Privatizzazione dell’acqua & affari delle multinazionali

In Italia è l’agricoltura che consuma il 60% di acqua, il 16% è per uso domestico e il 24 % per l’industria.

Le mani delle multinazionali si allungano sull’acqua che diventa privata.

Acqua – guerra all'ultima goccia

di Erasmo Venosi

ROMA – Il Centro Studi di Banca Intesa San Paolo ipotizza che il regolamento attuativo della legge Ronchi sulla “privatizzazione” dell’acqua potrebbe essere emanato nel 2012. Evidente l’interesse del sistema bancario e della finanza al grande business della “privatizzazione“ dell’acqua: i pacchetti azionari delle prime cinque multi utilities valgono almeno 2 miliardi di euro. Continua la grande mistificazione sui benefici che apporterà ai cittadini la mitica concorrenza in termini di riduzione delle tariffe, aumento degli investimenti e miglioramento dei servizi idrici. L’acqua è un bene comune, e l’accesso all’acqua è un diritto umano, e non un bisogno cui deve provvedere il singolo per soddisfarlo.

Il Nobel dell’Economia Samuelson definisce i beni pubblici in rapporto alla “ non rivalità” (l’uso da parte di un individuo non incide sulla quantità disponibile per gli altri) e “non escludibilità” (impossibile escludere gli altri dall’uso). I sostenitori della privatizzazione escludono l’acqua dalla categoria dei beni pubblici, perché è un bene scarso, quindi classificabile come bene economico, e soggetto alle logiche del mercato. Acqua scarsa? Lo stress idrico nasce da prelievi superiori alla capacità di rigenerazione. Prelievi aumentati a causa del cambiamento nell’alimentazione, dell’aumento dell’urbanizzazione che la cementificazione crescente del territorio comporta, di un’agricoltura che in occidente ne assorbe il 30%, l’industria il 59% e le famiglie l’11%. In Italia è l’agricoltura che consuma il 60% di acqua, il 16% è per uso domestico e il 24 % per l’industria.

Il servizio idrico integrato (captazione, potabilizzazione, erogazione, depurazione, fognatura) è un monopolio naturale (non si possono costruire condotte parallele e/o separare approvvigionamento, depurazione etc) e, quindi, non assoggettabile al regime della concorrenza nel mercato. La gara di appalto per la concessione del servizio trasferirebbe il monopolio naturale nelle mani del privato, il quale per massimizzare l’utile comprime i costi, incentiva i consumi, aumenta i prezzi. L’esperienza della “privatizzazione” è a dir poco inquietante. Il potere delle multinazionali dell’acqua è rilevante: Veolia presente in 60 Paesi, Lyonnaise des Eaux presente in 120 paesi Saur.

Nel grande business entrano anche le banche: la privatizzazione della società di servizi idrici Thames Water alla Kemble Water, controllata dal Macuqerie Group, che è una multinazionale dei servizi bancari ed un gestore dei fondi d’investimento. Anche in Italia è nato il polo industriale dell’acqua dall’alleanza tra Iren (unione fra le ex municipalizzate di Genova, Torino, Parma, Piacenza, Reggio Emilia) e il fondo d’investimento F2ì (Cassa Depositi e Prestiti, Fondazioni Bancarie e Grandi Banche). Le esperienze italiane di privatizzazione sono nefaste ma anche la gestione pubblica è stata, in alcuni casi, totalmente fallimentare.

La media degli incrementi tariffari negli ultimi 9 anni è stata del 47%, e spesso le società private in presenza di mancati pagamenti hanno tagliato la fornitura. Esempi: Latina, Arezzo. Gli aumenti potrebbero essere tollerati in presenza di diminuzione di perdite, qualità dell’acqua, bollette trasparenti! Invece a 15 anni dalla riforma gli investimenti effettuati (che giustificherebbero gli aumenti) sono meno della metà di quelli programmati. Valore medio che spazia tra investimenti al 100% di Liguria e Friuli, al negletto 6% della Sicilia e della Puglia. Eppure le tariffe pugliesi sono le seconde più alte d’Italia, e le perdite della rete idrica ammontano al 56% del totale. Il cittadino di Agrigento invece ha il consumo più basso d’Italia e la tariffa più alta (445 euro a famiglia contro una media nazionale pari a 253).

In definitiva, con il decreto di privatizzazione dell’acqua, giustificato da insistenti “infrazioni comunitarie, considerando che non esiste obbligo comunitario di trasformare le società pubbliche di gestione in Spa a capitale privato, (Corte di Giustizia2005, Commissione 2003 e Parlamento CE 2006) si trasforma un diritto universale in un bene economico.

Il Referendum e il progetto di legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dei servizi idrici, fermi in Commissione Ambiente dal luglio 2007, potranno indurre un superficiale legislatore a considerare l’acqua un diritto universale inalienabile.

Acquedotto

di Erasmo Venosi
da Terra

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