Le acrobazie necessarie

La crisi economica e le crescenti disparità avrebbero bisogno di un governo attivo e vigile, ma purtroppo le forze che in teoria portano avanti questi valori perdono sistematicamente le elezioni.

C’è bisogno di un riformismo che tenga conto della globalizzazione, e che l’Italia compete non solo con la Cina o la Germania, ma anche con la Turchia, la Serbia, la Polonia e gli Stati Uniti.

Romano Prodi

LE ACROBAZIE NECESSARIE

di Romano Prodi

ROMA – Nell’anno che sta per finire è caduto l’ultimo governo di centrosinistra che ancora era al potere in un grande paese europeo. Dopo la sconfitta dei laburisti inglesi nelle elezioni dello scorso maggio, Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna sono oggi governate o dalla destra o da coalizioni di centrodestra, mentre anche il governo socialdemocratico spagnolo è dato come probabile sconfitto nelle prossime elezioni.

Tutto questo avviene in un periodo storico in cui le differenze fra ricchi e poveri aumentano in modo inaccettabile e le giovani generazioni si sentono emarginate da un’economia di mercato che, in teoria, dovrebbe preparare loro uno spazio crescente ma che, in pratica, di spazi non ne prepara nessuno.

In questa fase storica l’economia di mercato, escludendo una quantità crescente di cittadini e mostrando difficoltà ad affrontare le nuove sfide come quelle ambientali, avrebbe bisogno di essere corretta da una politica capace di garantire la collettività di fronte alle insicurezze e agli squilibri che essa stessa ha creato.

Questa politica di riassicurazione e di riequilibrio non dovrebbe in teoria trovare ostacoli insormontabili, anche perché, a differenza dell’antico socialismo, il moderno riformismo non ripudia i fondamenti del mercato ma vuole semplicemente garantire che il mercato lavori in modo appropriato.

A questo scopo è necessario che lo Stato ne controlli il corretto funzionamento.

Eppure, proprio mentre la perdurante crisi economica e le crescenti disparità avrebbero bisogno di un governo attivo e vigile, le forze che in teoria portano avanti questi valori perdono sistematicamente le elezioni. Tuttavia i cittadini europei sono nella grande maggioranza convinti che gli errori elencati in precedenza siano gravissimi e che debbano essere corretti in fretta, prima che il crescente malessere dei giovani e degli esclusi si esprima in un’aperta rivolta.

Essi cioè credono nella diagnosi dei riformisti ma non credono nelle loro ricette. Non voglio in questa sede approfondire come questo avvenga nei diversi paesi ma solo cercare di avere un’idea sul perché avvenga in Italia.

Credo che la prima ragione sia che anche l‘elettore che capisce e soffre per le crescenti ingiustizie sia nel contempo preoccupato che la lotta contro di esse sia esercitata dai partiti di centrosinistra per mezzo di strumenti che mettano a rischio le proprie conquiste. Anche se il cittadino medio si rende conto che il comunismo è ovunque tramontato, esso è infatti portato a credere che la coalizione riformista conservi troppi residui del passato dirigismo.

Il ridicolo ma continuo richiamo al comunismo fa tuttavia riemergere vecchie paure che la parte più radicale (ma pur necessaria) della coalizione riformista finisce col riportare quotidianamente a galla. Inoltre la lista delle riforme necessarie appare spesso poco credibile. Questa lista è in generale scritta col bilancino, con l’occhio più attento agli opinion polls che alla capacità di risolvere i problemi, più dedicata a non scontentare che non a cambiare la società. Ne risulta l’inefficacia di una proposta alternativa all’attuale maggioranza, che pure è ritenuta ampiamente inadeguata all’interno del paese e non credibile all’estero.

È evidente quanto sia difficile uscire dall’attuale situazione perché questo implica da un lato la rinuncia ad un impossibile ed antistorico radicalismo e, dall’altro esige la ripresa di un riformismo vigoroso, il tutto accompagnato dall’indispensabile disciplina che deve fare parte di una moderna cultura di governo. Quando parlo di vigoroso riformismo intendo la necessità di preservare e rafforzare il welfare state, difendere la salute, potenziare la scuola e la ricerca, proteggere il territorio, garantire la sicurezza e rendere più vivibili le città. Con la consapevolezza che tutto ciò può essere ottenuto solo con il contributo dei cittadini non indigenti, con il mutamento dei modelli lavorativi, con la necessaria lotta all’evasione fiscale, con la riforma del sistema pensionistico e con il trasferimento di risorse verso i settori che garantiscono il futuro, cioè la scuola e la ricerca.

Un riformismo che deve tenere conto della globalizzazione, del fatto che l’Italia compete non solo con la Cina o la Germania, ma anche con la Turchia, la Serbia, la Polonia e gli Stati Uniti. Un riformismo possibile perché in buona parte lo ha realizzato Schroeder in Germania ed è ormai un patrimonio comune dei paesi del nord Europa.

Nelle condizioni politiche in cui si trova oggi l’Italia si tratta di un esercizio assai difficile, simile a quei tuffi con un triplice avvitamento che si vedono alle Olimpiadi, ma lo stare fermi porta al ripetersi delle sconfitte, fino al momento in cui l’inevitabile peggioramento delle condizioni di vita e delle occasioni di lavoro spingerà i giovani alla rivolta, indipendentemente da chi siederà al governo dell’Italia

1 commento su questo articoloLascia un commento
  1. Tasse e globalizzazione,2 temi che creano diseguaglianze palesi nelle società mondiali,i liberisti USA:
    Tasse globali per redistribuire la ricchezza: la proposta di Piketty,di liberismo in italia,invece, nemmeno l’ombra.,anzi lo stato si prende quasi il 70% del guadagno,altroché,pensare che siamo stati governati per lustri ,da un “imprenditore”.
    Al centro di questo nuovo “il capitale” riadattato al 21 sec.c’è questa teoria,”Al centro della sua tesi c’è il mercato, più questo funziona bene, e quindi più il meccanismo di scambio è perfetto, più crescono le diseguaglianze tra gli imprenditori, coloro cioè che posseggono il capitale, ed i lavoratori che ne sono privi.” mi sembra che sia esattamente il contrario più il mercato è aperto a nuovi e vecchi players più i prezzi scendono e il capitale è meno remunerato.
    l Capitalismo non è mai stato stabile, e ha sempre spinto verso l’accumulazione, fino al punto che il motore si ferma, la bolla scoppia. Nel mentre, il capitale continua ad essere accumulato. Di questo andamento, l’accumulazione si giova. L’intervento pubblico può mitigare, anche molto, il fenomeno. Significa “difendere il capitalismo da sé stesso”.
    Se il problema delle disuguaglianze distributive non viene risolto, il rischio secondo me non è una catastrofe, ma forse qualcosa di peggio ancora: una stagnazione. La finanziarizzazione distrugge e prosciuga la società di risorse reali: cultura, conoscenza, capacità di governo, legami sociali, comunità.

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