medici, raggiungessero posizioni d’avanguardia: ma l’analfabetismo di massa toccava percentuali altissime, e il programma delle scuole pubbliche di primo grado era roba da ridere. Nell’ultima battaglia, sul Volturno, i soldati napoletani si coprirono di gloria, ma pochi di essi sapevano leggere e scrivere; tutti i sodati piemontesi, invece, leggevano e scrivevano con una certa facilità. Questo dato sarebbe sufficiente, da solo, a spiegare il crollo del Regno. La logica della storia è spesso più lineare di quanto si pensi”.

E ancora, il brigantaggio, che i neoborbonici imputano alla “conquista piemontese”, era in realtà ben radicato nel Sud già due secoli prima. Tanto che i primi a mettere in pratica la repressione armata del brigantaggio furono gli stessi Borbone, che sotto Ferdinando I arrivarono persino ad affidarsi ad uno straniero: il Generale Richard Church. Anche durante il regno di Gioacchino Murat, diversi decenni prima della spedizione dei Mille, il brigantaggio fu aspramente combattuto. Il Colonnello francese Charles Antoine Manhés è ricordato per i suoi metodi violenti e crudeli. I francesi stigmatizzarono in particolare l’utilizzo delle bande da parte dei nobili latifondisti locali, che se ne servivano per tenere i loro contadini in una situazione di sottomissione del tutto simile alla schiavitù. Altro che patrioti!”.

E non è vero che, come pure è stato scritto in questi giorni, che la Rivoluzione del ‘99 ha rapprentato la fine dell’Illuminismo napoletano incoraggiato dai Borbone, ma piuttosto quella ne era la logica conseguenza, lo sbocco politico del movimento di idee che era stato l’illuminismo napoletano  Il risorgimento italiano in un certo modo è in continuità con tutto quello che è seguito alla Rivoluzione Francese, alla Rivoluzione napoletana del 99, ai Moti Carbonari, alle Guerre di Indipendenza. Ciò è dimostrato dagli stessi intellettuali che si spesero e sostennero queste tappe rivoluzionarie importanti, pagando alcuni di essi anche con la vita (Mario Pagano, Eleonora Pimentel Fonseca, Vincenzo Cuoco…) oppure Francesco De Sanctis, il più grande storico della letteratura italiana dell’Ottocento, Carlo Pisacane e tanti altri.

Una continuità con una tradizione riformista, illuminista. Qualcuno potrebbe obiettare: ma fu una rivoluzione borghese!. Certo, ma con un taglio netto rispetto alla monarchia assoluta, con la spinta verso monarchie costituzionali, con l’instaurazione di profondi processi di trasformazione. Cambia tutto, dall’impianto del sistema giudiziario all’allargamento progressivo nel periodo post-unitario, del diritto di voto…ormai il seme fecondo dell’89 francese, figlio dell’illuminismo, camminava in modo inarrestabile. Se non si tengono presenti questi passaggi fondamentali, non si arriva alle società del ventesimo secolo

Altra cosa è la responsabilità delle classi dirigenti borghesi post-unitarie sul dramma sociale del “brigantaggio”, di cui non seppero comprendere le vere cause e che, perciò, repressero nel sangue con l’invio dell’esercito (legge Pica). E qui, ancora una volta, invitiamo a leggere e a studiare bene la “Questione Meridionale” di Antonio Gramsci, oppure Gaetano Salvemini, Giustino Fortunato, Benedetto Croce…e non ad avventurarsi in un “revisionismo storico sull’Unità d’Italia”, che, intendiamoci, è legittimo e necessario, ma che, così come viene fatto e portato avanti oggi, desta più di un sospetto!.

Politiche sbagliate delle classi dirigenti post-unitarie, in epoca fascista e dopo la costituzione repubblicana, che hanno portato ad un allargamento crescente della forbice nord-sud e di cui certamente non possiamo “accusare” gli eroi risorgimentali “condannati” con la farsa grottesca di un “processo popolare”.

Semmai io mi chiederei: come mai con tutti questi intellettuali il Sud non sia riuscito a sviluppare una classe sociale borghese tipica degli stati di diritto?. Chi se le porta tutte le responsabilità del mancato sviluppo del Sud?. Chi si porta la responsabilità di questo mancato sviluppo della società civile meridionale?. Perché pure da noi al Sud, un Sud sempre soggetto allo straniero…, non è nata una classe borghese con una capacità di sviluppo economico?.

