Italia degli sprechi: Tra inefficienza della PA e cattiva amministrazione

L’Italia degli sprechi: L’Inefficienza della P.A. costa allo Stato 30 mld di mancata crescita annui.

Secondo la CGIA di Mestre, l’inefficienza cronica dell’Amministrazione Pubblica italiana costa 30miliardi di mancata crescita annua. Le regioni del Sud sono in fondo al ranking UE, si salvano alcuna realtà del Nord. Dal Rapporto Demos: ”Cala la fiducia nei partiti sempre più lontani dalla società civile!”

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di Marco Naponiello
per POLITICAdeMENTE il blog di Massimo Del Mese

ROMA –  Già nel 2013 su tutti i giornali nazionali campeggiava questa dichiarazione:”Le inefficienze della pubblica amministrazione hanno un impatto negativo devastante sull’economia” firmato Raffaele Squitieri, presidente della Corte dei Conti. A queste parole iconiche, in tre anni o poco più ne il governo presieduto da Enrico Letta ne il successivo, del neo dimissionario, Matteo Renzi, sono riusciti a porre rimedio, tanto meno si vedono gli effetti della cosiddetta riforma Madia, voluta appunto dal titolare del dicastero che regola la macchina amministrativa statuale, Marianna Madia appunto, dunque lo Stato-Apparato, continua ad essere un mostruoso Leviatano disorganizzato e sprecone, in barba alla massima accademica la quale pretende la efficacia e l’efficienza della stessa, in ogni suo ambito e competenza.

Marianna Madia

Marianna Madia

Difatti la solita inefficienza della Pubblica Amministrazione costa oltre 30 miliardi di € all’anno di potenziale crescita economica. Lo evidenzia il centro studi della Cgia  di Mestre, in un lancio di agenzia dell’Ansa di qualche giorno addietro e riportato dai maggiori quotidiani dello Stivale, dove si rapportano parametri ed aree messe a confronto in tutta l’Unione. Pertanto ai 206 territori analizzati dallo studio dell’associazione del nord-est, ben sette regioni del Mezzogiorno si collocano come di prammatica nelle ultime 30 posizioni: la Sardegna al 178°, la Basilicata al 182°la Sicilia al 185°, la Puglia al 188°e poi ancora in questo campionato al rovescio, il Molise al 191° la Calabria al 193° e la Campania al 202° posto.

E se vogliamo porre in essere un paragone a dir poco amaro  per “casa nostra” la Campania, solo Ege (Turchia), Yugozapaden (Bulgaria), Istanbul (Turchia) e Bati Anadolu (Turchia), evidenziano un ranking al di sotto della PA campana.

C.G.I.A.-Mestre

C.G.I.A.-Mestre

Ma la novità in negativo investe anche una regione del Centro: il Lazio difatti, che agguanta il 184° posto nella graduatoria completa, dunque tirando le somme nelle migliori 30 regioni europee, latitano in maniera assordante le amministrazioni pubbliche italiane. Per trovarne una, ovvero la Provincia autonoma di Trento, la quale si colloca degnamente alla 36° piazza della classifica generale ed a seguire le sue quasi gemelle: la Provincia autonoma di Bolzano al 39°, la Valle d’Aosta al 72°e il Friuli Venezia Giulia al 98°, tutte realtà piccole e del Nord del Paese. Per completezza informativa sottolineiamo come di sotto della media europea al 129° posto il Veneto, al 132° l’Emilia Romagna e poi tutte le altre. Tale classifica, acclara l’Ufficio studi della Cgia .  “Essa è tarata su un indice di qualità che è il risultato di un mix di quesiti posti ai cittadini che riguardano la qualità dei servizi pubblici ricevuti, l’imparzialità con la quale vengono assegnati e la corruzione!” L’ordine finale (Il dato medio Ue è pari allo zero) del piazzamento tra la prima e l’ultima della classe vede un indicatore che oscilla dal +2,781 ottenuto dalla regione finlandese Aland (primo posto Ue) al -2,658 della turca Bati Anadolu (fanalino di coda al 206° posto).

