“Caso” De Luca: Bonavitacola bacchetta Eugenio Scalfari

Il caso De Luca tra Diritto certo e la “Legge del desiderio”. «L’Italia delle purghe può prescindere dalle leggi dello Stato. L’Italia del diritto no».

Bonavitacola a Scalfari: “Quando le leggi dello Stato sono sostituite dalle verità individuali spacciate per verità assolute non sono state scritte brillanti pagine di storia“.

fulvio-bonavitacola

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da (POLITICAdeMENTE) il Blog di Massimo Del Mese

SALERNO – Mentre ad urne chiuse la polemica infuria e non risparmia ne il Centrodestra  e ne il centrosinistra, il fuoco amico e nemico è indirizzato quasi solo ed esclusivamente su Matteo Renzi, che con le sue “disinvolture” in poche settimane ha dilapidato, perdendo clamorosamente le elezioni, una fortuna politica che lo aveva portato prima alla guida del PD, poi a Palazzo Chigi e successivamente a stravincere le europee e ora a perdere clamorosamente le amministrative.

Ma la graguola di colpi che da mesi cade su Vincenzo De Luca non ha eguali. Colpi di ogni genere, i più pericolosi ovviamente sono stati quelli amici, quelli che lo hanno colpito di fila e che lo hanno stremato riguardo alle primarie se poteva o non poteva candidarsi e successivamente dopo che queste si sono consumate se poteva insediarsi o meno una volta eletto dal momento in cui si sarebbe dovuto applicare la famosa Legge Severino.

Roberto-Saviano

Roberto-Saviano

Un fuoco incrociato al quale hanno partecipato tutti, specie dopo la sortita dello scrittore Roberto Saviano, la stampa e i massimi esponenti politici, da quelli che lo volevano atterrare a quelli che al contrario volevano dopo averlo atterrato anche seppellirlo, come nel caso della sortita della Presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi a due giorni dal voto.

E così Vincenzo De Luca è diventato il mostro da sbattere in prima pagina di cui vergognarsi, un impresentabile, insomma una persona dalla quale bisogna prendere le distanze perché poco raccomandabile, al punto tale che adesso più che per il caso Berlusconi, la Severino in tutta la sua impalcatura si presenta con un nodo giurisprudenziale da risolvere assolutamente, specie dopo i rilievi che demandano ogni presa d’atto al Presidente del Consiglio.

Nel frattempo chi voleva che De Luca non gareggiasse e successivamente che non vincesse le elezioni Regionali, e non occupasse quello  scanno di Palazzo Santa Lucia è rimasto fregato e di qui un’altra gragnuola di colpi fino a che lo stesso Matteo Renzi, anch’egli sotto pressione mediatica, tende a scaricarlo e c’é addirittura la stampa con in testa Eugenio Scalfari che nell’editoriale della domenica su “La Repubblica” per dare corpo ad un’azione che mira sempre a “finire” De Luca e nobilitare una causa rispondente alla “Legge del desiderio“, fa un giro di boa nella storia, facendo alcuni salti mirati, come fa notare l’On. Fulvio Bonavitacola, parlamentare PD molto vicino a De Luca, il quale appunto fa notare come Scalfari analizzando i vari periodi storici giunge guarda caso ai nostri giorni e a De Luca, disquisendo sulla Legge Severino e praticando doviziosamente una “divagazione” legislativa, che lo stesso Bonavitacola, affidando il suo intervento al quotidiano “IL MATTINO“, che POLITICAdeMENTE ripropone ritenendo sia interessante, rispetto alle valutazioni che fa Bonavitacola che mettono a confronto “L’Italia dei diritti e la legge personale di Scalfari“, praticando un esercizio molto pericoloso che se dovesse affermarsi contrappone il diritto certo alle motivazione emozionali e di giustizia sommaria.