Evidentemente se le portano le classi dirigenti e gli stessi Borbone, che hanno represso le intellettualità, le intelligenze che nascevano nella società meridionale. L’illuminismo napoletano fu un movimento culturale straordinario, con una forte storia di idee, da paragonare alla grande filosofia tedesca dell’ottocento, al rinascimento, all’illuminismo francese. Fu un momento di grande fioritura della cultura, a partire da Gianbattista Vico; non fu storia locale, ma universale, perché portava con sé qualcosa di completamente innovativo. Al Nord, in Europa, negli Stati Uniti questo processo non si è mai fermato. Lo stesso marxismo è figlio di questa tendenza scientifica progressiva. Al Sud questo processo si è interrotto, qualcuno lo ha interotto e se ne porta, perciò, tutte intere le responsabilità storiche!.

Grazie al Nord, a partire proprio da Cavour, l’Italia è diventata una delle forze economiche più forti al mondo, ai livelli delle altre nazioni europee. Altra cosa sono gli errori commessi dai vari stati nazionali e nei vari stati nazionali. E qui entra in gioco la valutazione, il giudizio politico. La storia è un continuum, fatto da tanti anelli, che tutti assieme ci danno la storia di oggi.

Il problema, dunque, non è il “finto federalismo”, che c’è e che sta da una sola parte, quella dell’accoppiata PDL-Lega, sostenuta da “finti” e sedicenti “difensori del Sud”, che, poi, contraddittoriamente in quel governo si ritrovano con parlamentari campioni di quel “trasformismo” tipico del sud, oltre che con Sottosegretari; quella che, per dirla in modo chiaro, ha tolto i “fondi Fas al Sud”. Il riscatto di questa martoriata Italia passa attraverso un’alleanza-alternativa tra le forze sane, democratiche ed autenticamente riformiste e progressiste del Nord, del Centro e del Sud e non attraverso una sterile contrapposizione tra di esse, fatta in prevalenza di slogan e battute anche di cattivo gusto. Oggi, purtroppo, succede pure questo. E come poteva essere diversamente col berlusconismo imperante, che sta addormentando le coscienze di chi, senza memoria, cerca di avere ragione “alzando sempre di più la voce” e provocando nello stesso tempo danni devastanti a se stesso e agli altri.

La classe dirigente va certamente rinnovata e selezionata, possibilmente attraverso le Primarie, ma anche scelta dal popolo, cancellando il “porcellum del centro-destra”. Su questo e di questo preferirei discutere, anziché scimmiottare i “leghisti”, contrapponendo, al loro finto “nordismo”, un finto, perciò ancora più grave!, “sudismo”, tutto concentrato a “processare la storia”, che ha il tempo che trova, ma che di sicuro non risolve i problemi del paese, semmai li aggrava ancora di più.

Ora mi piace riportare un Saggio del 14 dicembre 2009 di Alessandro Leogrande, “Non sparate sul Sud (e sul Risorgimento)”, apparso nella rivista pugliese “ La voce del Popolo”.

Proprio nel momento in cui ci avviciniamo ai 150 anni dalla Spedizione dei Mille, tutti sparano sul Risorgimento. Il governo Berlusconi celebrerà l’anniversario dell’Unità d’Italia in tono minore e a patto che (cosa inaudita fino a pochi anni fa) si celebrino anche le ragioni del fronte anti-risorgimentale, i motivi che spinsero la Reazione ad assumere vesti ora clericali, ora oscurantiste, assolutiste, neoborboniche, brigantesche, papaline…

D’altra parte, come in tutti i momenti di crisi economica e politica, il paese pare essere profondamente diviso. Il divario tra Nord e Sud torna ad allargarsi, e il Sud viene sistematicamente visto come una palla al piede, per il quale – dalle colonne del Corriere della Sera – si invocano leggi speciali, quasi l’istituzione di un governatorato dall’alto. Niente di nuovo, diranno alcuni. Quando sale l’odio antisociale, e antiunitario, il Sud finisce sistematicamente per essere inteso come una enorme questione criminale, senza lasciare il minimo spazio ad altre osservazioni economiche, politiche, sociali, culturali. Viene fotografato un enorme deserto da cui scompaiono le aree virtuose, le oasi dissidenti, i centri di produzione, che pure esistono e tengono botta, come se i Savonarola di turno perdessero ogni interesse al dettaglio, alla differenza, alle infinite lotte interne al Mezzogiorno contro le camorre.

