Il saccheggio del Sud

Le scelte del Governo mostrano con eloquenza una marcata influenza delle impostazioni leghiste.

Per il Mezzogiorno sono “disponibili” risorse per 8,5 miliardi di euro rispetto a un fabbisogno di circa 28 miliardi di euro.

Erasmo Venosi

di Erasmo Venosi

ROMA – Le scelte governative mostrano, eloquentemente, l’egemonia del cosiddetto “asse del nord”. Un ulteriore riscontro di tale impostazione è rinvenibile nell’art 15 della legge di stabilità (ex Legge Finanziaria) e nell’Allegato Infrastrutture alla Dichiarazione di Finanza Pubblica, i padri dell’art 15 sono i due parlamentari leghisti Crosio e Garavaglia. Con tale articolo si porta al Nord gran parte degli 1,4 miliardi di euro prodotti a regime dall’applicazione dello stesso.

Nel nostro Paese circa 49 miliardi di kwh sono prodotti da fonte idrica, di cui circa 39 al nord, 2,7 al sud e il restante al centro. Con quest’articolo le concessioni idriche in scadenza sono prorogate per sette anni, a condizione che i gestori del servizio idrico cedano alle Province il 40% del capitale sociale.

La motivazione dei leghisti? I territori hanno pagato un prezzo ambientale altissimo agli impianti idrici. Con tale criterio dovremmo premiare la Puglia che ospita il più grande impianto siderurgico d’Europa, produce una quantità di energia quasi doppia rispetto al suo fabbisogno, generata prevalentemente con il carbone. Cinque raffinerie sono allocate in Sicilia e una a Taranto, quattro dei cinque impianti di cracking esistenti in Italia sono al sud, come la più grande centrale termoelettrica italiana, quella di Brindisi (2,5 milioni di kW).

Altro provvedimento “bomba“ è il passaggio nel mercato elettrico dall’”asta a prezzo marginale“ (marginal price) all’”asta discriminatoria” (pay as bid). In esemplificata e rozza sintesi, con tale passaggio è eliminato il prezzo unico nazionale (PUN) e si “impone” ex abrupto la divisione del paese in tre zone: nord, centro e sud. Considerato il combinato disposto: impianti di generazione elettrica (prevalentemente a fonti fossili, per esempio la Puglia non ha nessun impianto idroelettrico) e la rete di trasmissione elettrica (sottodimensionata al sud), che comporta notevoli costi di congestione, la conseguenza sarà una penalizzazione del Mezzogiorno.

Nell’Allegato infrastrutture si legge l’incredibile affermazione dell’attuale Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture “… in molte aree del mezzogiorno esistono assi viari e ferroviari con un’elevata capacità residua“, “ci si meraviglia di una crisi della crescita e dello sviluppo alla presenza di un’offerta non utilizzata”.

Rimandiamo il “distratto” Ministro ai dati di Banca d’Italia sulle dotazioni infrastrutturali al Sud, elaborati sugli indici di dotazione infrastrutturale.

Le categorie di riferimento sono state classificate in 10 raggruppamenti:

Rete stradale, ferroviaria, porti, aeroporti, impianti e reti energetiche, reti per la telefonia e la telematica, reti bancarie e servizi, strutture culturali e ricreative, strutture per l’istruzione, strutture sanitarie.

Fatto pari a 100 l’indice di dotazione infrastrutturale, per l’Italia si riscontrano i seguenti valori:

Disaggregando alcuni indicatori importanti per lo sviluppo, emerge che, sempre considerando pari a 100 la dotazione infrastrutturale per l’Italia, per il Mezzogiorno le dotazioni in rete stradale, ferroviaria, energetica e stutture per l’istruzione sono pari a:

Questa è la realtà dei fatti, il resto è opinionismo interessato alla conservazione del buon rapporto con gli ex detentori della golden share del Governo, ovvero la Lega Nord.

Riguardo al finanziamento delle infrastrutture, dall’Allegato emerge che il costo del programma infrastrutturale è pari a 231 miliardi di euro, con una copertura finanziaria di 89 miliardi, e che dal valore complessivo le opere ubicate nel Mezzogiorno pesano per 84 miliardi di euro Incidentalmente è opportuno evidenziare che nell’Allegato si parla di risorse “potenzialmente“ disponibili per 8 miliardi di euro (pag. 44 Allegato)!

Per il Mezzogiorno sono “disponibili” risorse per 8,5 miliardi di euro rispetto a un fabbisogno di circa 28 miliardi di euro.

Nel 2009 dai fondi FAS (fondi aree sottoutilizzate,con ripartizione dell’85% al sud) che ammontavano come competenza a 7,3 miliardi di euro, circa la metà sono stati utilizzati non per le infrastrutture ma per la privatizzazione di Tirrenia, per il trasporto regionale di FS, per il terremoto in Abruzzo, per l’aumento dei prezzi del materiale da costruzione, per varie Fiere (delibera CIPE n 51 del 2009).

Questi i fatti! Dai dati contenuti nei Rapporti congiunturali intermedi di Banca d’Italia, emerge che più del 60% dei posti di lavoro persi, nel biennio 2008-2009, sono al Sud.

La Puglia ha perso 90.000 posti di lavoro e il tasso di occupazione è sceso al 44,7% (perdita di 4 punti). La macelleria sociale ha riguardato precari senza tutela, mentre nel nord gli ammortizzatori sociali hanno tutelato 3 lavoratori su 4, e al sud un lavoratore su 3.

Le geremiadi e invettive ricorrenti di alcuni maggiorenti leghisti sono servite per un’ulteriore campagna di grave delegittimazione del Mezzogiorno, senza comprendere che, senza lo sviluppo del Sud, l’Italia del terzo millennio sarà una mera “espressione geografica”, come scrisse 150 anni fa il conte Klemens von Metternich.

di Erasmo Venosi
pubblicato su Agorà magazine

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