Bonavitacola_Fulvio_pd

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«Con l’editoriale de La Repubblica di ieri, – scrive il Parlamentare del PD e avvocato Fulvio BonavitacolaEugenio Scalfari ripercorre, con necessitata sintesi, alcune tappe del lungo cammino che ha portato alla costruzione del nostro Stato nazionale. Da Dante e Petrarca, attraverso Machiavelli e Guicciardini, passando per i padri del risorgimento, il racconto giunge a Benito Mussolini. E qui il racconto pare fermarsi. Nulla da dire sull’itinerario. La scelta di non fare alcun cenno all’Italia Repubblicana, che pure rappresenta la forma attuale dello Stato italiano post unitario, rientra nella libera narrazione dell’autorevole editorialista. Sicché, – fa notare Bonavitacola – subito dopo Mussolini, appare magicamente De Luca.

A questo punto un cenno alla Costituzione, per evitare il trauma di un salto troppo brusco, non sarebbe stato malvagio. Ed invero, è proprio il passaggio dall’Italia delle purghe a quella dei diritti costituzionali che manca nell’itinerario scalfariano. Un’Italia delle purghe può confondere un abuso d’ufficio con la “delinquenza corruttiva” (espressione testuale di Scalfari). L’Italia del diritto no. L’Italia delle purghe può prescindere dalle leggi dello Stato. L’Italia del diritto no. E Scalfari non prescinde dalla legge, la stravolge. Ed offre al lettore la Sua personale legge, sostitutiva di quella dello Stato.

De Luca-Renzi

De Luca-Renzi

Evidentemente – scrive Bonavitacola nel suo intervento – Scalfari parla di norme che non conosce. Non ha mai letto l’articolo 8 del Decreto legislativo n. 235/2012. Se l’avesse letto saprebbe che la sospensione diventa efficace solo dopo la notifica al Consiglio regionale per gli adempimenti di legge. Ed un Consiglio regionale che adempie non può che essere un Consiglio regionale nell’esercizio delle funzioni ( capisco che dopo Petrarca e Dante non si può inserire il Catalano, ma a volte una forzatura aiuta)Se poi Scalfari, oltre ai Padri della Patria, trovasse anche il tempo di leggere lo Statuto della Regione Campania, saprebbe che prima di ogni altro adempimento (compresa la presa d’atto di provvedimenti che limitano l’esercizio delle cariche elettive) è obbligatorio insediare gli organi di governo.

È esattamente vero il contrario di quanto sostiene Scalfari. L’applicazione della Severino nei confronti di De Luca, evitando inammissibili vuoti istituzionali (con un semplicemente folle ritorno alle urne) non è un piacere del Governo a De Luca. È solo la doverosa applicazione della legge statale e dello Statuto regionale, nel pieno rispetto dei principi costituzionali. Conta poco, per il liberale Scalfari, che questi concetti elementari siano stati esposti in sede parlamentare dal Ministro dell’Interno e dal suo vice, in risposta a due interpellanze di parlamentari del centro destra che sostenevano le identiche tesi riproposte da Eugenio Scalfari. Ma Egli fa anche di peggio. Paventa un’inesistente omissione d’atti d’ufficio del governo nel non sospendere subito De Luca per adombrare una simiglianza di tale omissione con comportamenti corruttivi.

Quando le leggi dello Stato sono sostituite dalle verità individuali spacciate per verità assolute – conclude il suo intervento l’On. Fulvio Bonavitacolanon sono state scritte brillanti pagine di storia. E si arriva presto alle purghe. O, nella versione dell’inquisizione, ai roghi.  L’etat c’est moi di Luigi XIV e le verità assolute di Eugenio Scalfari non sono la stessa cosa. Ma si somigliano terribilmente. Per fortuna nella fase transitoria fra i due si è formato in Italia lo Stato nazionale, prima monarchico, poi repubblicano e, soprattutto, costituzionale. Se Scalfari, evitando il salto brusco da Mussolini a De Luca, vi avesse fatto una fugace tappa, forse avrebbe evitato di chiudere un dotto editoriale con grossolani travisamenti e davvero gratuite insinuazioni».

