Tra occupazione fragile, salari insufficienti e opportunità mancate, il paradosso di un territorio da miliardi di euro che continua a perdere i suoi giovani migliori. Dai dati ISTAT emergono segnali di debolezza strutturale nel mercato del lavoro locale. In una città con enormi potenzialità economiche e territoriali, crescono precarietà, emigrazione giovanile e disuguaglianze. Il Primo Maggio diventa così occasione di riflessione su un modello di sviluppo mai compiuto.

di Marco Naponiello per POLITICAdeMENTE
EBOLI – Il Primo Maggio, festa dei lavoratori, diventa sempre più spesso il giorno dei paradossi. Non solo per chi il lavoro non ce l’ha, ma anche per chi, pur lavorando, non riesce a vivere dignitosamente. È il volto nuovo della povertà: quello dei lavoratori poveri.
Secondo le più recenti elaborazioni territoriali dell’ISTAT, in Campania il tasso di occupazione resta tra i più bassi d’Italia, attestandosi intorno al 43-45%, mentre la disoccupazione complessiva supera il 16%, con punte molto più alte tra i giovani (oltre il 30%). In contesti come Eboli, il dato è ancora più critico: su una popolazione di circa 38 mila residenti, la platea degli occupati è limitata e spesso caratterizzata da precarietà, stagionalità e bassi salari. Senza contare i tanti che ancora cercano lavoro, uno strazio intergenerazionale che purtroppo avrà conseguenze nei prossimi anni, il tutto con un invecchiamento generale della popolazione residente.
Eppure, Eboli è una città potenzialmente ricca. È la capitale storica della Piana del Sele, un territorio dove il comparto agroalimentare – tra filiera bufalina e florovivaismo – genera un valore stimato totale in circa 4,5 miliardi di euro. Una ricchezza enorme, che però produce ricadute minime sul tessuto sociale locale.
Gran parte di questa economia è controllata da realtà imprenditoriali con sedi legali fuori regione, spesso al Nord. Ricchezza prodotta qui, ma redistribuita altrove. È una dinamica che impoverisce il territorio e svuota le prospettive di crescita per le nuove generazioni.
E infatti Eboli sta perdendo i suoi trentenni.
Una generazione intera che emigra, cercando altrove ciò che qui non trova: stabilità, salari dignitosi, futuro. Al loro posto cresce la presenza di lavoratori stranieri, fondamentali per il sistema produttivo locale, ma che spesso inviano gran parte dei loro guadagni nei Paesi d’origine e si inseriscono – come accade in tutta Italia – nei sistemi di welfare costruiti dalle generazioni precedenti.
È un equilibrio fragile, che non genera sviluppo duraturo.
Eboli, capitale storica di questo distretto del Sele, con i suoi 138 circa km² – è il territorio più vasto della provincia di Salerno – dispone di risorse straordinarie: dal fiume Sele alla vasta pianura agricola, fino a oltre 8 chilometri di costa. Un litorale di sabbia fine, vellutata, paragonabile per qualità a scenari ben più noti ed esotici, ma ancora segnato da erosione, scarsa valorizzazione e fenomeni di degrado come prostituzione e microcriminalità.
Un patrimonio naturale e paesaggistico che potrebbe essere leva di sviluppo turistico, ma che resta in gran parte inespresso. E poi, c’è il peso della storia e della cultura. Il nome di Eboli è conosciuto nel mondo grazie a Carlo Levi e al suo celebre romanzo “Cristo si è fermato a Eboli“. Un brand culturale potentissimo, mai davvero trasformato in attrattore economico.
Eboli è, in fondo, un grande paradosso: come avere il frigorifero pieno e restare a dieta forzata. Le amministrazioni che si sono succedute hanno spesso sfiorato i problemi, senza mai affrontarli in modo strutturale. E anche oggi, su temi cruciali come lavoro, sviluppo e infrastrutture, si percepisce un’assenza di visione.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza rappresentava un’occasione storica. Ma a pochi mesi dalla scadenza del 31 dicembre 2026, resta una domanda: quante delle opere annunciate diventeranno realtà? E soprattutto, quale futuro stiamo costruendo? Il rischio è quello di consegnare alle prossime generazioni una città con enormi potenzialità, ma senza strumenti per realizzarle.
Il Primo Maggio, allora, non è solo celebrazione. È interrogativo. È responsabilità.
Cosa è mancato finora? E cosa manca oggi perché Eboli diventi davvero ciò che potrebbe essere? Dobbiamo sperare in una nuova generazione di “fenomeni”, parafrasando una vecchia canzone, che amministreranno la nostra città?
Ma diamo sempre per scontato un concetto: non esistono liberatori, ci si libera da soli! Nel mentre rimaniamo in attesa.

Eboli, 1 maggio 2026