Niente di nuovo, diranno alcuni. E invece qualcosa di nuovo c’è. Perché mai come ora il paese appare slabbrato in piccole patrie non comunicanti tra loro, che riscoprono tutte a proprio modo l’amore regressivo per il campanile (e i propri dialetti) e esacerbano l’odio per ogni forma di interesse generale, di idea allargata di giustizia e di coesione sociale. Mai come ora il fronte anti-risorgimentale ha fatto breccia nel governo del paese, è rappresentato direttamente da una forza politica che occupa la macchina statale, facendo passare la disunità attraverso un’idea distorta di federalismo.

Mai come ora disprezzo per il Risorgimento e disprezzo per il Sud si tengono insieme. Anche quando paiono apparentemente contrapposti, sono due facce della stessa medaglia. C’è un leghismo antistatale e antimeridionale cui si oppongono forze politiche neoborboniche (ad esempio il Partito del Sud di Lombardo, che ha avuto in Cito, a Taranto, un potente alleato). Benché possano sembrare diversi, in realtà stanno segando lo stesso albero. E lo fanno con discorsi e lagne non molto dissimili tra loro.

Il meridionalismo storico, quello di Salvemini, Dorso, Gramsci, che a volte si diceva riformista, altre volte rivoluzionario, non è mai stato antiunitario. Ha sempre interpretato se stesso come una prosecuzione del Risorgimento migliore, quello democratico e radicale di Pisacane, Cattaneo e dei mazziniani di sinistra. Ha sempre pensato che i problemi del Sud potessero risolversi solo e soltanto all’interno di un’Italia liberata dai poteri delle consorterie, non in un suo frammento isolato. Ha sempre pensato che la condanna di Cavour e del conservatorismo sabaudo che ha guidato i primi decenni dell’Unità non si sarebbe mai e poi mai dovuta sposare con l’elogio del brigantaggio e di Franceschiello, perché erano semplicemente l’emblema di uno dei regimi più arretrati d’Europa. Il meridionalismo che ha dato un contributo enorme al socialismo, all’antifascismo, alla Resistenza, al pensiero democratico italiano, non ha mai pensato che la soluzione del Sud venisse unicamente dalla varie Casse del Mezzogiorno, dall’apertura del rubinetto della spesa, dagli investimenti a pioggia. Il suo nucleo di pensiero originale ha sempre ruotato intorno a un assunto molto semplice. Risolvere i problemi del Sud significa liberare gli uomini e le donne del Sud dai lacci, soprusi, angherie, violenze, che bloccano la loro autonomia, che impediscono loro di incamminarsi verso i sentieri della giustizia e della libertà. Ma, cosa ancora più importante, questa liberazione sarà tale solo nel momento in cui prenderà le forme di un’autoliberazione, di una trasformazione interna, agita in prima persona, contro i propri mali, i cacicchi e i clan che li perpetrano, in sintonia con chi lotta per la propria liberazione in altre parti del paese.Questa esigenza di liberazione da una condizione di servitù precede la stessa Unità d’Italia, affonda le proprie radici molto più indietro. I primi nemici del Sud sono coloro che all’interno del Sud perpetuano le condizioni del sottosviluppo, bloccando la mobilità sociale. Un tempo erano i signori del latifondo. In seguito, e fino ai giorni nostri, sono stati quelli che Carlo Levi chiamava i Luigini, cioè la piccola borghesia parassitaria, le burocrazie degli enti e delle amministrazioni, coloro che mediano con il Centro gestendo l’afflusso di risorse verso le periferie. Salvemini sapeva bene che era assurdo parlare di Mezzogiorno come un unico blocco monolitico. La sua società andava letta in filigrana, separando il grano dal loglio, separando chi perseguiva il mantenimento dello status quo da chi lottava per una sua rottura.