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Il popolo italiano odia lo Stato ma non può farne a meno.

L’editoriale della Domenica
di Egenio Scalfari

Eugenio_Scalfari_ansa.jpgPIÙ passa il tempo e più la corruzione aumenta, invadendo non soltanto le istituzioni locali e nazionali ma l’anima delle persone, quale che sia la loro collocazione sociale. Si chiama malavita o malgoverno o malaffare, ma meglio sarebbe dire malanimo: le persone pensano soltanto a se stesse e tutt’al più alla loro stretta famiglia. Il loro prossimo non va al di là di quella.

Non pensiate che il fenomeno corruttivo sia un fatto esclusivamente italiano ed esclusivamente moderno: c’è dovunque e c’è sempre stato. Naturalmente ne varia l’intensità da persona a persona, da secolo a secolo e tra i diversi ceti sociali. Ma l’intensità deriva soprattutto dal censo: la corruzione dei ricchi opera su cifre notevolmente più cospicue, quella dei meno abbienti si esercita sugli spiccioli, ma comunque c’è ed è proporzionata al reddito: per un ricco corrompersi per ventimila euro non vale la pena, per un cittadino con reddito da diecimila euro all’anno farsi corrompere per cinquecento euro è già un discreto affare.

Il tutto avviene in vario modo: appalti, racket, commercio di stupefacenti, di prostituzione, di voti elettorali, di agevolazioni di pubblici servizi, di emigranti.
Può sembrare un controsenso ma sta di fatto che il corruttore ha bisogno di una società in cui operare e più vasta è meglio è. La corruzione non consente né l’isolamento né l’anarchia e la ragione è evidente: essa ha bisogno come scopo comune in tutte le sue forme di una società con le sue regole e i poteri che legalmente la amministrano.

La corruzione ha la mira di aiutare alla conquista del potere e all’evasione delle regole o alla loro utilizzazione a vantaggio di alcuni e a danno di altri. Le famiglie (si chiamano così) mafiose, le clientele, gli interessi corporativi, dispongono di un potere capace di infiltrarsi. Ed è un potere che trova nei regimi di democrazia ampi varchi se si tratta di democrazie fragili e di istituzioni quasi sempre infiltrate dai corruttori.

Questa fragilità democratica va combattuta perché è il malanno principale del quale la democrazia soffre. Essa dovrebbe esser portatrice degli ideali di Patria, di onestà, di libertà, di eguaglianza; ma è inevitabilmente terreno di lotta tra il malaffare e il buongoverno. Non c’è un finale a quella lotta: continua e durerà fino a quando durerà la nostra specie. Il bene e il male, il potere e l’amore, la pace e la guerra sono sentimenti in eterno conflitto e ciascuno di loro contiene un tasso elevato di corruzione. La storia ne fornisce eloquenti testimonianze, quella italiana in particolare e la ragione è facile da comprendere: una notevole massa di italiani non ama lo Stato ma desidera che ci sia. Aggiungo: non ama neppure che l’Europa divenga uno Stato federato, ma vuole che l’Europa ci sia.

È assai singolare questo modo di ragionare, ma basta leggere o rileggere i testi di Dante e Petrarca, di Machiavelli e Guicciardini, di Mazzini e di Cavour. Hanno dedicato a diagnosticare questi valori e disvalori e le terapie che ciascuno di loro ha indicato e praticato per comprendere a fondo che cos’è il nostro Paese e soprattutto che cosa pensa e come si comporta la gran parte del nostro popolo.
***
Dante e Petrarca (più il primo che il secondo) conobbero la lotta politica dei Comuni. L’autore della Divina Commedia fu in un certo senso il primo padre della Patria, una Patria però letteraria, cui insegnare un linguaggio che non fosse più un dialetto del latino ma una lingua nazionale e la poesia dello “stilnovo” già anticipata dal Guinizzelli e dai siciliani ma creata da lui e dal suo fraterno amico Guido Cavalcanti.