img-20170108-wa0008Dunque nella classifica generale la nostra PA si colloca soltanto al 17° posto su 23 Paesi analizzati. Peggio di noi quindi Grecia, Croazia, Turchia e alcuni nazioni dell’ex blocco comunista e balcanici i quali “vantano” indici di qualità della Pubblica Amministrazione al di sotto di quella italiana. Invece alabardieri della buona amministrazione sono sempre quelle dei Paesi del nord Europa (Danimarca, Finlandia, Svezia, Paesi Bassi). Per il coordinatore del centro Studi della Cgia Paolo Zabeo: Dagli inizi degli anni ’90 ad oggi sono state 18 le riforme che hanno interessato la nostra PA. Sebbene le aspettative fossero molte, in tutti questi anni i risultati ottenuti sono stati deludenti. In molti settori la qualità dei servizi erogati- continua il dirigente– ai cittadini e alle imprese è diminuita e nonostante l’avvento del web ci permetta di scaricare molti documenti dal computer di casa, le code agli sportelli, ad esempio, sono aumentate. L’Istat denunciaconclude Zabeoche, rispetto al 2015, dopo 20 minuti di attesa presso gli uffici comunali dell’anagrafe, oggi la fila si è idealmente allungata di 11 persone e agli sportelli delle Asl addirittura di 18.

La nostra PA, peraltro, presenta per gli Artigiani di Mestre della Cgia delle punte di rinomata eccellenza in molti settori che possiamo dirlo orgogliosamente non hanno eguali nel resto della UE: La sanità al Nord, le forze dell’ordine, molti centri di ricerca e istituti universitari italianiafferma stentoreo il segretario della Cgia Renato Mason presentano delle performance che non temono confronti. Tuttavia è necessario migliorare l’efficienza media dei servizi offerti dalle amministrazioni pubbliche – termina il presidente– affinché siano sempre più centrali per il sostegno della crescita, perché migliorare i servizi vuol dire migliorare il prodotto delle prestazioni pubbliche e quindi l’impatto dell’attività amministrativa sullo sviluppo del Paese”.

Dati rabbrividenti che possono cosi riassumersi:

  • Corruzione: 60 miliardi (stime Commissione UE, totale UE 120 miliardi)
  • Evasione: 130 miliardi stimati (Corte Conti)
  • Spesa pubblica: 795 miliardi (dal 1997 cresciuta del 69%)
  • Pressione fiscale: 44% in un anno +1.5% (Bankitalia)
Partiti

Partiti

A questo quadro desolante fa il paio la sfiducia crescente dei cittadini verso la politica, i partiti e le istituzioni stesse. Tale è quanto si delinea da un rapporto stilato ogni anno dall’agenzia Demos (XIX Rapporto “Gli italiani e lo Stato”), per il quotidiano La Repubblica, dove si registra un ritorno alla cittadinanza attiva tramite i social network e la volontà di riformare la Costituzione repubblicana, ma bene ricordarlo, in maniera molto diversa da quanto prospettato nel recente referendum appena consumatosi.

Tra le istituzioni ancora rispettate vi sono le Forze dell’ordine e la figura di Papa Francesco, mentre i Trasporti, la Burocrazia, i Partiti, i Sindacati (anche la Magistratura non ne esce benissimo) e il mondo dell’Imprenditoria organizzata, vengono visti lontani dalle istanze della popolazione. Discorso un po’ diverso vale per la UE, essa si viene considerata come un covo di burocrati bancari- finanziari, ma anche è vero che di contro gli italiani temono l’incognita di una possibile uscita dalla moneta unica e le conseguenze che lasciare la divisa europea possano palesarsi negativamente, un ginepraio di cervellotiche incongruenze  tipiche della bizzarra società italiana.

Dunque gli italiani percepiscono lo Stato come un corpo estraneo, governato da pochi ottimati racchiusi nelle loro caste-monadi, che spreca continuamente risorse e non crea le condizioni per un vero sviluppo, sensazioni poi che vengono sempre corroborate dagli istituti demoscopici con cadenzate tabelle esplicative. Ma un dato altresì si staglia confortante, ed è quello che consiste viepiù in una ritrovata volontà di partecipazione del popolo, in forme certamente eterodosse, estemporanee forse, ma comunque spontanee che rivelano una resilienza reattiva, quella forza connaturata che ha cacciato fuori dal pantano diverse volte nel corso dei secoli gli abitanti della Penisola.

Roma, 09 gennaio 2017

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