Oggi chi guarda al Sud dovrebbe essere in grado di operare una simile separazione. Dovrebbe sforzarsi di rinnovare questa lettura a ogni mutazione, ma senza perdere la capacità di cogliere le differenze, le lotte in atto, la linea del fronte. Chi sono oggi i Luigini? E chi sono oggi le camicie rosse?.

E, ancora, che cosa direbbe oggi Carlo Pisacane, colui che morì a Sapri prima del 1860 sperando che le masse meridionali si ribellassero dando il via alla rivoluzione italiana contro i tiranni esterni e interni, se per miracolo tornasse in vita e passasse un paio d’ore davanti alla televisione?

Vedrebbe un paese unificato sopra enormi differenze. Vedrebbe dei nuovi tiranni, con la loro corte al seguito. Ma soprattutto saprebbe cogliere immediatamente, meglio di tanti commentatori politici contemporanei, l’olezzo reazionario che proviene da tanti proclami della Lega. L’olezzo reazionario che proviene dai neoborbonici come Lombardo e i suoi seguaci che non spostano una solo virgola degli attuali assetti di potere nel Mezzogiorno. L’olezzo reazionario che proviene dalle pagine di chi invoca uno statuto speciale per il Sud, un governo fortissimo, una nuova Spedizione dei Mille, ma interpretata quasi come una task force dei marines da paracadutare dall’alto sull’Aspromonte…

Ha ragione Franco Cassano quando scrive che ogni riflessione sulla nuova questione meridionale non può prescindere dall’idea di autonomia. Autonomia dai diktat esterni, autonomia dai vecchi schemi mentali. Ma anche autonomia dal riproporsi di grumi di potere che lasciano che tutto cambi affinché nulla – in fondo – cambi per davvero.

I mali del Sud esistono, sono sotto i nostri occhi. Meno facile è capire che chi non vuole risolverli hai dei padri antichi. Sono quelli che spararono sui garibaldini e sui braccianti durante le occupazioni delle terre, sui sindacalisti e sui preti nelle mattanze di mafia. Sono i sottosegretari che flirtano con i boss. Sono quelli che traggono un enorme potere dal persistere del divario economico con il cuore dell’Europa, e che anche quando dicono di volerlo combattere, se ne tengono ben alla larga.

Tornando alla rifessione avviata sopra, in ultima analisi, mi auguro per davvero che non si stia diffondendo un finto “meridionalismo”, che più che basarsi su accurate ricerche storiche, sullo studio o sulle riflessioni dei grandi intellettuali meridionali, che hanno maturato una prospettiva complessa sulla Questione Meridionale, sembra concentrarsi su un’offensiva mediatica, fatta di slogan, volta ad ottenere un consenso immediato e non a stimolare la riflessione, che è certamente più difficile e tormentata, soprattutto se autentica. Ed in ciò sono accomunati, non casualmente, tanti sedicenti “difensori del sud”, cho poi, a conti fatti, altro non sono che “difensori” del proprio “particulare”, del proprio immediato tornaconto elettorale. Chiaro il riferimento ai “grillini”, ai “giustizialisti” variamente collocati…e, chi più ne ha, ne metta.

Oggi, in merito al “meridionalismo”, invece di lanciarsi in “velleitarie battaglie culturali”, che poi si fa in fretta a smascherare, bisognerebbe conoscere bene Antonio Gramsci e la sua “Questione Meridionale” oppure un Testo fondamentale come la “Storia del Regno di Napoli” di Benedetto Croce o l’Antropologia di Ernesto De Martino; bisognerebbe parlare della Rivoluzione del 1799, dell’illuminismo napoletano, delle 4 giornate di Napoli; bisognerebbe conoscere le esperienze originalissime di uomini come Tommaso Fiore; bisognerebbe leggere le poesie di Rocco Scotellaro. E bisognerebbe saper rispondere alla domanda che si fece Giustino Fortunato: “Quanto vale moralmente l’Italia?”. Quesito, di questi tempi, quanto mai attuale Chiudo anch’io con una domanda: “Ma che valenza ha il Revisionismo Storico sull’Unità d’Italia, quando, ed il sospetto è sempre più legittimo!, esso è funzionale alla legittimazione di qualche ‘pseudo’ e striminzita forza politica?”.