La loro Italia non aveva alcuna forma politica, salvo alcuni Comuni con una visione soltanto locale. Dante fu guelfo e ghibellino; alla fine fu esiliato da Firenze, ramingo nell’Italia del Nord, e ancora giovane morì a Ravenna. Che cosa fossero gli italiani non lo seppe e non gli importava. In realtà a quell’epoca non c’era un popolo ma soltanto plebi contadine o nascenti borghesie comunali la cui politica era quella delle città difese da mura per impedire ai nobili del contado e alle compagnie di ventura di invaderle.

Ma due secoli dopo la situazione era notevolmente cambiata e la più approfondita diagnosi la fecero Machiavelli e Guicciardini, fiorentini ambedue. Repubblicano il primo, esiliato per molti anni a San Casciano; mediceo il secondo, uomo di corte, ambasciatore, ministro ai tempi del Magnifico, di papa Leone X e di papa Clemente VII, anch’essi rampolli di casa Medici.

La diagnosi di quei due studiosi fu analoga: il popolo non aveva mai pensato all’Italia, era governato e dominato da una borghesia mercantile, specialmente nelle regioni del Centro- Nord, capace di inventare strumenti monetari e bancari che dettero grande impulso dal commercio di tutta Europa, ma privi di amor di Patria. Le passioni politiche sì, quelle c’erano e la corruzione sì, c’era anche quella, ma l’Italia non esisteva mentre nel resto d’Europa gli Stati unitari erano già sorti: in Spagna, Francia, Inghilterra, Olanda, Svezia, Polonia, Austria, Brandeburgo, Sassonia, Westfalia, Ungheria e le città marinare, quelle tedesche nel Baltico e in Italia Venezia, Genova, Pisa.

Il popolo mercantile in Italia c’era, era accorto e colto e condivideva il potere congiurando o appoggiando i Signori laddove esistevano le Signorie; ma gran parte d’Italia era già dominio degli aragonesi o dei francesi o degli austriaci. Il Papa a sua volta aveva un regno che si estendeva in quasi tutta l’Italia centrale salvo la Toscana ed era dominato da alcune grandi famiglie come i Colonna, gli Orsini, i Borgia, i Farnese.
Ma il resto degli abitanti dello Stivale erano plebe, servi della gleba, analfabeti, con una cultura contadina che aveva ferree regole di maschilismo, di violenza, di pugnale.

La diagnosi di Machiavelli e di Guicciardini non differiva da questa realtà. Anzi la mise in luce con grande chiarezza. Machiavelli però sperava in un Principe che conquistasse il centro d’Italia e sapesse e volesse fondare uno Stato con la forza delle armi, le congiure, le armate dei capitani di ventura e i matrimoni di convenienza tra le famiglie regnanti. Guicciardini faceva più o meno la stessa diagnosi ma la terapia differiva, le speranze di Machiavelli d’avere prima o poi un’Italia come Stato, naturalmente governato da un padrone assoluto come erano i tempi di allora; quel Principe, chiunque fosse, avrebbe dovuto dare all’Italia un rango in Europa e trasformare le plebi in popolo consapevole e collaboratore.

Guicciardini viceversa coincideva nella diagnosi ma differiva profondamente nella terapia. Riteneva auspicabile la fondazione d’uno Stato sovrano che abbracciasse gran parte dell’Italia, salvo quella dominata da potenze straniere che sarebbe stato assai difficile espellere. Ma sperare che gli italiani diventassero da plebe un popolo con il sentimento della Patria nell’animo lo escludeva nel modo più totale. Bisognava secondo lui governare il Paese utilizzando la plebe e questa era la sua conclusione.

