Renzi accetta l’Incarico: Una riforma al mese

Renzi accetta l’incarico di formare il governo: “Subito riforme istituzionali e lavoro”.

Il segretario Pd al Colle: “Punto al 2018”. L’agenda: riforma della pubblica amministrazione ad aprile, fisco a maggio”. Domani al via le consultazioni, ma la squadra dei ministri non è ancora pronta. Poi commosso saluta Firenze.

Matteo-Renzi-Riceve-Incarico

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da POLITICAdeMENTE il blog di Massimo Del Mese

ROMAMatteo Renzi accetta dal Capo dello Stato l’incarico con riserva – come prassi – a formare un nuovo governo. Da domani avvierà le consultazioni con i partiti. «L’impegno – afferma il premier in pectore al termine del colloquio di un’ora e venti con Napolitano – è l’orizzonte naturale della legislatura», il 2018. Quindi il leader Pd si prende «qualche giorno di tempo» per definire programma e squadra. Questa sera c’è stato l’ultimo saluto da sindaco a Palazzo Vecchio, a Firenze. «Fare politica non è qualcosa di sporco, di brutto o da evitare ma corrispondere ai sogni delle persone», ha detto il sindaco concludendo l’intervento con commozione.

L’Unione Europea detta subito la lista delle priorità e alla poltrona dell’Economia – con le parole del  commissario agli affari economici Olli Rehn.- esorta il nuovo leader alla scelta di un «vero europeista» . L’Italia dovrà «tagliare il debito, ridurre il cuneo fiscale, riformare la Pa e la giustizia». Un grosso incoraggiamento al neo incaricato arriva anche da Tony Blair, ex primo ministro britannico, che parla di sfide «formidabili» con «Matteo che ha il dinamismo, la creatività e la forza per farcela, con la combinazione di realismo e idealismo necessari per i tempi che viviamo».

Una riforma al mese. Il programma di governo di Renzi ha già una tempistica: a febbraio riforme istituzionali, a marzo il lavoro, che è la «vera priorità», ad aprile la riforma della pubblica amministrazione e a maggio il fisco. La strada del leader Pd è in discesa, ma spuntano già i primi ostacoli: a cominciare dalla complicata trattativa con Angelino Alfano.

L’incontro al Colle. Il sindaco di Firenze arriva puntuale, alle 10,30, al Quirinale alla guida di una Giulietta bianca, accompagnato dal capo ufficio stampa Filippo Sensi. Nel colloquio con il presidente della Repubblica, il segretario Pd assicura, come racconta lui stesso al termine, che metterà «tutto l’impegno e l’energia di cui saremo capaci in questa sfida difficile». Napolitano gli affida l’incarico e Renzi esce nella sala della Vetrata. Il tono di voce tradisce emozione e un po’ di tensione: «Ho ricevuto l’incarico di provare a formare il nuovo governo, ho accettato con riserva per l’importanza e la rilevanza di questa sfida», esordisce. Poi conferma il suo impegno di un governo di legislatura che quindi «necessita di qualche giorno per arrivare a sciogliere la riserva».

Il saluto a Firenze. Le consultazioni formali cominceranno domani: oggi il premier incaricato, dopo aver incontrato i presidenti di Camera e Senato Laura Boldrini e Piero Grasso, torna a Firenze per l’ultima giunta e l’addio alla guida della sua città. La testa e il cuore sono ormai tutti proiettati al governo. E non tanto sulla squadra, spiega Renzi ironizzando sulle «fatiche» dei giornalisti alle prese con il «totoministri» ma sui contenuti, su cui, aggiunge, «abbiamo intenzione di lavorare in modo molto serio». Programma che nelle intenzioni di Renzi ha tempi già definiti e prevede che «entro febbraio si faccia un lavoro urgente sulle riforme costituzionali ed elettorali, e nei mesi successivi ci saranno: a marzo il lavoro, ad aprile la riforma della Pubblica amministrazione, a maggio il fisco». Una riforma al mese, la corsa del premier incaricato è partita. Nel discorso a Palazzo Vecchio il segretario del Pd sottolinea che non sceglierà il successore, ma che lo indicheranno «i cittadini» con le elezioni che si terranno tra meno di cento giorni. Poi aggiunge che bisognerà «gestire meglio i beni culturali che abbiamo, mi riferisco a Firenze ma anche all’Italia». «Sono posti di lavoro- aggiunge – il recupero della bellezza come fattore che dà risorse».

La Squadra. Renzi è consapevole che la quadra per formare il suo governo non è semplice. E ha messo in conto che rispetto alle consultazioni-lampo che aveva in mente servirà un maggior approfondimento. Il primo degli scogli del segretario Pd è il principale socio di maggioranza, Angelino Alfano. I due, in contatto da giorni anche via sms, avevano in programma di vedersi ieri sera, al rientro di Renzi a Roma. Ma il faccia a faccia è slittato e a questo punto è probabile che si terrà nei prossimi giorni con le consultazioni ufficiali. Sono abbastanza chiari i motivi del braccio di ferro tra Renzi e il leader Ncd. Alfano sa che la presenza di Ncd è «decisiva» per la nascita del governo: senza i numeri, soprattutto dei suoi senatori, l’esecutivo Renzi non riesce a nascere a meno di una nuova svolta del rottamatore con un’apertura verso Forza Italia, possibilità che però viene smentita nettamente dal Pd.

