Dai Normanni agli Svevi: Il Medioevo di Pietro da Eboli

Mariano Pastore

Mariano Pastore

L’incontro dibattito evidenzia il ruolo di “narratore” dell’Età di Mezzo di Pietro da Eboli.

EBOLI – Il giorno 6 Gennaio del 2010, alle ore 17,00, presso il Salone delle Conferenze del Centro Nuovo Elaion, si terrà l’incontro organizzato e curato da Mariano Pastore:

“Il Medioevo di Pietro da Eboli al tempo normanno-svevo e, quello che rappresentò nell’età di mezzo con le sue opere, “De rebus siculis carmen” – ‘Liber ad honorem Augusti’, e ‘De balneis Puteolanis’ -.

relatore CARMELO CURRO’

PietrodaEboli donazione Liber ad Honorem ad EnricoVIIl Nuovo Elaion, dopo aver rappresentato le imprese di Roberto d’Altavilla il Guiscardo con l’annuale manifestazione della Giostra Medioevale, dall’Era normanna si proietta nell’Età sveva presentando le miniature che illustrano gli episodi storici contenuti nel “De rebus siculis carmen”“Liber ad honorem Augusti” di Pietro da Eboli.

La stampa delle miniature è riprodotta fedelmente su cartoline contenute in due eleganti cofanetti, che costituiscono l’anteprima della pubblicazione e della divulgazione del Carme. Grazie  all’impegno del Nuovo Elaion e al Presidente Cosimo De Vita si diffonde la cultura e la storia della Città di Eboli e del suo territorio.

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CARMELO CURRO’ PRESENTA L’OPERA DI PIETRO DA EBOLI

di Mariagrazia Managò

Currò in conferenza

Currò in conferenza

EBOLI – Affollato incontro, il 6 gennaio, nel salone delle Conferenze del centro Nuova Elaion di Eboli, per la presentazione dell’opera di Pietro da Eboli “De rebus siculis carmen – Liber ad honorem Augusti”, realizzata a cura di Mariano Pastore. Appassionato studioso e divulgatore della storia cittadina, Pastore ha studiato e riprodotto in splendidi esemplari l’opera miniata del famoso Poeta medievale, scoperta manoscritta nel Settecento nella Biblioteca civica di Berna.

Pastore Currò

Pastore Currò

A presentare l’annoso lavoro è stato Carmelo Currò il quale, per la vastità delle sue conoscenze sull’argomento e per la profondità della relazione ha ancora una volta stupito il foltissimo pubblico, tra cui si trovavano il sindaco di Eboli Martino Melchionda, l’ex-sindaco onorevole Gerardo Rosania, l’ex-ministro delle Aree urbane Carmelo Conte, e la Giunta comunale.

Carmelo Currò ha prima di tutto illustrato la figura umana di Piero da Eboli, facendo giustizia delle sovrastrutture che lo volevano ora chierico, ora medico, ora notaio, e individuando la sua opera entro gli schemi di una conoscenza giuridico-tecnica e di un sapere scientifico-pratico che era molto lontano da quello della Scuola medica salernitana. Non medico, dunque, dal momento che alcune parole usate dal Poeta nelle sue opere tradiscono una conoscenza non approfondita dei termini in uso dai famosi clinici salernitani; e in contrasto con loro in quanto sostenitore, nel “De balneis puteolanis”, della terapia con i bagni solfurei , la cui efficacia era invece negata a Salerno.

Piuttosto, uomo di cultura che, sulla scia dei grandi poemi cronacistici francesi, inglesi e meridionali, voleva raccontare le vicende del Regno di Sicilia dal tempo dei Normanni fino all’ascesa al trono degli Svevi. Probabilmente l’introduzione alla Corte degli Svevi trasformò l’indirizzo didascalico dell’Opera in poema elogiativo per la nuova Dinastia, la cui raffigurazione allegorica in figure mitologiche e nei luoghi comuni dell’esaltazione personale, lasciava immaginare un ritorno all’Età dell’Oro realizzata in pieno da Federico II.

Carmelo Currò

Carmelo Currò

Si trattava forse della prima opera propagandistica in favore della Dinastia. Un poema che procedeva dalla necessità di rendersi grato al sovrano il cui padre Enrico VI non era stato per niente prodigo di misericordia con la vicina Salerno, i cui abitanti si erano resi colpevoli di aver preso prigioniera l’imperatrice Costanza e di averla mandata a Palermo presso il re Manfredi che le contendeva il Regno di Sicilia. Salerno distrutta, l’arcivescovo deportato in Germania per anni, gli uomini quasi tutti uccisi, rappresentavano per molti un trauma che poteva essere superato non con inutili ribellioni ma con una adesione senza remore al sanguinoso regime svevo.

La favola dei re biondi, belli, colti e buoni, a lungo coltivata dalla letteratura e dalla storia, prende il via in Italia proprio dalla straordinaria fortuna e diffusione di quest’Opera che considera i ribelli come persone con la mente di un bambino, e che intende preservare da qualsiasi sospetto concittadini e amici dell’Autore.

Sarà una storia aurea, quella degli Svevi, ancora più amplificata all’indomani della conclusione dell’alleanza in chiave antifrancese tra Italia, Germania e Austria e che verrà rotta solo con la prima guerra mondiale; e che doveva acculturare con la consueta procedura scolastica “subliminale” le giovani generazioni, facendo credere nell’assoluta superiorità spirituale di un principe tedesco contro il campione della Chiesa che fu il nuovo sovrano Carlo d’Angiò, deposto dal Papa e proclamato Re di Sicilia.

Una storia ingigantita con la seconda tragica alleanza fascista conclusa con la Germania, che ancora una volta ribadiva con energia lo splendore della Dinastia sveva ed esaltava la figura e l’opera di Federico II, ponendo l’accento sulle sue doti culturali ed ignorando le sue disastrose avventure militari e le loro conseguenze sulle finanze del Regno, ridotto in uno stato di estrema miseria, sfociato per i sudditi nel lavoro festivo obbligatorio.

Carmen De Vita

Carmen De Vita

Non è un caso, ha ribadito Carmelo Currò, che Federico II, per molti suoi contemporanei giudicato un anticristo, abbia trovato un estremo studioso ed ammiratore in Ernest Kantarowicz, e nella sua biografia pubblicata due anni prima dell’ascesa di Hitler al potere, e prima che l’Autore potesse rendersi conto personalmente (in quanto ebreo) delle conseguenze della sua stessa adesione al nazionalsocialismo.

Grande elogio per Mariano Pastore. Un uomo, ha detto Carmelo Currò, in grado di immaginare una grande realizzazione e che ha saputo sostenere il suo sogno studiando e lavorando per anni fino alla pubblicazione della prima parte dell’Opera di Pietro da Eboli che restituisce alla città la fruizione del lavoro di un suo grande figlio.

Mariagrazia Managò

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