Passarono due secoli da allora ed ebbe inizio ai primi dell’Ottocento il movimento risorgimentale con tre protagonisti molto diversi tra loro: Mazzini, Cavour, Garibaldi. Ci furono alti e bassi in quel movimento e tre guerre denominate dell’indipendenza e guidate da Cavour con una diplomazia e una comprensione della realtà che difficilmente si trova nella storia moderna.

Mazzini era un personaggio molto diverso: voleva la repubblica e voleva che nascesse dal basso. La sua era una forma di socialismo che aveva come strumento le insurrezioni popolari. Non insurrezioni di massa, non erano concepibili all’epoca; ma insurrezioni di qualche centinaio di persone se non addirittura qualche decina, che cercavano di sollevare la plebe contadina sperando che i suoi disagi la muovessero a combattere per una situazione migliore. Così non avvenne e le insurrezioni mazziniane non sortirono alcun effetto se non quello di allevare una classe di giovani intellettuali, studenti, docenti, che concepivano la Patria come il maestro aveva indicato. Quasi tutti erano settentrionali di nascita e fu molto singolare che questo drappello di italiani dedicati soprattutto a scuotere le classi meridionali venisse quasi tutto da Milano, da Bergamo, da Brescia, da Genova. Così furono a suo tempo i mille che mossero da Quarto verso Calatafimi. Garibaldi era una via di mezzo molto realistica e molto demiurgica tra Mazzini e Cavour. Era repubblicano come Mazzini ma disponile a trattare con la monarchia quando bisognava compiere un’impresa che richiedesse molte risorse umane e finanziarie. Questa fu l’impresa dei Mille da cui nacque poi lo Stato italiano.

La corruzione certamente non c’era in quei giovani intellettuali e combattenti ma era già ampiamente diffusa in una società che aveva pochi capitali e doveva utilizzare nel proprio interesse quelli che il nuovo stato metteva a disposizione e che forti imprese bancarie e manifatturiere straniere investirono sulla nascita dell’Italia e della sua economia.

Portarono con sé, questi capitali, una corruzione moderna che è quella che conosciamo ma che allora ebbe il suo inizio nelle ferrovie che furono costruite per unificare il territorio, nell’industria dell’elettricità e in quella dell’acciaio e della meccanica. Emigrazione da un lato, corruzione dall’altro, queste furono le due maggiori realtà italiane tra gli ultimi vent’anni dell’Ottocento e la guerra del 1915 che aprì una fase del tutto nuova nel Paese.
Non voglio qui ripetere ciò che ho già scritto in altre occasioni ma mi limito a ricordare che Benito Mussolini fu uno degli esempi tipici del fenomeno italiano.

Personalmente era onesto, aveva tutto e quindi non aveva bisogno di niente; ma i suoi gerarchi erano in gran parte corrotti e lui lo sapeva ma non interveniva perché quella corruzione a lui nota gli dava ancor più potere, li teneva in pugno e li manovrava come il burattinaio fa muovere i burattini.
Disse più volte che senza la dittatura l’Italia non sarebbe stata governabile e che governare il nostro Paese era impossibile e comunque inutile.
***
Chiuderò col caso De Luca che in qualche modo è attinente a quanto finora scritto. De Luca è stato un buon sindaco di Salerno. Un po’ autoritario, è il suo carattere, ma a suo modo efficiente: un sindaco-sceriffo e forse ci voleva quel requisito. È sotto processo ed è stato condannato in primo grado. I suoi avvocati sostengono che in appello avrà l’assoluzione. È possibile, glielo auguriamo. Ma sulla base della legge Severino un condannato in primo grado per reati di delinquenza corruttiva deve essere immediatamente sospeso per diciotto mesi dalla carica politica che riveste. Nel caso di specie, come ci ricorda l’avvocato Pellegrino, la sospensione deve essere effettuata non appena egli sia stato eletto a una carica politica. Nel suo caso la carica è quella di governatore della Campania. È già stato eletto a quella carica da pochi giorni insieme alla lista dei consiglieri che hanno ottenuto i voti necessari.

