Il posto fisso non basta più è pagato da fame. Giovani e famiglie sempre più schiacciati dal Caro-vita, sono in fuga non più verso il Nord ma verso l’Europa. La causa? Stipendi: tra i più bassi d’Europa. Affitti fuori controllo e nessuna possibilità di accesso al credito e costruirsi un futuro. L’Italia non è un Paese per Giovani Eboli e la Piana del Sele non fanno eccezione. È il Governo Meloni racconta un’altra Italia.

di Massimo Del Mese e Marco Naponiello per POLITICADEMENTE
ROMA / EBOLI – Un tempo il “posto fisso” rappresentava il traguardo sociale per eccellenza, sinonimo di stabilità, dignità e prospettiva familiare. Oggi, invece, migliaia di giovani e meno giovani stanno rinunciando persino ad assunzioni nella Pubblica Amministrazione, soprattutto nelle grandi città del Nord Italia, perché?
Perché stipendi e costo della vita non sono più compatibili.
Affitti, trasporti, bollette e spese quotidiane divorano salari spesso insufficienti persino alla sopravvivenza. Un fenomeno sociale che rischia di aggravarsi se retribuzioni e welfare non verranno adeguati alla realtà economica attuale. E mentre il Centro-Nord fatica a trattenere lavoratori pubblici e privati, il Sud continua a perdere energie, competenze e famiglie.
Eboli e la Piana del Sele, rispetto a questo scenario apocalittico non fanno per niente eccezione: un territorio potenzialmente ricchissimo grazie alla filiera agroalimentare, bufalina e florovivaistica, agli 8 chilometri di fascia costiera, al fiume Sele, al patrimonio storico e al centro antico, ma che continua a vedere partire giovani e lavoratori senza che la politica abbia saputo costruire sviluppo stabile e prospettive adeguate.
C’è un’Italia che cambia silenziosamente, lontano dagli slogan e dalle statistiche fredde. È l’Italia dei giovani vincitori di concorso che rinunciano al “posto fisso”, degli impiegati pubblici costretti a dividere stanze a quarant’anni, delle famiglie che aiutano economicamente figli ormai adulti pur di consentire loro di restare lontani da casa per lavorare.
Fino a qualche decennio fa, soprattutto tra gli anni ’80 e ’90, il posto pubblico rappresentava il massimo dell’aspirazione sociale. Ancora prima, in molte realtà, erano le attività professionali e le partite IVA a incarnare l’idea di emancipazione economica. Oggi, invece, il quadro è profondamente mutato: né il pubblico né il privato sembrano più garantire sicurezza reale se gli stipendi restano scollegati dal costo della vita.
Il fenomeno delle rinunce ai concorsi pubblici è ormai documentato. In molte amministrazioni del Nord Italia, dalle grandi città ai comparti tecnici e sanitari, numerosi candidati rinunciano all’assunzione dopo aver fatto i conti con affitti impossibili, trasporti onerosi e spese quotidiane insostenibili rispetto alle retribuzioni iniziali.
Milano, Bologna, Roma, Torino e altre grandi aree urbane sono diventate, per molti lavoratori pubblici e privati, luoghi economicamente proibitivi. In alcuni casi, oltre metà dello stipendio viene assorbita dall’affitto di un piccolo appartamento o persino di una stanza. A ciò si aggiungono bollette, carburante, alimentazione, trasporti e il progressivo aumento del costo generale della vita.
Il risultato è drammatico: sempre più giovani rinunciano a costruire una famiglia, rimandano figli, vivono in condizioni precarie o scelgono di tornare al Sud nonostante l’assenza di lavoro stabile. In altri casi, restano lontani dalle proprie famiglie d’origine per anni, aspettando trasferimenti che arrivano lentamente o non arrivano affatto.
E non mancano storie dolorose di lavoratori costretti a chiedere aiuto economico ai genitori persino per riuscire a rientrare al proprio paese, dopo mesi trascorsi tra stipendi insufficienti e spese ingestibili. Una realtà che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile per chi aveva conquistato un’assunzione pubblica.
Il rischio concreto è che il “posto fisso”, simbolo di stabilità per intere generazioni, perda progressivamente attrattività sociale se non verranno introdotte politiche salariali più aderenti al costo della vita reale, strumenti di welfare abitativo e misure di sostegno alla mobilità lavorativa.
In questo scenario, il Mezzogiorno continua a vivere una contraddizione profonda. Da un lato territori con enormi potenzialità economiche, ambientali e produttive; dall’altro l’emigrazione continua di giovani, competenze e famiglie.
Eboli e la Piana del Sele rappresentano emblematicamente questa contraddizione.
Un’area strategica che potrebbe esprimere ricchezza diffusa grazie alla filiera agroalimentare, bufalina e florovivaistica, alla fertilità della piana, al fiume Sele, agli 8 chilometri di fascia costiera, alla posizione geografica e a un patrimonio storico e culturale di assoluto rilievo solo di Eboli, senza considerare Paestum, Battipaglia e le altre realtà. Eppure, nonostante queste risorse, il territorio continua a perdere energie umane e professionali.
La sensazione diffusa è che, negli ultimi anni, la politica non sia riuscita a trasformare le grandi potenzialità del territorio in opportunità concrete per i giovani e per le famiglie. E così, mentre al Nord cresce il disagio di chi non riesce più a vivere dignitosamente nonostante il lavoro, al Sud continua il lento svuotamento sociale ed economico di intere comunità.
Una questione che non riguarda soltanto l’occupazione, ma il futuro stesso del Paese, la sostenibilità delle città, la tenuta delle famiglie e il diritto delle nuove generazioni a costruire una vita dignitosa senza essere costrette a scegliere tra lavoro e sopravvivenza. In definitiva non esiste l’obbligo ad emigrare ma deve essere una libera scelta. Forse alle classi politiche meridionali tenere al guinzaglio del bisogno il proprio elettorato, è una rendita di posizione ed una polizza sulla vita sulle loro carriere pubbliche ben remunerate.
Roma / Eboli, 25 maggio 2026