E chiudo con un’affermazione di Giuseppe Cacciatore, il filosofo salernitano membro dell’Accademia dei Lincei: «I Borbone sono stati tra le peggiori dinastie europee. Una imbecillità storica o il frutto di ignoranza. L’intitolazione della scuola di Scafati ai Borbone non è che una di queste due cose». È colto da impeto storico polemico lo studioso salernitano, docente emerito di Filosofia alla Federico II, nell’apprendere la decisione del preside dell’istituto primario scafatese. «Nonostante siamo in pieno revisionismo filo borbonico – insiste il filosofo – nessuno può negare che quella dei Borbone sia stata una tra le peggiori dinastie europee e contemporanee. E’ quella che ha mandato in carcere e al patibolo i patrioti napoletani, che impose il giuramento davanti ai vescovi delle diocesi dei professori universitari per avere il permesso ad insegnare». Ma oltre che storico, per Cacciatore il problema è innanzitutto didattico. «Non è certo educativo trasmettere ai ragazzi questi messaggi storici errati – continua l’accademico dei Lincei – bisogna spiegare la verità e quanto davvero accaduto. Appare, poi, anche una provocazione celebrare questa intitolazione proprio nell’anniversario del Risorgimento». Infine, il filosofo offre qualche consiglio al preside dell’istituto scolastico casertano. «Ci sono tanti nomi illustri legati al nostro territorio che meriterebbero l’intitolazione di una scuola – conclude Cacciatore – da Giovanni Amendola ad Alfonso Gatto per esempio. E perchè no Edoardo Sanguineti che tanto ha rappresentato per la cultura a Salerno» (“Corriere de Mezzogiorno” – Redazione online – 20 Maggio 2010). E non è vero che, come pure è stato scritto in questi giorni, che la Rivoluzione del ‘99 ha rapprentato la fine dell’Illuminismo napoletano incoraggiato dai Borbone, ma piuttosto quella ne era la logica conseguenza, lo sbocco politico del movimento di idee che era stato l’illuminismo napoletano.

Angelo D’Orsi, professore di Storia del pensiero politico all’Università di Torino, ricorda che “il Regno del Sud era un territorio profondamente depresso ed era almeno un secolo e mezzo indietro rispetto allo sviluppo del resto d’Europa”.

E tra le “imbecillità storiche” citiamo l’affermazione di questi giorni su FB: “Abbattiamo la Statua di Garibaldi a Piazza Ferrovia di Napoli ed erigiamone una a Francesco II”. Si legge sul Sito Orgogliosi del Sud’: “Questo e’ un gruppo meridionalista, anzi mi piace definirlo un salotto, in cui si puo’ discutere di storia, cultura, tradizione e parte della cronaca, che riguarda ovviamente Napoli e il meridione in genere. Portiamo avanti una petizione on-line atta a raccogliere firme affinchè venga rimossa da piazza della prima ferrovia (piazza Garibaldi), la statua del falso eroe dei due mondi, e sostituita da quella del nostro grande Re Ferdinando II di Borbone. In tal modo, con un gesto simbolico, in occasione dei 150 anni dell’Unita’ d’Italia, cacciamo via i falsi eroi. Restituiamo dignità alla Capitale del Regno delle Due Sicilie e, con essa, a tutto il Sud”.

È, dunque, sempre più squallido e meno credibile lo scenario rivendicativo “meridionalista” odierno, che Ernesto Galli della Loggia ben sintetizza dalle pagine del Corriere della Sera del 29 Agosto 2010: “Almeno nella sua vulgata di massa, quella del Sud si presenta come una protesta che non tiene assolutamente conto, non fa menzione neppure, di quello che pure tutti gli osservatori imparziali hanno indicato da decenni come tra i principali, o forse il principale ostacolo di qualunque possibile sviluppo del Mezzogiorno. Vale a dire la paurosa, talvolta miserabile pochezza delle classi dirigenti politiche meridionali, specie locali, protagoniste di malgoverno e di sperperi inauditi, ma che continuano a stare al loro posto perché votate dai propri elettori”. Mala tempora cucurrunt…

Mario Onesti (monesti.blog.tiscali.it – monesti@tiscali.it)

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