Si aspetta di giorno in giorno la proclamazione degli eletti da parte dell’Ufficio elettorale presso la Corte d’appello di Napoli. Sta controllando le schede con l’attenzione dovuta e quando il controllo sarà terminato la proclamazione avverrà.

A quel punto – la Severino è chiarissima – De Luca deve essere sospeso per diciotto mesi. Lasciarlo in carica fino a quando avrà nominato la giunta di governo e il suo vice che per diciotto mesi governerà la Campania, significa non rispettare la legge e come prevede il codice penale, l’autorità che deve sospenderlo (nel nostro caso il presidente del Consiglio) ritarda un atto dovuto per favorire una persona. Scatta in questo caso il reato di abuso d’ufficio per l’autorità che ha ritardato il provvedimento.

Questa procedura è estremamente chiara e non lascia nessun margine di autonomia come la stessa ordinanza della Corte di Cassazione a sezioni unite ha esplicitamente detto. Non si tratta in questo caso di corruzione ma in qualche modo un’analogia esiste: si compie un favore per averne il ritorno. Non si chiama corruzione ma gli somiglia terribilmente.

*larepubblica

Salerno, 16 giugno 2015

8 commenti su questo articoloLascia un commento
  1. la verità è la verità che cambia, mi pare dica Nietzsche, che sulla verità ha pontificato

  2. In queste settimane ho visto disquisizioni giuridiche sui socials da parte di persone che non conoscevano nulla di diritto, una bella disfida di ignoranza fatta da tuttologi di turno, stomachevole e ilare allo stesso tempo!
    Certo la Severino è poco chiara un obbrobrio giuridico per estensione grammaticale, nell’epoca pre repubblicana le norme erano chiare e scritte da giureconsulti di storica fama, oggi le norme sembrano essere fatte per confondere e nei meandri della confusione, abili legulei trovare le scappatoie.
    Un bel mostro dove non si capisce se sia ex tunc e retorattiva, o ex nunc e non lo sia,Secondo la Corte costituzionale anche una sanzione amministrativa non si può applicare retroattivamente,Tutte le misure di carattere punitivo-afflittivo devono essere soggette alla medesima disciplina della sanzione penale in senso stretto e quindi anche al cosiddetto favor rei, indipendentemente se amministrativa o penale.

  3. Non vedo nulla di strano in quanto scrive Scalfari, quindi non capisco l’oggetto del contendere. Certo, lasciare ogni volta alla magistratura il compito di dirimere una questione squisitamente politica non è cosa degna di un Paese civile, purtroppo.
    Per aumentare il grado di confusione, ritengo opportuno aggiungere il commento di un esperto, l’avvocato Oreste Agosto, esperto di diritto amministrativo, che si può leggere qui:
    http://www.beppegrillo.it/2015/06/nuove_elezioni_in_campania_delucavattene.html
    Ancora una volta dovremo chiedere alla magistratura, nel bene o nel male, di perdere tempo su queste faccende, purtroppo.

    • una faccenda giuridica, dopo politica,non mischiamo le carte…

  4. L’eminente avvocato Oreste Agosto, l’esperto chiamato in causa, è l’avvocato dei grillini, di italia nostra ed affini che viene sguinzagliato di volta in volta contro De Luca e segue, come professionista pagato, tutte le cause.
    Pertanto sarà esperto ed eminente quanto volete voi ma io non mi fido; se non altro perchè in quanto avvocato ovviamente difende la sua parte.

    Quindi caro Giuseppe, per evitare che ognuno si arrocchi sulle proprie posizioni, sarebbe meglio orientare certe discussioni sui dati di fatto, piuttosto sulle opinioni delle singole parti.