Scoglio NCD. Perciò l’ex delfino di Berlusconi è determinato ad alzare la posta per il suo via libera: oltre a chiedere la riconferma sua, di Maurizio Lupi e di Beatrice Lorenzin negli stessi ministeri, vuole chiarezza nel perimetro della maggioranza del nuovo governo. Alfano soffre le «due maggioranze», una con Ncd per il governo e l’altra con Fi per le riforme che Renzi è determinato a confermare. E vuole garanzie, a quanto si apprende, almeno sul fatto che la legge elettorale entrerà in vigore solo dopo la riforma del Senato, temendo che ad un certo punto, incassata la riforma del voto, il leader Pd e il Cavaliere si accordino per lo show down della legislatura.

Richieste e pretese che sembrano non preoccupare più di tanto i renziani. «Alfano non è il problema», spiegano ambienti vicini al sindaco di Firenze, aggiungendo, più a scopo di minaccia, che se Renzi non riuscisse a fare nascere il governo «vuol dire che si andrà alle urne». Insomma tra i due, sostengono fonti dem, chi ha il coltello dalla parte del manico è il premier in pectore e quindi, aggiungono, «un accordo si troverà», lasciando intendere che Renzi non ha intenzione di fare le barricate per impedire ad Alfano di restare al Viminale.

Il Toto-Ministri. Quello che in realtà preoccupa di più, in queste ore, i fedelissimi del sindaco è la squadra di governo. Il «no, grazie» dell’ad di Luxottica Andrea Guerra lascia l’amaro in bocca a Renzi che punta su personalità vincenti per la sua «rivoluzione radicale». Sondaggi sui candidati preferiti sono in corso a 360 gradi e in questo sono impegnati sia personalmente Renzi sia i suoi, come Dario Nardella e Graziano Delrio. Come anticipato ieri da La Stampa, il segretario Pd vorrebbe Romano Prodi al Tesoro, anche per ridare entusiasmo al popolo dem sotto choc per la sfiducia a Enrico Letta. Al Tesoro sono in discesa anche le quotazioni di Lucrezia Reichlin. All’Economia infatti premier in pectore vorrebbe un politico. Il rebus totoministri è ancora irrisolto. L’unico posto sicuro è quello di Graziano Delrio sottosegretario alla presidenza del consiglio. Per via XX settembre si fanno anche i nomi di Piero Fassino e Fabrizio Barca. Partita aperta che per l’Interno, ministero che Angelino Alfano punta a tenersi stretto ma al quale ambirebbe anche Dario Franceschini. In alternativa, dopo il «no, grazie» di Alessandro Baricco, Franceschini potrebbe andare ai Beni Culturali, lasciando il posto di ministro per i Rapporti con il Parlamento ad un fedelissimo del leader Pd, che potrebbe puntare sul portavoce della segreteria Lorenzo Guerini.

Da Bernabé a Moretti. Alle Riforme resta in pole Maria Elena Boschi mentre vacilla la candidatura del segretario Sc Stefania Giannini all’Istruzione dopo che Scelta Civica avrebbe indicato Irene Tinagli e Andrea Olivero. Il rifiuto di Andrea Guerra apre per Renzi il problema di una casella chiave per il futuro governo: lo Sviluppo Economico. E lì l’idea del sindaco è di continuare a cercare nel mondo imprenditoriale: spunta il nome dell’ex presidente Telecom Franco Bernabè. Ma nella lista spunta anche il nome dell’ad di Ferrovie Mauro Moretti. Per il ministero del Lavoro sono in corsa Tito Boeri ma anche esponenti della minoranza Pd come Guglielmo Epifani e Cesare Damiano. Nel Pd i sondaggi sono a 360 gradi e, a quanto si apprende, anche Pippo Civati, negli ultimi giorni molto critico verso il governo, potrebbe essere coinvolto in qualche ruolo. Alla Giustizia è caccia a “tecnici” di prestigio e, mentre scendono le chance di Michele Vietti, salgono le possibilità del presidente del tribunale di Milano Livia Pomodoro e spuntano i nomi di Valerio Onida e Guido Calvi. Dovrebbero essere riconfermati, infine, i ministri dell’Ambiente Andrea Orlando ed i ministri Ncd Beatrice Lorenzin (Salute) e Maurizio Lupi (Trasporti). Riconferma in vista anche per Mario Mauro così come non dovrebbe rischiare alla Farnesina Emma Bonino. Federica Mogherini dovrebbe, invece, prendere il posto di Enzo Moavero Milanesi agli Affari Europei.

Roma, 17 febbraio 2014

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