Salerno, Presentazione del film “Campania Burning”: Un viaggio nelle agromafie della Piana del Sele e della Campania

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Il Film denuncia di D’Ambrosio e Cartolano sulle agromafie della Piana del Sele e della Campania. Una realtà ignorata per troppi anni.

Campania Burning è un viaggio nell’inferno del ghetto dell’ex Mercato Ortofrutticolo di San Nicola Varco, divenuto monumento alla incapacità e allo spreco, ma anche teatro della più grande condizione moderna di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

San Nicola Varco-Immigrati-Ghetto

San Nicola Varco-Immigrati-Ghetto

SALERNO – Giovedì 2 maggio 2013, alle ore 19.30, nella sede provinciale del PD, verrà presentato il film “Campania Burning“, di Andrea D’Ambrosio e Maurizio Cartolano. Sarà presente oltre ad uno dei due registi, anche Tonino Pecoraro che è stato sceneggiatore e coautore delle Musiche.

Campania Burning“, il cui soggetto e la sceneggiatura, sono degli stessi autori D’Ambrosio, Cartolano oltre che di Pecoraro è stato prodotto da Simona Bianchi e Valerio Terenzio per il Gruppo Ambra 2011, con le musiche di Nicola Piovani. Il Film, in concorso al Festival del Cinema Africano di Verona è stato vincitore di una menzione speciale al MedVideoFestival.

Campania Burning è un viaggio nell’inferno del ghetto di San Nicola Varco, una struttura abbandonata che sarebbe dovuta essere un Mercato Ortofrutticolo, divenuto monumento alla incapacità della classe politica di oltre un trentennio, ma anche allo spreco di ingenti somme nel miraggio di realizzare qualcosa che sarebbe potuta essere importante per l’economia dellla Piana del Sele, ma rimasto incompiuto come tante di quelle opere che negli anni ’70 sono state progettate, appaltate e mai ultimate, proprio a dimostrazione di come si possono perdere le occasioni, e in quel manufatto abbandonato hanno trovato rifugio cittadini extracomunitari, braccia per le oltre 1800 Aziende Agricole presenti nell’intera Piana del Sele.

Prima in poche decine e poi in centinaia (non si è mai saputo con certezza quanti veramente fossero in quella struttura abbandonata, se 600, 700 oppure addirittura oltre gli 8oo) ma una cosa è certa: erano lavoratori immigrati provenienti dal Maghreb (algerini, marocchini, tunisini), tutte braccia, che hanno contribuito e tutt’ora, benché dispersi dopo uno sgombero eseguito con modalità discutibili, contribuiscono alla ricchezza degli imprenditori agricoli dell’intera Piana.

L’ex Mercato Ortofrutticolo di San Nicola Varco nel Comune di Eboli, nelle cui adiacenze oggi sorge un moderno Centro Commerciale, era diventato un campo improvvisato di immigrati, smantellato come dicono in molti, forse proprio per fare spazio al centro commerciale stesso, ma indipendentemente da tutto si è messo fine ad una realtà vergognosa, sia per le condizioni disumane in cui versavano gli occupanti, sia per quello che dietro quegli uomini e quelle braccia si celava: un grande mercato di lavoro clandestino “tollerato” per troppi anni.

Una situazione, come si diceva, tollerata, che ha finito per alimentare: da una parte, un disagio, una emarginazione, e una rabbia, per l’accettazione di una condizione di disumana sopravvivenza, oltre che lo sfruttamento verso questi uomini, ai più, ritenuti “invisibili” poiché in gran parte non erano nemmeno in regola con le leggi sull’immigrazione e quindi costretti a vivere da clandestini, e quindi mal pagati e sfruttati; dall’altra la ingiusta rabbia dei cittadini, i quali si sentivano “aggrediti” da un numero enorme di uomini e soprattutto “uomini”, che giocoforza faceva cambiare abitudini e stili di vita diversi, e “subire” quella presenza reale nella quotidianità, ma di “invisibilità” perchè dal punto di vista delle leggi queste persone non esistevano, hanno contribuendo ad una trasformazione di un territorio, mal accettata, perché mal guidata.

Proprio grazie al ghetto non si favoriva quella integrazione di cui si necessitava per regolare flussi e interventi, oltre che per evitare fossero alla mercé di caporali senza scrupolo che probabilmente in combutta con imprenditori anch’essi senza scrupolo, decidevano il destino di quegli uomini visti solo come “macchine” da lavoro e non come esseri umani.

E’ attraverso quella condizione che si sviluppa il racconto di una giornata dentro e fuori il ghetto. La vita precaria dei migranti dentro e le angherie dei caporali fuori.

Nel corso degli anni quel campo completamente ignotato sia dalle autorità locali che provinciali, regionali e Nazionali, è stato abbandonato a se stesso fino a che la CGIL e specie un sindacalista di lungo corso come Anselmo Botte, hanno messo in atto piccoli interventi di aiuto e di assistenza a quei migranti. E così sono stati anche assistiti nei permessi di soggiorno e nelle loro lotte quotidiane. Lorenzo Diana, magistrato, invece racconta il fenomeno delle agromafie molto diffuso anche nella Piana del Sele. Molto bello risulta il confronto tra vecchi e nuovi braccianti, con le immagini dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio.

 è un racconto verità che se non fosse datato ai nostri giorni, sembrerebbe riportarci al secolo scorso e alle esperienze della schiavitù a cui il popolo africano ha dovuto subirne a sue spese una sofferenza e una piaga ancora oggi non rimarginata, ma cosa ancor più grave ancora oggi alimentata.

Salerno, 30 aprile 2013

2 commenti su questo articoloLascia un commento
  1. Un tema scottante,(il famigerato capolarato)come da intitolazione,e miserrimo al tempo stesso,dove si dipanano le umane avidità coniugate ad un cinismo scellerato,abita anche da noi.
    Cresce il legame tra criminalità agricoltura.
    A pagarne il prezzo continuano a esserne i lavoratori. Di contro si deteriora la situazione degli stagionali impiegati, caporalato e illegalità non patiscono la crisi corroborati dal sommerso, annesso alla precarietà diffusa e dalla disperazione vera di chi arriva in Italia con il sogno di una vita migliore.
    Sono 27 i clan che si occupano dell'”affare” legati alle ecomafie, alle agromafie( e che guadagnano con l’inquinamento la contraffazione e la pessima qualità degli alimenti)e al disastro del territorio dovuto all’ abusivismo edile e sversamento illecito di rifiuti.
    La criminalità è presente da troppi anni, in ogni circuito produttivo ed economico del nostro povero Paese e determina le sorti di migliaia di esseri umani,deboli ed alienati dal bisogno calpestando,in molti casi senza contrasto alcuno da chi di dovere, i diritti fondamentali dell’individuo, riducendo troppo spesso allo stato di mera schiavitù. Portare alla conoscenza generale questi nuovi fenomeni socio-eco-culturali, fortemente radicati nel territorio meridionale e che, ahinoi, deflettono in ambiti nobili il nostro paese deve essere considerata “in primis” una missione etica.

  2. Tutta colpa di una sinistra ottusa balzata al potere grazie alla FARSA di Tangentopoli.

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