    La mia verità è che certi insigni giornalisti hanno fatto la fortuna sulle nostre disgrazie, prendendo le parti, di volta in volta, della fazione più conveniente dal loro punto di vista.

  5. E’ evidente che è un avvocato di parte, ma pur sempre un avvocato amministrativista. Non che l’on. Bonavitacola sia invece un esemplare di persona al di sopra delle parti. Se uno deve porre in campo tutti gli elementi pro e contro, è giusto che vengano messe a confronto due voci dissonanti tra loro, poi ognuno può farsi le proprie opinioni in maniera autonoma. Dissento invece dal termine dispregiativo “avvocato dei grillini”. Io avrei invece scritto avvocato che ha seguito (ancorchè retribuito, e spesso con successo) numerosi contenziosi amministrativi proposti da liberi cittadini che si indentificano nel MoVimento Civico a Cinque Stelle e non solo. Poi ognuno la può pensare come gli pare …

    • Per Giuseppe Nobile,
      il voler offrire una interpetrazione diversa è la garanzia che il sistema giustizia funziona, ma non condivido affatto nel mentre si disquisisce di diritto sottoporre ante giudizi che si affidano all’opinione “ognuno la può pensare come gli pare”. Il diritto è una cosa i desideri un’altra, i processi se li facessimo nelle aule dei tribunali anziché sui nedia forse restituiremmo quella democrazia ai cittadini che tanto gli manca e li angustia.
      Massimo Del Mese

  6. L’Italia è tutta una confusione. Senza voler entrare nell’ambito Giurisdizionale, mi pare chiaro che viviamo in una nazione dove la fa da padrone la Ragion di Stato e non lo Stato di Diritto. Berlusconi e e alcuni Consiglieri Regionali, eletti d dal popolo col voto di preferenza, furono scacciati dalle loro poltrone, per l’effetto della legge Severino, per De Luca, ora si cercano tutti i cavilli giuridici per non mandarlo a casa a riposare. Il PD del non eletto Renzi, fece quadrato per espellere dal Senato Silvio Berlusconi, senza che nessuno lo difendesse. Ecco apparire, contro l’ editoriale di Scalfari, un non ben noto agli Italiani Deputato del PD Salernitano. Costui che non sa cosa sono le preferenze, eletto in un pacchetto preconfezionato di nomi , osa controbattere Scalfari (il primo traditore Italiano di Craxi) , non comprendendo che costui volutamente salta da Mussolini a De Luca , per far intendere che Renzi, De Luca & C. sono solo dei Duci e Ducetti , pieni di boria ma senza costrutto .
    De Luca, oltre a cementificare Salerno, chiudendola da una cortina di quello armato (Salernitani accattateve l’elicottero) , vorrebbe coprire la Campania di alti monumenti alla sua gloria e di pali Eolici, distese di pannelli fotovoltaici e gallerie e ponti. Cari concittadini che lo avete votato, ve lo ripeto fino alla noia. De Luca , in combutta con DE MITA, approfittando della FARSA di Tangentopoli, lottò testardamente contro il progetto Socialista (Porto Isola, Parco fluviale del Sele, Ospedale Gaslini del Sud, Stazione Ferroviaria di Battipaglia spostata a San Nicola Varco, Anulare autostradale di Eboli, con l’affluenza c dellla TRE corsie, provrniente direttamente da Mercato SS e con l’affluenza della Valle Calore, della Eboli mare, della Sapri Salerno, della San Nicola Varco e di tutte arterie che menano in Basilicata, Puglia e Calabria, il mega Ospedale unico della Piana del Sele) che avrebbe trasformato Eboli in una Città fulcro dello sviluppo di tutto il Meridione.
    Ricordatevi, tutte le opere e sopra descritte, erano già progettate e finanziate. Carmelo Conte, con tutti i suoi difetti, rimane sempre il più colto e lungimirante Parlamentare Meridionale e con lui tutti i Socialisti Italiani.

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