Ma rinviare le scelte economiche non paga. Il Governo sfiducia se stesso

Rinviare l’aggiustamento dei conti a dopo le elezioni è un atto di sfiducia della maggioranza verso se stessa.

La politica è scelta: i tagli uguali per tutti significa non saper scegliere e questo è ingiusto e non è gradito ai mercati internazionali.

Romano Prodi

di Romano Prodi*

ROMADopo mesi di discussioni e di indiscrezioni si comincerà oggi a prendere le prime concrete decisioni sulla strategia economica del governo per i prossimi anni. Su alcune proposte, che sembrano ormai definitive, si possono fare commenti e osservazioni. Sul resto è obbligo ribadire alcuni punti fermi dai quali non è lecito discostarsi.

Dato il peso del debito che da trent’anni ci portiamo sulle spalle è prima di tutto necessario ribadire che l’obiettivo di giungere al pareggio di bilancio entro il 2014 deve essere solennemente confermato, altrimenti il peso di questo debito diverrà insostenibile.

Le turbolenze che hanno ferito i mercati italiani la scorsa settimana ci ricordano che siamo sempre sotto tiro da parte della grande finanza internazionale e che, quindi, le nostre decisioni sul futuro debbono essere chiare e prevedibili.

Non è a questo proposito incoraggiante leggere che il peso di una manovra di quarantasette miliardi sarà distribuita in sette miliardi nel primo biennio e quaranta in quello seguente.

Rinviare il compito dell’aggiustamento dei conti a dopo le elezioni non solo costituisce un’atto di sfiducia nei confronti dell‘attuale maggioranza da parte della maggioranza stessa ma è una decisione estremamente arrischiata e pericolosa. Non è difficile, infatti, interpretarla come segno dell’incapacità di prendere le necessarie misure da parte del governo e, quindi, come una manifestazione della poca credibilità di tutta la manovra.

Così come è segno di debolezza insistere sui tagli lineari, che dimostrano la mancanza di coraggio nella scelta fra le diverse priorità che il futuro dell’Italia impone.

Ricordo le violente critiche che furono rivolte al mio governo anche da parte della mia stessa maggioranza quando, insieme al ministro Padoa Schioppa, si decise di accompagnare il programma finanziario con la così detta «spending review», che era un’espressione forse un po’ esotica ma certo chiarissima nel suo significato, che cioè spese e tagli dovevano essere decisi in conseguenza delle priorità politiche messe sul tavolo del consiglio dei Ministri in modo chiaro e trasparente.

La politica è scelta: i tagli uguali per tutti sono il segnale che non si è in grado di scegliere e anche questo, oltre che ingiusto, non è certo gradito ai mercati internazionali.

Riguardo ai punti fermi bisogna prima di tutto smetterla col messaggio che si possono diminuire le aliquote sulle imposte delle persone fisiche, soprattutto le aliquote sui redditi più elevati. E nemmeno è possibile pensare di riprendere quanto si è perduto con un aumento dell’Iva che colpisce in modo indiscriminato tutti i consumatori. A parte il fatto che nei momenti difficili debbono essere le spalle più robuste a portare il peso maggiore, non è certo il momento di trasferire reddito da coloro che hanno una propensione al consumo più elevata (e che perciò sostengono la domanda) verso coloro che risparmiano di più, un risparmio che in questo periodo storico non si orienta verso gli investimenti produttivi.

Non è certo questo il modo per favorire la crescita. Già sono stati commessi errori enormi quando, per motivi elettorali, si è cancellato per tutti l’Ici sulla prima casa, facendo poi mancare al federalismo fiscale quello che ovunque è il fondamento delle risorse degli enti locali e cioè l’imposizione sugli immobili.

È inutile scandalizzarsi poi se gli enti locali, costretti senza risorse anche per il mantenimento dei servizi essenziali, stanno applicando tutte le addizionali possibili e immaginabili, dall’Irap all’Rc auto.

Giusto è invece il progetto di diradare la foresta delle detrazioni. Molte di queste, ma non certo i deboli aiuti al mantenimento dei figli. Sono del tutto ingiustificate e non servono in alcun modo alla crescita dell’economia. Questo è almeno un campo in cui sarà difficile applicare i tagli lineari.

Qualche scelta dovrà essere fatta subito: noi attendiamo di sapere quale. Ed è altrettanto doveroso risparmiare sui costi della politica, senza tuttavia cadere nella trappola dell‘antipolitica.

Un sollievo fiscale corposo potrà tuttavia avvenire solo coi risultati di una seria e sistematica lotta all’evasione, su cui si leggono tante dichiarazioni ma rispetto alla quale non si vedono risultati significativi. Non si possono infatti alleggerire le imposte in un paese in cui l’acquisto di ogni bene o servizio viene accompagnata dalla domanda: «Con fattura o senza fattura»?

Una domanda terribile perché sottintende che il dovere di contribuire al mantenimento della collettività è riservato a coloro che non sono in grado di sottrarvisi. E cioè sostanzialmente ai lavoratori dipendenti e a pochi altri.

Se questa è la situazione bisogna fare in modo che nessuno sia in grado di sottrarsi al proprio dovere. Se lo avessimo fatto in passato l’Italia sarebbe oggi come la Germania. Si dovrebbe a questo punto prendere in esame il lungo capitolo del controllo della spesa ma, proprio perché è un capitolo lungo, lo rimandiamo a una successiva riflessione.

*Romano Prodi: Economista, già Presidente del Consiglio

Roma, 1 luglio 2011

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